Deposito rifiuti radioattivi: individuazione sito nel 2022, pronto nel 2030

L’audizione dell’ad della Sogin in commissione Ecomafie. Per l’opera potrebbero esserci dei rischi di ritardo amministrativi e per la mancanza di un’autocandidatura del territorio che ospiterà l’infrastruttura

Deposito rifiuti radioattivi
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di Tommaso Tetro

(Rinnovabili.it) – L’individuazione del sito per il deposito nazionale rifiuti radioattivi si prevede arrivi nella seconda metà del 2022. Mentre l’entrata in esercizio dovrebbe avvenire nel 2030. Questi i due elementi principali che Sogin ha messo in evidenza, in audizione in commissione Ecomafie, sul deposito nucleare. Anche se per l’opera potrebbero esserci dei rischi di ritardo amministrativi e per la mancanza di un’autocandidatura del territorio che ospiterà l’infrastruttura.

“Si prevede l’individuazione del sito nella seconda metà del 2022 – ha affermato l’amministratore delegato della Sogin Emanuele Fontanial momento si è nella fase di consultazione pubblica. Dopo ci sarà il seminario nazionale previsto per i primi di settembre; che dovrebbe durare tra i 30 e i 60 giorni, con sessioni di 3-4 giorni insieme con le 7 Regioni interessate”.

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Secondo Fontani “l’apertura del deposito è prevista all’inizio del 2030”. In base al timing dettato originariamente dalla legge (31 del 2010), poi modificato, l’entrata in esercizio del deposito era prevista per il 2029 ma per esempio il prolungamento delle fasi di consultazione pubblica e del seminario nazionale hanno già innescato uno slittamento ai primi mesi del 2030. In base a quanto riferito sono stati valutati “quali possibili fattori di rallentamento del processo di costruzione del deposito rischi autorizzativi per ritardi amministrativi, rischi di localizzazione connessi alla mancanza di autocandidature e rischi nella realizzazione dell’opera“.

Il deposito rifiuti radioattivi “ha un valore di poco meno di un miliardo di euro in termini di costi di realizzazione – ha spiegato l’ad della Sogin – a cui si somma una cifra stimata intorno ai 500 milioni di euro per le infrastrutture del parco tecnologico”. I benefici occupazionali per la costruzione dell’opera sono “evidenti. Abbiamo definito due fasi fondamentali una per la costruzione dove si tocca un totale di 4mila persone” per 4-5 anni, di queste 2mila diretti, e in seguito “nel lungo periodo di funzionamento del deposito nazionale saranno circa 700 le persone per l’esercizio” che “ha un orizzonte temporale di circa 50 anni” e poi “un periodo di 300 anni dedicato alla sorveglianza”.

L’Italia – ha continuato Fontani – oggi ha circa 20 depositi di rifiuti radioattivi, una porzione di questi è gestita da Sogin, altri sono di gestione pubblica o privata, nonché una situazione come quella di Cemerad a Statte in cui un fallimento ha poi generato la necessità di prevedere a una bonifica ambientale”. Al deposito nazionale “andranno circa 95mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di cui 78mila a bassa attività, e 17mila a media e alta attività”. La costituzione sarà “per il 60% di rifiuti” provenienti dal decomissioning, cioè lo smantellamento del passato esercizio degli impianti nucleari del nostro Paese, e per il 40% “in progress da medicina nucleare, attività di ricerca, e dall’industria”.

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Poi lo spazio al dibattito pubblico. Un aspetto complicato del percorso che dovrà portare al sito per la costruzione del deposito. “Abbiamo avuto alcune sollecitazioni da parte dei territori sulla mancanza di imparzialità sulla consultazione pubblica – ha messo in evidenza Fontani – Sogin quindi propone o la costituzione di una commissione o di un comitato tecnico scientifico a supporto dei vari” gruppi di interesse. “Ci sarà o non ci sarà accettazione?”, si è poi chiesto: “E’ sicuramente un aspetto complicato. Quello che noi oggi dobbiamo fare è essere al massimo trasparenti spiegando che cos’è il deposito nazionale. Che è sicuramente un’infrastruttura che serve, sicuramente è un’infrastruttura che ha meno problemi di tante altre. Dove si arriverà in futuro? Se l’anno prossimo si arriverà all’individuazione o all’imposizione dall’alto è molto legato, probabilmente, a quanto il dialogo con le popolazioni sia di tipo costruttivo o sia solo un dialogo oppositivo”.

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