Nucleare ancora con troppi illeciti e siti non idonei, il nuovo rapporto di Legambiente

L’allarme dell’associazione in vista del decimo anniversario dell’incidente di Fukushima. La causa degli illeciti è dovuta anche all’elevato costo di smaltimento. “In Italia non c’è solo il problema dei depositi di rifiuti radioattivi realizzati in luoghi inidonei o addirittura pericolosi. Tracciabilità e lotta ai traffici illegali devono essere al centro delle nuove politiche di gestione dei rifiuti radioattivi”

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di Tommaso Tetro

L’associazione ambientalista chiede di accelerare sul processo per la scelta del sito per il deposito nazionale

(Rinnovabili.it) – In Italia ci sono troppi illeciti sul nucleare, e cioè sulla gestione di rifiuti e materiale radioattivo. A lanciare l’allarme ci pensa il nuovo rapporto di Legambiente ‘Rifiuti radioattivi ieri, oggi e domani: un problema collettivo’ lanciato in vista del decimo anniversario dell’incidente di Fukushima, avvenuto l’11 marzo 2011.

Il documento – in cui si fa il punto anche sull’eredità nucleare italiana, sul problema del traffico e sullo smaltimento illegale, oltre che sulla situazione europea – mette in rilievo come la causa degli illeciti sia dovuta anche all’elevato costo di smaltimento: dal 2015 al 2019 i Carabinieri hanno denunciato 29 persone, ci sono state 5 ordinanze di custodia cautelare, 38 sanzioni penali comminate e 15 sequestri effettuati in seguito a 130 controlli compiuti.

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“In Italia non c’è solo il problema dei depositi di rifiuti radioattivi realizzati in luoghi inidonei o addirittura pericolosi, ma anche il rischio dei loro traffici illegali – dice il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani un problema che la nostra associazione denuncia ormai da anni, portando in primo piano le vicende giudiziarie connesse all’affondamento di navi contenenti rifiuti radioattivi nel Mediterraneo al largo delle coste italiane e in acque internazionali. Tracciabilità e lotta ai traffici illegali, che vedono anche il coinvolgimento di organizzazioni criminali, devono essere al centro delle nuove politiche di gestione dei rifiuti radioattivi a media e bassa radioattività di origine sanitaria, industriale e da attività di ricerca da smaltire nel futuro deposito nazionale”. 

In Italia, secondo gli ultimi dati disponibili – che fanno riferimento a dicembre 2019 – ci sono 31mila metri cubi di rifiuti radioattivi collocati in 24 impianti distribuiti su 16 siti in 8 regioni. Numeri a cui nei prossimi anni bisognerà aggiungere i rifiuti radioattivi ad alta attività che torneranno dopo il trattamento all’estero del combustibile esausto proveniente dal vecchio sistema di impianti nucleari italiani, e quelli di media attività che si verranno a generare dalle attività di smantellamento degli impianti dismessi. I siti in questione sono perlopiù “non idonei e presentano più di qualche criticità”.

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Tra gli impianti che detengono rifiuti, combustibile esaurito, sorgenti dismesse e materiali nucleari, ci sono per esempio l’ex centrale nucleare di Borgo Sabotino, a Latina, posta a meno di un chilometro dall’attuale linea di costa, o le ex centrali di Garigliano e di Caorso, rispettivamente in provincia di Caserta e di Piacenza, entrambe poste in aree ad elevato rischio idrogeologico in quanto costruite a ridosso di due importanti fiumi come il Garigliano ed il Po. Stesso discorso vale per Saluggia, nel vercellese, dove in un punto a ridosso della Dora Baltea e a soli tre chilometri dalla confluenza con il Po, sono collocati ben tre impianti diversi (Eurex, LivaNova ed il deposito Avogadro), che hanno spesso corso il rischio di essere alluvionati e dove sono stoccati i rifiuti con la carica radioattiva più elevata (circa il 70% del totale presente in Italia).

Non va meglio nel deposito di Rotondella (Mt) in Basilicata o di Statte (Ta) in Puglia: nel primo caso è stata accertata una grave ed illecita attività di scarico a mare dell’acqua contaminata, che non veniva in alcun modo trattata, e nell’altro i rifiuti attualmente gestiti si trovano in una situazione “seriamente preoccupante” a causa del “diffuso deterioramento della struttura”.

Secondo i dati della commissione Europea sono 126 le centrali nucleari attive distribuite in 14 Paesi europei: Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Olanda, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito. Questi Paesi hanno, insieme ai due Stati che hanno avviato il decommissioning (cioè Italia e Lituania), circa il 99,7% del volume totale dei rifiuti radioattivi stoccati in Europa. Le ultime stime – che risalgono al 2016 – vedono 3,46 milioni di metri cubi di rifiuti radioattivi costituiti prevalentemente da rifiuti a molto basso e basso livello di radioattività (il 90% circa); per il trattamento e lo stoccaggio di questi rifiuti sono in funzione 30 impianti distribuiti in 12 Stati Ue.

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Oltre alle centrali nucleari attive per la produzione di energia, in Europa ci sono 90 impianti spenti, 3 in fase di decommissioning e 82 impianti utilizzati in ambito di ricerca, distribuiti in 19 Paesi (ai 16 elencati precedentemente si aggiungono Croazia, Polonia e Svizzera) che comunque producono rifiuti radioattivi. Le stime prevedono entro il 2030 un raddoppio dei rifiuti a molto bassa attività, mentre per le altre classi l’incremento sarà tra il 20% e il 50% e molti Stati si stanno preparando ad aumentare il numero di depositi idonei.

Sul punto specifico Legambiente chiede di accelerare sul processo che porta all’individuazione del sito per il deposito nucleare e sulla tracciabilità dei rifiuti radioattivi. Anche per fermare la gestione illecita – osserva l’associazione – “occorre trovare una localizzazione trasparente e partecipata per il deposito dei rifiuti a media e bassa attività, su cui l’Italia è in ritardo; chiudere l’accordo per smaltire in un Paese europeo quelli più radioattivi e far entrare a regime il sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti radioattivi previsto dal decreto legislativo 101/2020 che introduce anche sanzioni amministrative e penali in caso di violazioni”.

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