Pochi impianti e spesa più alta, nell’Italia dei rifiuti ancora troppo lontano il Sud

Il nuovo Green book 2020 messo a punto dalla Fondazione Utilitatis e promosso da Utilitalia: fatturato a 10 miliardi, 95mila occupati. La spesa media annuale nazionale di una famiglia è di 310 euro, si va dai 273 euro del Nord ai 355 euro del Sud. Servono investimenti per circa 8 miliardi per fronteggiare il fabbisogno impiantistico

rifiuti
Foto di Manfred Richter da Pixabay

(Rinnovabili.it) – Pochi impianti e spesa troppo alta per il servizio offerto. L’Italia della spazzatura è ancora a due velocità, con il Sud troppo lontano dalla media nazionale. La fotografia al settore dei rifiuti viene scattata dal nuovo Green book 2020, messo a punto dalla Fondazione Utilitatis e promosso da Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua, energia e ambiente), e presentato oggi nel corso di un incontro on-line.

Dal rapporto emerge che il settore dei rifiuti urbani produce un fatturato pari a 10 miliardi e offre lavoro a oltre 95mila occupati. Ma soprattutto che la spesa media annuale a livello nazionale sostenuta dalle famiglie per il servizio è di 310 euro, con forti differenze tra i 273 euro del Nord (dove le cose funzionano) e i 355 euro del Sud (che arranca e resta indietro sulla chiusura del ciclo).

E infatti secondo il Green book servono investimenti per fronteggiare il fabbisogno impiantistico: alcune stime – elaborate da Utilitalia – prevedono nei prossimi anni un fabbisogno di investimenti per circa 8 miliardi di euro, per la realizzazione di impianti, introdurre la tariffa puntuale a livello nazionale e incrementare la raccolta differenziata sia nelle quantità che nella qualità; questo, per essere in grado di traguardare gli obiettivi del pacchetto direttive europee ‘economia circolare’. Ma è necessario anche abbattere i tempi e snellire le procedure autorizzative, oltre che fare qualcosa di più per l’accettazione sociale, e guidare il processo di governance locale e il superamento della frammentazione gestionale. 

Questa ottava edizione – che racconta dello stato dell’arte della gestione del ciclo dei rifiuti urbani, attraverso una suddivisione in tre sezioni – mette in evidenza come la produzione di rifiuti urbani e assimilati ammonti a circa 30 milioni di tonnellate all’anno, mentre i rifiuti speciali si attestano a 130 milioni di tonnellate. L’Italia ha un tasso di riciclo dei rifiuti urbani compreso tra il 45,2% e il 50,8%, comunque al di sopra della media europea del 47%. Il conferimento in discarica arriva invece al 22%.

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L’intero comparto – viene spiegato – ha un fatturato di oltre 10 miliardi di euro, in gran parte derivato dalla tariffa rifiuti, ed un numero di addetti che supera le 95mila unità. Nonostante le criticità emerse in fase di lockdown – si osserva – “il servizio di gestione ha continuato a garantire pulizia e salute pubblica, e, insieme agli altri servizi essenziali a rilevanza economica, può rappresentare uno dei settori in grado di incidere positivamente sul rilancio dell’economia nazionale”. 

La gestione dei rifiuti urbani rappresenta circa un quarto delle spese correnti dei Comuni italiani e nella maggior parte dei casi il servizio è finanziato con un tributo locale, la tassa sui rifiuti (Tari). Nel nostro Paese il passaggio alla tariffa puntuale ha interessato soltanto il 10% circa dei Comuni. Sul fronte gestionale, il settore si contraddistingue per l’elevata dispersione, con un gran numero di operatori e la presenza di tanti gestori specializzati nelle fasi a monte e a valle della filiera; con pochi grandi operatori in grado di chiudere il ciclo. Il numero di aziende attive nella gestione del ciclo dei rifiuti è di 637 (escluse le gestioni in economia): 50% specializzato nelle fasi di raccolta e trasporto, il 25% operativo sia nelle fasi di raccolta sia nella gestione diretta di uno o più impianti di recupero e smaltimento dei rifiuti, e il restante 25% specializzato nella gestione impiantistica.

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I costi del servizio variano in base alla distribuzione territoriale. Per una famiglia tipo (composta da tre componenti in 100 metri quadrati) nel 2019 la spesa per il servizio è stata pari a 310 euro, con forti differenze tra le aree: 273 euro al Nord, 322 euro al Centro, 355 euro al Sud. Differenze che si sono conservate lungo un arco temporale di 7 anni (2014-2019): al Nord la spesa si è mantenuta mediamente pari a 270 euro, al Centro con una riduzione da 336 euro a 322 euro e al Sud con una riduzione da 360 a 355 euro. La spesa più alta per le famiglie del Centro-Sud – viene messo in evidenza – ha diverse cause, tra queste sicuramente il maggior costo sostenuto per il trasporto dei rifiuti fuori Regione non avendo un assetto impiantistico adeguato.

“E’ importante una gestione industriale dell’intero ciclo dei rifiuti – ha osservato il vicepresidente di Utilitalia Filippo Brandolinie la necessità di realizzare impianti soprattutto al Centro-Sud” così come “l’urgenza di superare le frammentazioni gestionali. I cittadini che vivono in territori dove non ci sono impianti sono costretti, a fronte di una qualità del servizio ed ambientale più bassa, a sostenere maggiori costi. Il Programma nazionale dei rifiuti dovrebbe puntare a risolvere questi aspetti avvalendosi anche del ruolo di Arera, la cui attività regolatoria può tracciare la strada per fornire un servizio di maggiore qualità e più omogeneo sul territorio nazionale”.

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