Il Senato piega la testa: niente voto sul CETA

Di fronte al montare delle pressioni pubbliche, il Pd abbandona l’idea di votare la ratifica del CETA in Senato. Un’altra vittoria della società civile

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CETA, altro assalto respinto. Il voto slitta a data ignota

 

(Rinnovabili.it) – Ancora una battaglia vinta dai movimenti, ancora una sconfitta cocente per la maggioranza di governo. Il voto di ratifica sul CETA, l’accordo commerciale UE-Canada già approvato dalle istituzioni europee, si schianta contro le porte chiuse del Senato.

Dopo un tentativo già fallito il 25 luglio, i democratici capeggiati da Luigi Zanda hanno tentato il blitz a settembre, inserendo nell’agenda di Palazzo Madama l’approvazione del CETA. Ma la pressione della società civile riunita nella Campagna Stop TTIP, insieme ai veti posti da due colossi come Coldiretti e CGIL, hanno nuovamente avuto ragione dello schieramento rivale, sostenuto dai grandi consorzi agroalimentari e da Confindustria. Il Partito democratico non se l’è sentita di andare alla conta in aula, specialmente dopo aver perso pezzi in queste settimane. Ieri, la nascita di un intergruppo parlamentare “No CETA” che tiene insieme una cinquantina di senatori e deputati di tutti gli schieramenti, ha fatto traballare la maggioranza. Di qui la decisione di sospendere le operazioni, forse con l’idea di ritentare il colpo di mano dopo l’approvazione della legge di stabilità.

 

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Soltanto una manciata di stati membri dell’Unione Europea ha fino ad oggi ratificato il trattato con il Canada, che desta più di una perplessità nel mondo ambientalista, sindacale e agricolo di diversi paesi. Ad esempio in Francia, dove la commissione di esperti incaricata dal governo di valutare la sostenibilità del CETA ha prodotto di recente una relazione fortemente scettica sulle reali possibilità francesi di tutelare l’ambiente, il clima e l’agricoltura con l’entrata in vigore dell’accordo. Un parere che mette in difficoltà il presidente Macron, sostenitore del libero scambio con il Canada.

In Germania invece, se andrà in porto la “coalizione Giamaica”, la cancelliera Merkel potrebbe avere più di un problema a trattare con i Verdi la ratifica di un trattato così controverso, che incontra le antipatie anche dell’estrema destra (AfD) che tanti voti ha sottratto ai cristianodemocratici.

In sostanza, due leader tra i più grandi sostenitori del CETA faticherebbero ad organizzarne in questa fase un passaggio parlamentare, un fatto che rende ancora meno ragionevole la solerzia italiana nel voler chiudere i giochi a pochi mesi da una tornata elettorale.

 

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Il trattato, nel frattempo, è entrato provvisoriamente in vigore nell’UE il 21 settembre. Con la cosiddetta provisional application, il testo di 1.600 pagine viene implementato in tutte le parti su cui l’UE può vantare una competenza esclusiva. Restano fuori i capitoli di competenza mista, che richiedono anche la ratifica degli stati membri: in particolare, non verrà istituita per il momento la discussa Corte sovranazionale sugli investimenti, che permetterebbe agli investitori canadesi ed europei di fare causa ai rispettivi governi utilizzando una corsia preferenziale rispetto alla giustizia ordinaria.

Via libera invece al taglio di oltre il 98% delle tasse su import ed export di prodotti tra le due sponde dell’Atlantico, ma soprattutto al lavoro di una serie di comitati tecnici cui è stata affidata la revisione di normative, standard, requisiti di sicurezza e controlli che vengono considerati dal trattato un «ostacolo al commercio». Le numerose organizzazioni della società civile che si oppongono al CETA hanno lanciato l’allarme sul potenziale abbattimento di queste cosiddette “barriere non tariffarie”, che rappresentano una protezione per la salute, l’ambiente, l’occupazione, la qualità di prodotti e servizi.

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