Tutti bocciati: il verdetto del Germanwatch

In tutto il mondo, nessun Paese è stato in grado di lavorare abbastanza per mantenere il global warming sotto i 2°C. Lo sostiene il Germanwatch report

Tutti bocciati il verdetto del Germanwatch-

 

(Rinnovabili.it) – Nessun paese è riuscito a contrastare in maniera efficace i cambiamenti climatici in corso e a mantenere le emissioni globali al di sotto della soglia critica dei 2 gradi. È l’amaro sunto del Germanwatch 2014, il report presentato oggi alla COP20 di Lima e realizzato dall’omonima Ong tedesca in collaborazione con Legambiente, sulle performance ambientali dei più grandi Paesi del mondo.

Il rapporto prende in considerazione la performance climatica di 58 Stati, che insieme rappresentano oltre il 90% delle emissioni globali. La performance di ciascun paese è misurata attraverso il Climate Change Performance Index (CCPI) e si basa per il 60% sulle sue emissioni (suddivise equamente tra livello delle emissioni annue e trend nel corso degli anni), per il 20% sullo sviluppo delle rinnovabili (10%) e dell’efficienza energetica (10%), e per il restante 20% sulla sua politica climatica nazionale (10%) e internazionale (10%).

 

Anche quest’anno sul podio non è salito nessuno. Le prime tre posizioni, infatti, non sono state assegnate, perché nessun Paese è stato in grado di performance tanto virtuose da consentire un contrasto sensibile al climate change. Nessuno è stato capace di lavorare abbastanza per mantenere, almeno da parte sua, la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi.

Ma una piccola novità c’è: per la prima volta Danimarca e Svezia, classificatisi rispettivamente 4° e 5°, hanno raggiunto risultati soddisfacenti, secondo il report. Se confermate nei prossimi anni permetteranno ai due Paesi di salire finalmente sui gradini di un podio che si erano fatti polverosi, data l’assenza di pretendenti.

La “top ten” della classifica – con l’eccezione del Marocco, che conferma la positiva performance dello scorso anno – vede protagonisti tutti Stati europei. Oltre ai due paesi scandinavi, entrano in graduatoria Regno Unito, Portogallo, Cipro e Irlanda.

 

La Germania continua a rimanere in coda, confermando il 22° posto dello scorso anno, dopo un lungo periodo di leadership. Ha pesato sulla valutazione il rilancio del carbone, che ha fatto salire le emissioni e sta compromettendo l’obiettivo di riduzione entro il 2020 del 40% della CO2 rispetto al 1990. La Germania, con il trend attuale, si attesterebbe al 32%. Ecco perché ha presentato un nuovo piano nazionale sul clima lo scorso 3 dicembre a Lima, che prevede misure aggiuntive, volte alla riduzione delle emissioni soprattutto nel settore elettrico, al fine di centrare l’obiettivo.

L’Italia si classifica al 17° posto, grazie alla riduzione delle emissioni dovuta in particolare alla recessione economica. Ma se si considera solo la sua politica nazionale sul clima – afferma il Germanwatch – il nostro Paese retrocede in fondo alla classifica, occupando il 58° posto.

1 commento

  1. L’Italia è al 58mo posto su 58 stati considerati per la politica ambientale ossia all’ultimo posto!! . Non ne sarei così certo, visti gli incentivi generosi concessi per l’efficienza energetica ed il FV negli anni scorsi. .
    E’ però vero che non esiste alcuna pianificazione o piano organico ambientale con visione sistemica (o olistica ). In questo l’Italia sconta una arretratezza notevole sia culturale che di consapevolezza diffusa.

    La politica degli ultimi governi (Monti, Letta, Renzi) volta a rastrellare fondi ovunque, ha incentivato l’estrazione di idrocarburi anche in prossimità delle coste, con futuri danni x il turismo e questo non migliora certo l’ambiente. Le incentivazioni alle rinnovabili, e FV in particolare, sono state ridimensionate con la scusa che erano eccessive, ma l’obbiettivo vero era di salvaguardare gli investimenti fatti sulle c entrali a gas delle società energetiche, con il risultato di bloccare lo sviluppo de FV che era l’unica industria che tirava,

    Su lato trasporti siamo ancora fermi alla concezione di nuove autostrade, salvo poi averne costruite, come la BreBeMi , che restano inutilizzate. Questo, nonostante gli allarmi degli ecologisti riguardo il consumo inutile di suolo agricolo fra i più fertili.

    Il concetto di avere smart town senza auto è sconosciuto a tutti gli architetti e pianificatori italiani. D’altra parte senza una chiara politica della mobilità verde e con una potentissima lobby del cemento, non c’è partita.
    Il cammino è lunghissimo. C’è solo da sperare negli esempi dei paesi virtuosi.

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