Da 2.0 a 4.0: l’evoluzione della specie

  Quando qualche anno fa abbiamo varato, con l’entusiastico consenso del Presidente Zambrano e del Consigliere Fede,  l’ambizioso progetto per realizzare un periodico di informazione ambientale concepito specificatamente per il CNI e tutti gli ingegneri italiani, i tempi erano ben diversi. Diversità relative non tanto alle valutazioni sui trend dei cambiamenti climatici – rimaste ahimè sempre […]

Da 2.0 a 4.0: l’evoluzione della specie

 

Quando qualche anno fa abbiamo varato, con l’entusiastico consenso del Presidente Zambrano e del Consigliere Fede,  l’ambizioso progetto per realizzare un periodico di informazione ambientale concepito specificatamente per il CNI e tutti gli ingegneri italiani, i tempi erano ben diversi.

Diversità relative non tanto alle valutazioni sui trend dei cambiamenti climatici – rimaste ahimè sempre molto critiche – o sulle mancate adesioni internazionali ai programmi di mitigazione delle emissioni. La differenza principale è sull’accelerazione esponenziale dell’innovazione tecnologica nel grande processo di transizione energetica e nel complesso percorso della sostenibilità ambientale. Le cosiddette GreenTech hanno invaso il settore energetico, ambientale, della mobilità e dell’economia circolare.

 

Industria 4.0, “quarta rivoluzione industriale”, internet of things sono definizioni che stanno entrando sempre più decisamente nella nostra vita e, specialmente, nel nostro modo di lavorare e produrre. La cosiddetta “digitalizzazione della manifattura” appare un segmento talmente in evoluzione che un recente studio della statunitense Markets&Markets stima il suo incremento annuale, in Italia, del 14.72%. Secondo, poi, una definizione del Mise, il sistema dell’industria 4.0 consentirà una gestione più flessibile dei cicli produttivi –  attraverso  la connessione alla rete e l’accesso ai Big Data – permettendo alle aziende analisi complesse e adattamenti real-time. Nel suo Piano Nazionale Industria 4.0 il Mise punta a portare gli investimenti  in ricerca&sviluppo, entro il 2020, da 80 a 90 miliardi. Grande attenzione anche alla robotica ed all’intelligenza artificiale. Ma il ritardo da colmare, comunque, non è tanto sulle infrastrutture quanto sul capitale umano: mancano manager e professionisti con qualifiche adeguate. È ancora il piano nazionale Industria 4.0 a porsi come traguardo ravvicinato 200mila laureati «nel settore» e 3mila manager «specializzati nei temi della industria 4.0». E Marco Taisch, docente alla School of management del Politecnico di Milano, ci dice a riguardo «non basta investire sulle macchine connesse. Bisogna avere “persone connesse”, nel senso di professionisti e lavoratori capaci di muoversi all’interno dei nuovi sistemi». E il tema della trasformazione del lavoro appare, in questo quadro, molto delicato.  I timori sulla «robotizzazione» dei lavori hanno dato vita a indagini con risultati a volte contrastanti, ma una considerazione è assolutamente certa: entro breve buona parte delle professionalità tecniche dovrà modificare e verticalizzare le proprie competenze. In tal senso, ancora Taisch, invita a non confondere la cosiddetta «automatizzazione» con l’industria 4.0 in blocco. “Lavorare nell’Industria 4.0 non equivale a essere sostituiti. Si tratta piuttosto di aggiornare le competenze: domani ci sarà bisogno di interagire con la macchina, ad esempio, con la capacità di leggere i dati raccolti”.

 

Ed è proprio questa la scommessa che Rinnovabili.it ha raccolto.

Una vera e propria trasformazione che il nostro quotidiano segue ormai da tempo e che non poteva non coinvolgere anche il mensile del Consiglio Nazionale degli Ingegneri Obiettivo 2.0 che da questo numero diventa Obiettivo 4.0.

Più attenzione all’innovazione tecnologica, alla formazione, alle nuove competenze professionali e in particolare a quelle inerenti ai settori della sostenibilità ambientale ed energetica che di questa trasformazione costituiscono la vera e propria ossatura.

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