Le trappole del clima

Le trappole del clima
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In un’atmosfera resa cupa dal coronavirus, con “Le trappole del clima” Gianni Silvestrini e G.B. Zorzoli ci consentono di pensare positivo. Attraverso una ricostruzione storica delle principali tappe che hanno portato all’emergenza climatica, gli autori definiscono la strategia per affrontare le crisi del nostro presente. La scrittura è limpida e agile, e la lettura scorre veloce e piacevole. La parola è quasi sempre mescolata al dato, e questo è un pregio del libro, che àncora il ragionamento al numero e non all’emozione.

Questo modo di procedere, dopo aver esaminato le trasformazioni climatiche, economiche, sociali e le loro reciproche interazioni, porta a individuare nelle rinnovabili, nelle innovazioni tecnologico-organizzative (efficienza, economia circolare) e nel recupero del territorio i cardini di un nuovo mondo green, che gli autori intravedono e propongono, tuttavia precisando che questi strumenti non sono sufficienti.

Secondo Silvestrini e Zorzoli, «la green economy richiede una trasformazione anche sociale, che investe processi produttivi, prodotti, politiche regolative, stili di vita, uso del territorio (smart cities e smart land). Non può quindi essere pensata come un nuovo settore economico, che si affianca a quelli esistenti, bensì come la trasformazione evolutiva dell’economia tradizionale, energivora e poco rispettosa dell’ambiente, in un’economia responsabile e ambientalmente compatibile».

La strada è però lunga e tutta in salita. I problemi idrici, le migrazioni, l’avanzare dei cambiamenti climatici e i conseguenti fenomeni estremi che incidono direttamente sull’economia, aumentando le diseguaglianze e alimentando crisi, hanno originato il ritorno dei nazionalismi, ideologicamente contrari a forme di cooperazione su scala globale, cui si aggiunge la difficoltà ad abbandonare un modello di sviluppo che ha portato miliardi di individui a raggiungere un certo benessere, e altri miliardi a desiderarlo.

E poi c’è la disomogeneità dei continenti, anche tra quelli in via di sviluppo 

Da qui la necessità di un New Global Deal, che «deve proporre ovunque modelli di sviluppo che saltino a piè pari proprio quello che ha reso l’Occidente responsabile della maggior parte delle emissioni climalteranti: utilizzo, dove possibile, di fonti rinnovabili, tendenzialmente decentrate, senza però escludere grandi impianti; gestione ambientalmente razionale e sobria delle risorse, in buona misura ottenibile passando dal possesso dei beni all’accesso a servizi che li impiegano in modo più efficiente; forme di utilizzo di beni condivisi».

Tutto ciò va inoltre realizzato il più rapidamente possibile. Un altro pregio del libro è il riferimento continuo alla questione della scarsità del tempo a disposizione per agire. «Se si insiste a considerare la crescita economica come obiettivo primario, con cui vanno rese compatibili le politiche per contrastarlo, la riduzione delle emissioni climalteranti rischia di non essere abbastanza tempestiva e la crescita della temperatura globale continuerà inesorabilmente ad accelerare. Si è passati da una media di 0,007°C all’anno tra il 1900 e il 1950 a 0,025°C tra il 1998 e il 2016».

Il problema non è quindi solo agire. ma farlo rapidamente, perché la finestra per l’abbattimento delle emissioni si va chiudendo: «La crisi che ci troviamo di fronte, ormai in evidente accelerazione, non è solo ambientale, ma anche sociale ed economica, provocata da un modello di sviluppo distorto che sta mettendo a rischio i limiti di sicurezza per la sopravvivenza della società umana».  

Buona parte dell’inerzia e dei ritardi fin qui accumulati dipende dall’ambiguità della parola sviluppo, di fatto identificato col PIL, di cui gli autori ricostruiscono puntualmente la genesi (più recente di quanto si creda) e l’evoluzione, proponendo di affiancarlo con altri indicatori, come il Benessere Equo e Sostenibile (BES), messo a punto dall’Istat, formalmente adottata dalla legislazione italiana, in realtà mai preso in considerazione nel valutare l’impatto delle decisioni politiche, ancora basate soltanto sul PIL.

Per alleggerire il testo, accanto a innumerevoli riferimenti alla letteratura scientifico-economica recente o anche classica – John Stuart Mill o Keynes – non mancano riferimenti letterari, ad esempio ad Aldous Huxley o ad Amitav Gosh,  e due brevi scritti, uno di apertura  (“Il pessimismo della ragione”), l’altro di chiusura (“L’ottimismo della volontà”) dove la profondità dell’analisi si accompagna alla  gradevolezza dello stile, che nella conclusione diventa incalzante e invita   a guardare con fiducia alla possibilità di farcela,  perché, concludono gli autori, «la Storia ci dice che è possibile.

La Storia è ricca di situazioni in cui si è determinata una frattura tra gli individui e l’ordine vigente, che nasce da un disagio diffuso e da speranze che accomunano un numero sufficiente di persone, spingendole a ricercare una nuova solidarietà. Le speranze non sono mai soltanto razionali, si nutrono anche di sogni: si deve anche riprendere a sognare. Sì, a sognare, come suggerisce Papa Francesco: “se non siamo capaci di sogno non riusciamo a creare vita, a costruire il nuovo e l’insperato”. “Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso”. Lo ripeteva sempre Nelson Mandela. Senza “I have a dream”, la lotta per i diritti degli afroamericani avrebbe avuto lo stesso impeto?.

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