La lotta della Cina alle criptovalute ha la coda di carbone

Una fonte governativa di alto livello cinese spiega a Bloomberg perché Pechino ha deciso di rilanciare la crociata contro Bitcoin e altre criptovalute. L’aumento dell’estrazione illegale di carbone sarebbe alla base della scelta

Criptovalute: c’è il carbone dietro il giro di vite della Cina
Foto di Miloslav Hamřík da Pixabay

Dietro il monito di Pechino sul trading delle monete virtuali

(Rinnovabili.it) – Il 21 maggio il vice-premier cinese Liu He ha annunciato la repressione “severa” di attività come il trading di criptovalute. Bisogna difendere la stabilità finanziaria del paese e proteggerlo dai rischi, ha spiegato. Tre delle maggiori associazioni finanziarie cinesi (di proprietà statale) si erano mosse in anticipo il 18 maggio, consigliando ai loro membri di evitare qualsiasi attività di finanziamento legata alle monete virtuali. Si tratta della National Internet Finance Association of China, punto di riferimento per le aziende che forniscono servizi finanziari via web, la China Banking Association e la Payment and Clearing Association of China.

Tra questi annunci e le mosse di Elon Musk (che aveva sparato a zero sulle criptovalute pochi giorni prima), il valore dei Bitcoin, la moneta virtuale più diffusa, è crollato del 40%. Cosa c’è dietro la scelta di Pechino?

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La Cina non ha mai visto di buon occhio le criptovalute e da molti anni ha limitato o impedito il loro ingresso nel sistema finanziario nazionale, temendo di esporsi a speculazioni o azioni ostili da parte di altri Stati. Ma il paese asiatico è anche il principale luogo di mining al mondo: è proprio in Cina che viene “coniata” buona parte delle monete virtuali, grazie alla potenza di calcolo (hash rate) messa a disposizione e particolarmente conveniente per i “minatori” visti i bassi prezzi dell’elettricità.

Un’operazione, il mining, che richiede un’enorme quantità di energia per elaborare le operazioni crittografiche. Il carbone cinese finora ha fornito a basso costo l’elettricità necessaria. Adesso Pechino ha deciso di dare una stretta.

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Il boom delle criptovalute infatti ha alimentato un’ondata di estrazione illecita di carbone. Come spiega a Bloomberg una fonte cinese che ha partecipato a riunioni governative di alto livello sulla questione, le autorità “hanno deciso di agire dopo aver concluso che il picco del consumo di elettricità da server farm alla base di Bitcoin e altre monete è stato un fattore chiave alla base della crescente domanda di carbone in alcune parti della Cina”.

Una crescita che adesso Pechino prova a strozzare perché in contrasto con i nuovi obiettivi climatici (picco di emissioni nel 2030 e neutralità di carbonio entro il 2060). Chiave di volta della torsione verde cinese, ma anche suo punto dolente, è proprio la diminuzione del carbone nel mix elettrico. Un fronte su cui le autorità centrali spesso devono scontrarsi con le amministrazioni provinciali e locali, che preferiscono puntare sul combustibile fossile per alimentare l’economia locale invece di attenersi alle linee guida che arrivano dal ministero dell’Ambiente.  

L’aumento della domanda di carbone, continua la fonte di Bloomberg, ha spinto alcuni produttori a riavviare le miniere inattive senza l’approvazione ufficiale, portando a maggiori rischi per la sicurezza e un aumento degli incidenti mortali quest’anno. In mancanza di dati, ufficiali o non, resta però difficile stimare l’entità di questo fenomeno e quindi anche l’efficacia delle contromisure del governo.

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