Così il Green Climate Fund trucca la finanza climatica

Abusi di potere, ben poca trasparenza, pressioni politiche per assegnare i fondi e per ‘oliare’ il processo di controllo qualità dei progetti. Al GCF dovrebbero finire 100 miliardi di dollari l’anno

Il Green Climate Fund non funziona: la denuncia dei whistleblower
via depositphotos.com

Parlano ex dipendenti del segretariato del Green Climate Fund

(Rinnovabili.it) – I soldi che gli Stati mettono nel Green Climate Fund sono soldi buttati. A dirlo sono gli stessi tecnici che lavorano nel più grande fondo per il clima al mondo, dove vengono gestiti quei 100 miliardi di dollari l’anno promessi dai paesi con economie avanzate per aiutare la transizione ecologica di quelli in via di sviluppo. Anche se in realtà i miliardi che arrivano davvero sono molti di meno, il GCF resta uno dei principali motori dell’azione climatica globale.

La denuncia è raccolta da Climate Home News, che è riuscita a mettere gli occhi su alcuni documenti interni e a parlare con (ex) dipendenti del Green Climate Fund dietro garanzia di mantenerne l’anonimato. La loro opinione è molto chiara: finché non si fa una bella riforma del funzionamento dell’organismo intero è meglio che i finanziamenti climatici vadano a finire da un’altra parte.

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Quali sono i problemi? Gli ex dipendenti, riporta Climate Home News, lamentano mancanza di integrità nel vagliare i progetti e abusi di potere. Tutto ciò si riflette quindi in modo negativo sulla qualità dei progetti sul campo. I whistleblower ritengono che il Green Climate Fund non sarà mai in grado di rispettare davvero il suo mandato. La logica usata per selezionare i progetti da finanziare non seguirebbe criteri appropriati, visto che dall’interno del GCF arrivano pressioni per approvarli anche quando hanno impatti negativi.

E ancora, interferenze politiche nel processo di controllo della qualità dei progetti realizzati. Facilitate da un mandato con molti buchi, visto che non è sempre chiaro quali siano i compiti e le prerogative del board del GCF. La sua struttura di governance è unica in quanto un numero uguale di membri del board proviene da paesi sviluppati e in via di sviluppo, con tutte le aree geografiche rappresentate. L’intenzione era di autorizzare i beneficiari a dirigere i fondi dove erano più necessari. Quello che succede in realtà è la moltiplicazione delle ingerenze nel processo decisionale.

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