Governi e imprese green nel nuovo contesto globale

Per raggiungere i target che ci siamo dati al 2030 e al 2050 non possiamo puntare né sul modello tradizionale né sulla decrescita. Un modello alternativo esiste, ed è quello indicato dal Green Deal. La direzione è chiara, serve un patto che riunisca investimenti pubblici e privati ma soprattutto servono indicazioni politiche chiare

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di Isabella Ceccarini

(Rinnovabili.it) – «Esiste una terza via?» è la domanda posta da Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, intervenuto agli Stati Generali dell’Economia nell’incontro sul tema “Governi e imprese green nel nuovo contesto globale”. «La decrescita non va bene. Un modello alternativo esiste, ed è quello indicato dal Green Deal, dobbiamo trasformare i prodotti e renderli sostenibili, e convertire le fabbriche a un modello produttivo diverso. Per far questo servono grandi investimenti pubblici per la sostenibilità. Il superbonus, ad esempio – che prima sarebbe stato impensabile – è il minimo per raggiungere gli obiettivi di riduzione di CO2 nell’edilizia residenziale. La crisi generata dal Covid-19 può essere l’opportunità per fare infrastrutture per il trasporto pubblico, l’agricoltura, la digitalizzazione, l’energia, per la conversione industriale e residenziale.

Tuttavia, «non dobbiamo legare queste opportunità alla pandemia, sarebbe come legarle all’oggi, invece dobbiamo pensare al domani con approccio globale. La crisi economica è legata al Covid, quella ambientale no. Dobbiamo fare squadra come Paese, lo sviluppo sostenibile non è questione che riguarda un governo, ma le generazioni future».

Nel periodo 2014-2018 sono aumentate le emissioni inquinanti, negli ultimi sei mesi (secondo le proiezioni dell’ENEA) sono diminuite (-17% di CO2). La nostra economia si basa su un paradigma sbagliato: quando l’economia cresce inquina, quando si contrae calano le emissioni: l’attuale modello di sviluppo sta segnando il passo sia per il consumo di risorse che per la qualità della vita. L’Europa ha assunto un ruolo di leadership nella lotta al cambiamento climatico e in direzione della sostenibilità. L’Europa è povera di materie prime ma ricca di innovazione. Come fu leader per l’Accordo di Parigi sul clima nel 2015, ora punta sul Green Deal con l’obiettivo della neutralità climatica nel 2050. Un piano ambizioso che coinvolge tutti: industria, agricoltura (a cui è dedicata la strategia Farm to Fork), istituzioni, cittadini. «Il nuovo piano d’azione a cui si sta lavorando riguarda l’economia circolare con un altro approccio: prima si guardava al riciclo, ora si parte dalla progettazione di prodotti concepiti per essere riciclati e composti di materie prime riutilizzabili» ha spiegato Simona Bonafè, Commissione Ambiente del Parlamento Europeo. «Next Generation EU ha tracciato la direzione per ora e per i prossimi anni con il target del 37% per progetti a contrasto del cambiamento climatico». La direzione è chiara, serve un patto che riunisca investimenti pubblici e privati ma soprattutto servono indicazioni politiche chiare. 

L’impegno della Cina

Nonostante la pandemia sia ancora in corso, in Cina c’è un generale consenso per lo sviluppo sostenibile che ha fatto aumentare gli investimenti green. «La Cina mira a raggiungere la neutralità delle emissioni di CO2 nel 2060. Per questo adotterà misure più efficaci. Gli obiettivi fino a 2035 includono la trasformazione green nel settore delle produzioni energetiche e negli stili di vita. Raggiungere questi obiettivi richiede sforzi molto duri e azioni risolute, ma siamo convinti che l’economia verde sia un aiuto nella lotta al cambiamento climatico» ha dichiarato Sun Chengyong, Ministro Consigliere dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese

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Per Sigrid Kaag, ministra del Commercio estero e della cooperazione allo sviluppo dei Paesi Bassi, «Italia e Olanda sono allineate sugli obiettivi climatici. La pandemia colpisce ovunque, ha dimostrato che in questo siamo tutti uguali». È il momento della collaborazione sia a livello di governi che europeo, della condivisione dei saperi. «Come adattarsi al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità e alle conseguenze del riscaldamento globale? Questa è la prima e più importante sfida per il futuro delle giovani generazioni, dobbiamo invertire la rotta e fare di più per raggiungere gli obiettivi sul clima. L’economia circolare dimostra che possiamo lavorare per l’ambiente: mentre siamo nel pieno di una crisi sociale ed economica la nostra missione è andare verso la green economy con l’innovazione, le competenze tecnologiche, gli incentivi fiscali».    

Secondo Roberto Luongo, direttore generale ICE Agenzia, «spesso siamo primi in green economy ma non lo sappiamo e non lo comunichiamo. L’Italia è un player mondiale per il tecnologico connesso al settore green. Abbiamo più di 940 startup che lavorano in tecnologie green, che vanno dal tessile all’agroalimentare». Ma siamo forti anche in biotecnologie marine ed energie rinnovabili. Per far emergere la realtà italiana della green economy, l’ICE sta attuando un Programma per promuovere in tutto il mondo le nostre filiere green. «Vogliamo mettere insieme università, centri di ricerca e imprese in una rete di collaborazioni mondiali. Spesso i manager sono così avanti che devono fare appelli al governo perché acceleri: questa è una green generation non solo per l’età, ma per la vision». 

«Non c’è qualità senza sostenibilità» esordisce Andrea Illy, chairman di Illy Caffè. «Illy è una benefit corporation che cura la sostenibilità delle filiere dalla pianta alla tazzina». Illy impiega da tempo pratiche agronomiche migliorative sia per l’impatto ambientale che nutrizionale, grazie alle quali ottiene un prodotto privo di residui. «Il nostro obiettivo è la qualità sostenibile. Non siamo proprietari delle piantagioni ma condividiamo un know-how e abbiamo una filiera certificata innovativa (responsible supply chain)». Illy ha studiato il ciclo del carbonio (attraverso le piante il terreno assorbe l’anidride carbonica, un arricchimento che va ad alimentare il microbiota del suolo) per l’agroforestazione (coltivazione combinata di specie arboree e/o arbustive perenni con seminativi e/o pascoli sulla stessa superficie): «La decarbonizzazione è una priorità assoluta. L’agricoltura è responsabile del 25% delle emissioni di gas serra. Solo un nuovo modello di agricoltura rigenerativa può invertire il ciclo, perché il binomio salute del suolo e salute umana è inscindibile».  Secondo questo modello di Virtuous Agriculture, con l’agricoltura carbon based si ottiene una migliore conservazione dell’acqua, un aumento della biodiversità, della fissazione dell’azoto e delle difese naturali contro gli agenti patogeni: tutti fattori che riducono la dipendenza dall’agrochimica.

Le imprese rigenerative

La felicità dipende dal benessere fisiologico e da una buona prospettiva di futuro. In base a questi principi, un gruppo di imprenditori italiani – Davide Bollati (Davines Group), Maria Paola Chiesi (Chiesi Group), Andrea Illy (Illy Caffè e Fondazione Ernesto Illy), Francesco Mutti (Mutti SpA), Oscar Di Montigny (Mediolanum e Flowe), Nativa (partner italiana di B Lab) e Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – ha lanciato il progetto Regeneration 2030 con tre focus principali (felicità mondiale, economica rigenerativa, lotta al cambiamento climatico) tra loro interconnessi da affrontare con approccio olistico e concreto. L’obiettivo è la diffusione delle conoscenze disponibili per cambiare i comportamenti di consumo e indurre le imprese a diventare rigenerative.

«Enel ha una forte reputation per l’impegno green» ha ricordato Carlo Tamburi, amministratore delegato di Enel Italia. I piani futuri dell’azienda si inseriscono nelle politiche dei governi e dell’Europa, ma la preoccupazione è la scarsa concretezza della politica italiana. Gli obiettivi sono bellissimi, ma senza pragmatismo gli sforzi giganteschi di riconversione del parco centrali e degli stili di vita rischiano di rimanere parole senza concretezza: fissiamo gli obiettivi ma in concreto non li realizziamo, schiacciati da una frammentazione di competenze. Dobbiamo imparare a fare sistema paese: il Governo ha dato segnali incoraggianti che poi si scontrano con le amministrazioni regionali e locali. Ad esempio, la chiusura delle centrali a carbone e la loro riconversione con energie rinnovabili è rallentata dalle autorizzazioni. 

Tutti devono puntare alla decarbonizzazione, non solo il comparto dell’energia. Pensiamo alla mobilità elettrica, alla rete infrastrutturale, all’edilizia, all’agricoltura: il nodo vero è trasformare gli obiettivi in atti concreti. «Enel porta avanti un programma di decarbonizzazione e digitalizzazione: sta chiudendo le centrali a carbone per sostituirle con quelle a energie rinnovabili, spingendo la domanda di comportamenti virtuosi dei clienti; a proposito di trasporti, stiamo predisponendo un piano per la distribuzione delle colonnine per le auto elettriche e stiamo pensando a un progetto analogo per la nautica; cerchiamo di incoraggiare i comuni a un graduale rinnovo dei mezzi di trasporto pubblico locale. Al centro di tutto è sempre il potenziamento della rete. Stiamo lavorando col governo per dare idee, abbiamo un grande progetto di pannelli fotovoltaici a Catania che avrà bisogno dei fondi del Recovery Fund». 

Al 30 settembre la domanda complessiva di energia del Paese era diminuita del 7%, da ottobre si sta tornando ai vecchi livelli, ora siamo di nuovo in un momento di pausa di alcune attività che potrebbe ribassare le stime. Significativi i dati al rialzo dello scorso agosto: molte aziende non hanno fatto ferie né chiusure per recuperare le perdite, segnali di un Paese che ha voglia di ricominciare. «La sostenibilità fa bene alle imprese, non è un costo né tema di marketing o di comunicazione: Enel è stata apprezzata dagli investitori (Enel ha emesso green bond e SDGs bond) per il suo impegno in sostenibilità e innovazione. La green economy può essere strategica per le produzioni italiane: c’è consapevolezza degli obiettivi, facciamo uno sforzo per renderli operativi». 

La bioeconomia per la salute del suolo

«La bioeconomia che mette al centro la salute del suolo è essenziale per il Green Deal, per arginare il cambiamento climatico e aprire la strada a una nuova politica industriale che renda possibile fare di più con meno» sostiene Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont. La crisi della pandemia è piombata con violenza sulle nostre vite evidenziandone fragilità e bassa resilienza. «È il momento di esprimere piani di ripresa adeguati ma soprattutto servono solidarietà e una visione a lungo termine con ricadute già nel breve su cui appoggiare altre innovazioni. Progettiamo un futuro con istituzioni sane e servizi di pubblica utilità, ridiamo valore alla competenza e ad una formazione capace di connettere tra loro discipline diverse.  Va attuato un processo trasformativo sistemico che comprenda acqua, attività antropiche, abitudini alimentari e ponga un limite allo sfruttamento. L’Italia può essere un driver per la bioeconomia, ma servono politiche coerenti che considerino una priorità la salute delle persone e rigenerazione del suolo». 

La mobilità riguarda anche quella ferroviaria. Lorenzo Radice, responsabile Ambiente di Ferrovie dello Stato, sottolinea che «gli obiettivi di sostenibilità di lungo periodo sono quelli strategici del gruppo». Bisogna incrementare la mobilità alternativa, mentre cresce l’uso dell’auto per timore della pandemia. C’è ancora poca fiducia, noi cerchiamo di invertire la tendenza: in treno l’ambiente è sanificato e il distanziamento è assicurato». Per il cambiamento climatico non c’è altro vaccino che il cambio delle nostre azioni e delle nostre politiche. «Siamo il primo grande investitore del Paese e vogliamo investire il Recovery Fund per migliorare le infrastrutture». 

La collaborazione tra filiere diverse

Per l’ammministratore delegato di Nextchem, Pierroberto Folgiero, «il problema non sarà trovare il capitale, ma trasformarlo in crescita. Se vogliamo fare investimenti oggi bisogna unire l’economia circolare alla chimica, un avvicinamento che può essere parte del programma per la ripartenza dell’Italia. La chimica è trasformazione, il punto è produrre molecole non da idrocarburi: l’idrogeno carbon neutral è l’esempio della connessione tra chimica ed economia circolare». Folgiero auspica la collaborazione tra filiere diverse, che devono interfacciarsi per disegnare una transizione energetica in chiave industriale: «Oggi i nuovi impianti di chimica verde devono essere vicino alle discariche, agli impianti di trattamento dei rifiuti, alle produzioni industriali per utilizzarne i rifiuti, alle produzioni agricole di cui recuperare gli scarti».

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Maria Paola Chiesi, Shared Value&Sustainability Head, Chiesi Farmaceutici: «Il settore farmaceutico vive di complessità normativa e tempi lunghi. Ma il cambiamento deve essere portato avanti». Chiesi è un’azienda privata fondata nel 1935, B Corp certificata, il 52% degli addetti sono donne, il 20% del fatturato viene reinvestito in R&S. «Per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2035, abbiamo fatto un grande investimento. Il prodotto di punta sono gli inalatori a baso contenuto di carbonio (puff per asmatici): qui abbiamo deciso di rivedere processi e produzioni in una catena del valore sostenibile che arriva al fine vita dei farmaci, che sono rifiuti speciali».

«Acea si è sempre occupata di green economy. Ora lo facciamo in modo più strutturato e lo misuriamo, abbiamo investito 2,1 miliardi di euro per raggiungere i target di sostenibilità di sette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030. Ci siamo impegnati per il recupero delle perdite idriche (da ridurre in cinque anni), l’efficientamento dei sistemi di depurazione, la sostituzione dei contatori idrici e elettrici; abbiamo investito nella resilienza delle reti elettriche per ridurre il rischio di default e per produrre energia da fonti rinnovabili», spiega Giuseppe Gola, amministratore delegato Acea.

Jeffrey Sachs direttore del Center for Sustainable Development, Columbia University, conclude affermando con rammarico che «il clima non è stato in agenda per i candidati alla presidenza degli Stai Uniti. Anche se molti americani ritengono che il clima sia un problema serio, nella realtà non influisce sul voto». L’Europa sta dimostrando di essere in grado di avere la leadership della green economy. Credo che possa agire per rendere il mondo più sicuro, il Green Deal è un grande sforzo per un piano ambizioso. Lavoriamo insieme a una iniziativa comune».

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