Obiettivi accordo di Parigi portano un aumento di 8 mld di occupati al 2050

L’analisi realizzata da Rff-Cmcc european institute on economics and the environment (Eiee). I posti di lavoro potrebbero passare dagli attuali 18 milioni ai 26 milioni se rispettassimo il target di limitare l’aumento della temperatura globale a due gradi centigradi. Servirebbero politiche climatiche efficaci e stringenti e la maggior parte dei posti di lavoro nel settore dei combustibili fossili andrebbe persa. La totalità dei posti di lavoro del comparto energetico per l’84% sarebbe nel settore delle energie rinnovabili, l’11% in quello dei combustibili fossili e il 5% nel nucleare

accordo di Parigi
Foto di Bruno /Germany da Pixabay

di Tommaso Tetro

(Rinnovabili.it) – Raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi porterebbe a un incremento di 8 milioni di posti di lavoro entro il 2050 nel settore dell’energia. Questo quanto emerge da un’analisi del sistema energetico globale e dell’impatto delle diverse politiche climatiche ed energetiche, in uno studio – pubblicato sulla rivista ‘One Earth’ – realizzato da Rff-Cmcc european institute on economics and the environment (Eiee) in collaborazione con la university of British Columbia, Vancouver, e Chalmers university of technology, Gothenburg. I posti di lavoro – viene spiegato – potrebbero passare dagli attuali 18 milioni ai 26 milioni se rispettassimo il target di limitare l’aumento della temperatura globale a due gradi centigradi.

Attualmente, si stima che circa 18 milioni di persone lavorino nell’industria dell’energia – afferma Johannes Emmerling, ricercatore a capo dell’unità Low carbon pathways di Eiee e corresponding author dello studio – un numero probabilmente destinato ad aumentare, fino ad arrivare a 26 milioni di persone impiegate nel settore energetico, se raggiungeremo i nostri obiettivi climatici globali. Il settore manifatturiero e quello delle rinnovabili potrebbero potenzialmente assorbire fino a un terzo del totale di questi posti di lavoro, per i quali i diversi Paesi potrebbero arrivare a competere anche in termini di localizzazione”.

Leggi anche Flop del G20 Clima, a Napoli salta l’accordo sui punti chiave

Quello che servirebbe sono politiche climatiche efficaci e stringenti – si osserva – e la maggior parte dei posti di lavoro nel settore dei combustibili fossili andrebbe persa con il tramontare di questo comparto, in molti Paesi questa perdita potrebbe essere compensata dalle nuove opportunità di lavoro offerte dal settore delle energie rinnovabili. Attualmente, oltre 12 milioni di persone lavorano nei settori energetici del carbone, del petrolio e del gas naturale. Le ripercussioni più importanti si potrebbero avere nel numero di posti di lavoro del settore energetico, che vedrebbero scomparire vecchie industrie.

In base ai risultati dello studio nel 2050 la totalità dei posti di lavoro del comparto energetico per lo scenario “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi”dell’Accordo di Parigi, l’84% sarebbe nel settore delle energie rinnovabili, l’11% in quello dei combustibili fossili e il 5% nel nucleare. Inoltre, mentre i posti di lavoro nel settore dei combustibili fossili, in particolare quelli del settore estrattivo, che costituiscono l’80% degli attuali posti di lavoro del settore, diminuirebbero molto rapidamente, sarebbero compensati da un aumento del numero di posti di lavoro nei comparti dell’energia solare ed eolica.

Una grossa fetta della crescita del numero di nuovi posti di lavoro nel solare e nell’eolico, pari a 7,7 milioni di posti nel 2050, sarebbero nel comparto manifatturiero, che non è soggetto a vincoli geografici, e che pertanto potrebbe portare a una competizione tra i Paesi per accaparrarsi questi nuovi posti di lavoro. I risultati mostrano anche come, a livello regionale, il Medio Oriente, il Nord Africa e gli Stati Uniti potrebbero essere interessati da un notevole aumento complessivo dei posti di lavoro del settore energetico, con l’espansione delle energie rinnovabili, mentre la Cina potrebbe subire una sostanziale perdita di posti di lavoro con il declino del settore del carbone.

“La transizione energetica – aggiunge Emmerling – è studiata con modelli sempre più dettagliati, risoluzioni spaziali, scale temporali e dettagli tecnologici sempre maggiori. Tuttavia, la dimensione umana, i temi dell’accesso all’energia, della povertà e anche le implicazioni per il mondo del lavoro sono spesso considerate ancora con un livello di dettaglio insufficiente. Con il nostro studio abbiamo contribuito a colmare questa lacuna mettendo insieme e utilizzando un grande set di dati, per molti Paesi e tecnologie”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui