Taglio dei sussidi fossili e spinta all’economia circolare, la Manovra come dovrebbe essere

La nuova Legge di Bilancio vale 40 miliardi; sarà in linea con il Recovery plan. Ora, se fosse scritta con la penna ‘verde’ sarebbe all’insegna dello sviluppo sostenibile e della difesa del territorio dai cambiamenti climatici. Invece sarà di un provvedimento di ‘resistenza’ e non di ‘resilienza’

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Foto di Jazi Araújo da Pixabay

di Tommaso Tetro

La nuova Manovra vale vale 40 miliardi di euro

(Rinnovabili.it) – Una Manovra in linea con il Recovery plan. Ma scritta con la penna ‘verde’ sarebbe all’insegna dello sviluppo sostenibile, con quei principi atlantici dal respiro europeo che guardano al futuro proiettando l’intero sistema dentro il nuovo secolo. Una Legge di Bilancio di questo tipo avrebbe in testa due capitoli di norme dedicate all’ambiente, in senso ampio. Il primo è il taglio dei sussidi alle fonti fossili; il secondo una spinta ‘vera’ all’economia circolare.

Partendo dai dati reali, la prossima Manovra – la prima elaborata nell’era post-moderna piagata dagli effetti del coronavirus – sfiorerà i 40 miliardi; una bella fetta sarà in extra-deficit, per oltre 20 miliardi (dovrebbe essere di 22 miliardi lo scostamento chiesto con la Nota di aggiornamento al Def, il Documento di economia e finanza, al voto del Parlamento). Poi un contributo non indifferente, intorno ai 15-17 miliardi, sarà costruito insieme alle valutazioni dell’Europa e saranno i primi ‘aiuti’ a fondo perduto che arriveranno per l’Italia. Bisogna chiudere il cerchio e definire il Documento programmatico di bilancio (Dpb) per un consiglio dei ministri che presumibilmente dovrebbe esser fissato per venerdì. In tempo affinché venga varato, e inviato alla commissione Ue. Un viaggio in cui dovrebbe accompagnarlo anche il Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr), il nostro Recovery. Un salvadanaio da 209 miliardi, che per il 20% è destinato al digitale e quasi il 40% alla transizione ambientale, meglio ecologica. Un salvadanaio pieno di soldini, da rompere non appena sarà possibile.

Alla base della prossima Legge di Bilancio dovrebbero esserci per ora alcuni capisaldi: assegno unico per i figli (con un Fondo dedicato e un’aggiunta di 6 miliardi in più), conferma del taglio del cuneo fiscale e dello sconto del 30% sui contributi al Sud (con un peso di circa 5 miliardi), aiuti significativi per i lavoratori e per i settori ancora in difficoltà. In particolare la proroga della Cassa integrazione gratuita per le categorie più colpite che da sola dovrebbe occupare un 10% delle risorse totali, pari a circa 4 miliardi. Inoltre si sta valutando l’ipotesi di prorogare la moratoria sui prestiti e sui mutui delle Pmi che scade il 31 gennaio e che ha richieste per 300 miliardi, a cui bisogna aggiungere 88 miliardi di richieste al Fondo di garanzia per le Pmi, e 15 miliardi di garanzie emesse da Sace. Mentre per le imprese dovrebbe esserci un rafforzamento e la proroga del programma Impresa 4.0, pronto a diventare Transizione 4.0, così per dargli una spolverata ecologica. Un pezzetto sarà incentrato sul superbonus al 110% per le eco-ristrutturazioni: prevista una probabile proroga che vada oltre il 2021.

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Insomma una Manovra di resistenza, che cerca di superare il frangente storico ristorando chi sta pagando il prezzo più alto da questa crisi. L’intento del governo in ogni caso è però chiaro: continuare a sostenere il più possibile l’economia per uscire dalla crisi, arrivare alla riforma fiscale in attesa (prima) della sforbiciata all’Irpef che dovrebbe esser pronta, grazie a una delega fiscale, da gennaio del 2022.

Resistenza perciò, ma non resilienza. Che è quella di cui avrebbe bisogno il Paese. Ma la società è pronta a una Manovra di questo tipo? Cioè a una serie di norme che guardino dallo specchietto retrovisore le politiche economiche proprie di uno schema lineare e figlie di un periodo storico ormai vecchio. C’è lo spazio per impegnare le risorse, oltre che nella continuazione della protezione di chi è in difficoltà, nella trasformazione del nostro sistema sociale e economico per fare un salto di qualità diventato tanto necessario quanto urgente. Il piano europeo, l’intreccio del Green deal targato Ursula von der Leyen e del Next Generation Eu, sono lo start da cui ripartire pensando a una visione dell’Italia al 2030, alla coerenza e all’efficacia delle politiche, alla trasparenza e alla semplificazione.

Tanto per cominciare bisognerebbe, in una Manovra ‘green style’, intervenire sulla decarbonizzazione dell’economia aggiornando il Piano integrato energia e clima ai obiettivi Ue, prevedendo una sezione speciale per una Strategia per le città, ed entrando nel dettaglio per le 14 aree metropolitane del nostro Paese. Poi spazio all’economia circolare, quella che non spreca le risorse, anzi le recupera per farne nuova materia da riutilizzare nel ciclo produttivo: si potrebbe cominciare con una serie di incentivi per spingere davvero la filiera ‘industriale’ dei rifiuti, quella che sta tra il cassonetto della spazzatura e una discarica lontana, con impianti specifici per esempio per l’organico (per esempio biodigestori per creare biogas da usare al posto del metano o per far camminare le auto) e di tutti quei materiali che se ben differenziati sono carburante fresco per le imprese della green economy.

Tagliare i quasi 18 miliardi di sussidi ai fossili, convertendo quei fondi in una riduzione del costo del lavoro. Ma una Manovra verde dovrebbe contemplare anche una semplificazione nelle autorizzazioni, ma non nei controlli, agli impianti di energia da fonti rinnovabili; un ‘ancora’ bonus, questa volta ‘sano’, alla sostituzione dei veicoli inquinanti e quindi esclusivamente per l’acquisto di un mezzo elettrico; il rinnovo del Trasporto pubblico locale; l’introduzione di una carbon tax che misuri in modo obiettivo l’indice di inquinamento dei consumi, integrando – se possibile – anche un aumento dell’Iva sui prodotti ad alto contenuto di CO2 per abbassarla, rimodulandola, su altre categorie merceologiche; investire in opere di contrasto al dissesto idrogeologico, pensando anche un miglioramento del sistema idrico nazionale; un superbonus al 110% per l’efficienza energetica delle case che sia strutturale; la riconversione industriale di alcune aziende in crisi, ristorando i lavoratori e inserendoli in un percorso di formazione volto alla nuova formula, come potrebbe essere per l’ex Ilva ma anche per la nuova Alitalia; la lotta alle diseguaglianze, alla povertà, e il raggiungimento di una reale parità di genere e di retribuzione tra uomo e donna; il recupero del divario tecnologico, concentrandosi sul digitale, la ricerca e l’istruzione.

Ora se la società sia (forse) pronta a tutto questo è difficile saperlo. Di sicuro, lo desidera. Chi non vorrebbe vivere meglio, e pensare al benessere prima ancora che al reddito. Ma, un articolato di un certo rango ecologico e che si rispetti, di fatto non più una Manovra pensata a occhi chiusi ma una legge che di anno in anno declini lo Sviluppo sostenibile in norme – e che tenga poi fede alle indicazioni in essa contenute – è per ora soltanto un desiderata. Sulla carta. E non ancora ‘bollinata’.

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