Costruttori di fronte all’emergenza coronavirus: produzione 2020 crollata del 13%

Assemblea dell’Ance. Il presidente Buia parla del calo per quest’anno e ci aggiunge il meno 33% registrato negli ultimi 12 anni. Poi la denuncia sullo spreco di risorse: in 10 anni sono stati spesi soltanto 1,5 dei 6 miliardi di fondi destinati alla prevenzione del rischio idrogeologico

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Foto di PixelAnarchy da Pixabay

di Tommaso Tetro

(Rinnovabili.it) – La crisi aggredisce anche i costruttori. Di fronte all’emergenza coronavirus la stima di produzione è in calo del 13% per il 2020. Si allunga la scia di riduzione, sommandosi al meno 33% negli ultimi 12 anni. E’ così che viene aperta l’assemblea pubblica ‘Ri-generazione Italia’ dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili); e il presidente Gabriele Buia che parla subito chiaro, rivolgendosi al governo: “Chi è riuscito a reggere questa onda d’urto ha sicuramente bisogno di sostegno e non di mazzate ulteriori”.

In giorni di Recovery fund, e di soldini per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile sentire Buia che parla di spreco di risorse fa male. “Sono anni che le risorse destinate alla prevenzione del rischio idrogeologico non vengono spese – dice Buia – dopo 10 anni, sono stati spesi solo 1,5 dei circa 6 miliardi di euro stanziati”. L’Ance fa presente che dei 5.890 milioni di euro programmati a partire dal 2010 le Regioni hanno speso solo il 26,3%, pari a 1.531 milioni. C’è una spiegazione che racconta molto dello stato dell’arte italiano: “Persistono procedure di approvazione farraginose, carenze di progettazione e lentezze nell’esecuzione degli interventi. Una situazione aggravata dalla soppressione nel luglio 2018 di Italia sicura, la Struttura di missione della presidenza del consiglio dei ministri con compiti di coordinamento e pianificazione”.

Secondo i dati dell’Ance negli ultimi quattro anni sono stati “complessivamente 148 i miliardi di euro di investimenti rimandati”. Ma non si ferma qui. Sono necessari 310 giorni in media per le decisioni sui mega-fondi per le infrastrutture della presidenza del consiglio. Un esempio sono i 43,6 miliardi stanziati dalla Legge di Bilancio 2019: ci sono voluti 235 giorni tra i pareri del Parlamento e il decreto; l’anno precedente erano stati 397 giorni per 36,1 miliardi. Mentre per i 20,8 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture della Legge di Bilancio 2020, la previsione dell’Ance è di un’attesa del decreto di 340 giorni.

Il ragionamento sottointeso è che non si faccia lo stesso con le risorse Ue: perché il Recovery fund deve finanziare la ‘ri-nascita’ di infrastrutture, città e territori in chiave di sviluppo sostenibile. “O queste risorse sono destinate ad un ampio programma di ri-generazione del Paese, oppure siamo definitivamente fuori dai giochi”. Chiama in causa anche la presidente della commissione Europea Ursula von der Leyen che ha definito il settore delle costruzioni “un asse fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità”, e ha richiamato “la necessità di dare vita a una grande ondata di rinnovamento urbano”.

In chiave di efficienza energetica, il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha messo in chiaro che il superbonus al 110% nel 2021 è già esistente; e che per prorogarlo si potranno usare le risorse dell’Europa. D’accordo sulla proroga anche la ministra delle Infrastrutture e dei trasporti Paola De Micheli che dice di essere al lavoro per trovare le risorse. Ma è sulla rigenerazione urbana e i subappalti (su cui si può “trovare un punto di equilibrio”) che promette un confronto aperto: “Ho chiesto di convocare subito il tavolo perché abbiamo anche dei testi parlamentari molto utili per poter arrivare a un punto di mediazione che garantisca la tutela dei centri storici e la possibilità dentro la città di veder rigenerate le aree che stanno diventando degradate”.

Una promessa sulle città che sembra fare eco alle parole del presidente dell’Ance, quando aveva detto che al nostro Paese manca un progetto organico di “città italiana” nonostante “nel XV secolo siamo stati gli ideatori materiali e culturali della città ideale”. Ma è inutile pensare a “un futuro avveniristico se ancora le città sono regolate dalle norme del ‘42 e del ’68 concepite per rispondere ai fabbisogni di un’altra epoca storica”.

Questo è – conclude Buia – un momento “decisivo” in cui è “necessario compiere scelte coraggiose e ascoltare la voce di chi vive sulla propria pelle gli effetti di quelle decisioni. Non possiamo continuare a fare gli errori di sempre. L’Italia non può e non deve fermarsi ancora. Abbiamo gli strumenti per continuare a lavorare in sicurezza, manteniamo i nervi saldi”.

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