
L’aumento delle temperature globali e la frequenza crescente di disastri naturali potrebbero compromettere la sostenibilità del debito sovrano di molti paesi. Italia inclusa. Che spicca come uno dei paesi più vulnerabili all’impatto del cambiamento climatico sulla stabilità economica mondiale. A rischio c’è il 22% del PIL del Belpaese. Anche in uno scenario di emissioni moderate.
È il messaggio di fondo di un’analisi pubblicata dal think tank economico Bruegel di recente.
Un modello per valutare i rischi del cambiamento climatico sul debito
Gli autori dello studio hanno utilizzato il modello RICE50+ per sovrapporre scenari climatici all’analisi della sostenibilità del debito. Si tratta di un modello di valutazione integrata multiregionale (comprende oltre 50 regioni e paesi). Di solito viene usato per studiare la crescita economica, le emissioni di gas serra, i costi di mitigazione e gli impatti economici dei cambiamenti climatici in un quadro di ottimizzazione costi-benefici.
L’approccio scelto da Bruegel consente di valutare come diversi percorsi socioeconomici e livelli di emissioni di gas serra possano influenzare la crescita economica e, di conseguenza, la capacità dei governi di gestire il proprio debito.
Sono 2 gli scenari principali considerati dagli autori:
- SSP2-RCP4.5: un percorso con tendenze socioeconomiche moderate e un aumento medio della temperatura di circa 2,5°C entro il 2100; si tratta grossomodo della traiettoria su cui ci troviamo ora.
- SSP3-RCP7.0: uno scenario dove la “rivalità regionale” rallenta la transizione e porta a emissioni elevate, con un aumento medio della temperatura di circa 3,4°C entro la fine del secolo.
Per ciascuno di questi scenari, sono state considerate due ipotesi sull’impatto delle emissioni sulla produzione economica: una con effetti “piccoli” e un’altra con effetti “grandi”.
Italia: a rischio il 22-32% del PIL
L’Italia emerge come uno dei paesi più vulnerabili nell’analisi di Bruegel. Secondo le proiezioni, in uno scenario con impatti climatici elevati (SSP3-RCP7.0) e senza misure di adattamento, il PIL italiano potrebbe ridursi fino al 32% entro il 2100.
Ma anche in scenari meno estremi, le perdite di PIL potrebbero raggiungere il 22%.
Queste riduzioni della crescita economica avrebbero un impatto diretto sulla sostenibilità del debito. Per mantenere il debito sotto controllo, l’Italia dovrebbe raggiungere un saldo primario (l’eccedenza delle entrate sulle spese, al netto degli interessi) del 3,4% del PIL nello scenario peggiore. Si tratta di un obiettivo ambizioso, considerando che il saldo primario storico dell’Italia è stato in media dell’1%.
L’adattamento è solo una soluzione parziale
Lo studio di Bruegel sottolinea che l’adattamento al cambiamento climatico può mitigare alcuni degli effetti negativi sulla crescita economica e sulla sostenibilità del debito, ma non rappresenta una soluzione definitiva.
Le misure di adattamento sono suddivise in:
- Adattamento reattivo: interventi successivi a eventi climatici estremi, come i soccorsi post-disastro.
- Adattamento proattivo: investimenti in infrastrutture e tecnologie per prevenire o ridurre gli impatti climatici, come la costruzione di barriere costiere.
Per l’Italia, i costi totali dell’adattamento sono stimati tra lo 0,12% e lo 0,16% del PIL, con una suddivisione tra misure proattive, reattive e rafforzamento della capacità adattativa. Tuttavia, anche con l’implementazione di queste misure, il saldo primario necessario per stabilizzare il debito si ridurrebbe solo marginalmente, passando dal 3,4% al 3,0% del PIL nello scenario peggiore.