
L‘India ha affossato il trattato sulla plastica, una decisione destinata probabilmente ad apportare più danni che benefici al Paese asiatico. Il governo di Nuova Delhi è stato tra quelli ad opporsi a un accordo globale sulla limitazione dei rifiuti in plastica durante i negoziati di agosto a Ginevra.
Il negoziato sulla riduzione dell’inquinamento da plastica
Dal 5 al 14 agosto durante i colloqui organizzati dall’ONU in Svizzera le delegazioni di 179 Paesi e gli esponenti di organizzazioni scientifiche ambientaliste e delle industrie si sono incontrati per contrattare il testo del trattato. L’appuntamento di Ginevra era considerato l’ultima chance per arrivare a un accordo, dopo il fallimento del 2024 e dopo anni di trattative estenuanti e infruttuose.
La maggior parte delle nazioni riunite a Ginevra era desiderosa di arrivare a un accordo davvero significativo ma Stati Uniti, Arabia Saudita, Kuwait e altri Paesi esportatori di petrolio hanno insistito sul fatto che il trattato dovesse limitarsi ai rifiuti e al riciclo e non mettere un freno alla produzione di plastica vergine e di sostanze chimiche tossiche utilizzate per realizzare i prodotti in plastica.
Poco prima che si chiudessero i colloqui è circolata una bozza di trattato assai più indebolita rispetto a quanto auspicato dagli Stati della High Ambition Coalition, un gruppo di 100 nazioni di cui fanno parte UE, Gran Bretagna, Canada, Giappone e altri piccoli Stati insulari. Questa versione poneva l’accento sulle misure da adottare in maniera volontaria dagli Stati, non includeva controlli sulla produzione o meccanismi di responsabilità. Dall’altra parte della barricata c’era invece il gruppo dei Like Minded Countries, formato appunto da Arabia Saudita, Iran, Kuwait, Bahrain, Cina e Cuba, contrari a qualsiasi taglio alla produzione di plastica.
L’India e il trattato sulla plastica
Il governo di Nuova Delhi si è allineato al gruppo dei Like Minded Countries, dando priorità allo sviluppo economico interno. L’India in merito al trattato sulla plastica ha portato avanti questa tesi: non possiamo sacrificare le industrie tanto importanti per la crescita economica del Paese in nome dell’ambiente, ancor più se si considera che milioni di cittadini indiani non dispongono ancora di mezzi di sussistenza sicuri e di servizi essenziali. Un argomentazione, in linea di principio, non contraria a quella avvalorata storicamente dagli Stati a basso reddito e meno industrializzati. Per tali Paesi, le responsabilità nella governance ambientale andrebbero sì condivise ma differenziate.
Tuttavia, la tesi indiana potrebbe correre il rischio di danneggiare gli stessi cittadini indiani. Come ha spiegato Sherley Hepsiba Dokiburra in un articolo di commento su The Diplomat, la difesa della plastica da parte dell’India è una difesa dell’accumulazione, la quale scarica il peso ecologico sui poveri, rafforzando le stesse disuguaglianze che lo sviluppo dovrebbe e avrebbe dovuto già in parte eliminare. La plastica genera profitti a breve termine per le industrie ma aggrava l’inquinamento, comporta problemi per la gestione della sanità pubblica e approfondisce le crisi ecologiche. Tutto questo si ripercuote in modo sproporzionato proprio sulle categorie sociali più svantaggiate e vulnerabili.
L’India e la policy sulla plastica
Nel 2022 l’India ha introdotto le Plastic Waste Management Amendment Rules. Le norme vietato 19 categorie di plastica monouso ma l’applicazione delle regole varia da stato a stato. Tra i prodotti vietati non ci sono, ad esempio, le bottiglie di plastica, nemmeno quelle inferiori a 200 ml, e le scatole di imballaggio multistrato. Come sottolinea questo studio, i divieti totali sui prodotti in plastica possono avere impatti sociali ed economici negativi se non considerano le realtà locali, come le PMI e le comunità emarginate. L’India, come altri Paesi, dovrebbe perciò trovare una combinazione di misure contestualmente appropriate che tengano conto di tutti gli aspetti ambientali, sociali ed economici. Certo, è complesso, ma approfondire la consapevolezza delle persone sui rischi della plastica può essere una strategia vincente.
“L’inquinamento è colonialismo”
Eppure, è innegabile che la produzione di plastica sia sorretta e giustificata da un’economia politica che favorisce la concentrazione del potere nelle mani di poche multinazionali e Stati produttori di petrolio, nulla di più diverso rispetto a quanto auspicano i così chiamati “Stati del Sud Globale”. Max Liboiron, professore di geografia e studioso di inquinamento da plastica ha affermato che “l’inquinamento è colonialismo“. L’India quindi, appoggiando la produzione di plastica, implicitamente contribuirebbe a perpetuare le dinamiche neocoloniali. In tal senso, il danno ambientale non è che la dimostrazione dell’oppressione e della diseguaglianza del neocolonialismo. Basti pensare che l’Africa, continente con bassi consumi di plastica, è diventata la discarica di Paesi occidentali.
Il negoziato sulla plastica ora è sospeso e non si sa se riprenderà, almeno in questa forma. Tuttavia, come sempre si dice: nessun accordo è meglio di un pessimo accordo. I più ottimisti sperano di poter riprendere le trattative in futuro, magari sfruttando il potere di influenza della Cina di incontrare il favore dei Paesi a basso reddito. I più pessimisti, a ragione, si dannano per le generazioni future.