
Se le trattative tra Ue e Stati Uniti sui dazi americani al 30% non portassero a risultati positivi, cosa potrebbe accadere? Uno degli scenari più sfavorevoli riguarda l’occupazione, che rischia di colpire in modo duro alcune filiere produttive italiane che fanno export.
Secondo un‘elaborazione di Reportaziende.it, condotta su dati Istat-Comext ed Eurostat aggiornati al 2024, esportiamo ogni anno prodotti per circa 63 miliardi di euro. La metà – oltre 30 miliardi – sono riferibili ai comparti colpiti dai dazi americani. Stando alle prime stime, si potrebbe arrivare ad una perdita diretta fino a 9 miliardi di euro. E considerando l’impatto sulle filiere, marginalità, investimenti e consumi i “danni” potrebbero salire tra 18 e 22 miliardi di euro nel biennio 2025-2026.
I settori più danneggiati
- Il farmaceutico che rappresenta il 18% dell’export italiano di medicinali negli Usa, ovvero circa 13,7 miliardi di dollari su 75 miliardi di dollari totali.
- La meccanica generale con il 6,8 % del valore del comparto.
- L’automotive con il 5,5% dell’export nazionale e il 14,7% dell’export globale del settore.
- Le macchine industriali con un’esposizione tra il 5,0% e il 6,8%.
- Vino e bevande con un 4,4% dell’export italiano pari al 22,7% dell’export mondiale di settore.
- Moda e pelletteria con il 3,2% dell’export nazionale e il 9,1% di quello globale.
- Mobili e arredamento pari al 2,5% dell’export italiano e al 14 % di quello globale.
- Metalli e l’acciaio con una quota di export verso Usa prossima al 7%.
- L’elettronica medicale con il 2,6% delle esportazioni mondiali di settore.
Dazi americani, al nord le imprese più colpite
Secondo le stime, il 75% dell’impatto occupazionale si concentrerà nel Nord Italia, con una perdita potenziale tra 115.000 e 145.000 posti di lavoro a livello nazionale e oltre 25.000 posti a rischio in Emilia-Romagna. L’incidenza dei dazi sulle aziende del nostro paese colpirebbe specifiche aree geografiche dell’Italia dove si concentrano imprese e filiera.
Ad esempio, in Lombardia – in particolare Milano, Brescia e Mantova – troviamo le aziende del pharma, della meccanica, della moda, dei formaggi.
In Emilia-Romagna, invece, soprattutto a Parma, Modena, Reggio, ci sono l’agroalimentare Dop, con le aziende che producono i celebri salumi ma anche il parmigiano e l’automotive, una su tutte la Ferrari.
In Veneto, tra Treviso, Verona e Vicenza, troviamo occhialeria, vino, moda, salumi e ancora in Toscana (Firenze, Arezzo, Siena) vino Doc, moda, gioielleria, infine il Piemonte, dove tra Torino e Cuneo ci sono le aziende che producono componentistica auto, meccanica di precisione, agroalimentare.
Previsioni negative al 2026
Un effetto quasi immediato dei dazi potrebbe essere l’aumento dei costi di produzione, quindi il 10% in più dei prezzi al consumo nei settori colpiti, già a partire dal nuovo anno, in particolare per formaggi Dop, salumi e olio Evo, vini premium e Doc, abbigliamento e calzature di fascia medio-alta.
Inoltre, dal quarto trimestre, quello che chiude l’anno 2025 ormai i dazi saranno una realtà e si prevedono sia riduzione dei margini di profitto per le aziende italiane sia cancellazioni di ordini. Dal 2026, il calo dei volumi fino al 40 % in agroalimentare, meccanica e moda, con il rischio di abbandono del mercato Usa da parte di molte Pmi nostrane. L’Ue, da parte sua, potrà rispondere con contromisure su whiskey, automotive e prodotti tech.
Chiaramente queste valutazioni tecniche sono sulla base della situazione attuale, cioè della lettera del Presidente Trump che indica il 30%, ma sono giorni intensi di scambio di informazioni tra i due lati dell’Oceano, e l‘obiettivo europeo è trovare un’intesa al ribasso.