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Dazi americani, le reazioni dell’Italia

Dazi americani, quali sono i rischi reali per l'Italia?
Immagine realizzata con IA

Nessun “allarmismo” e trovare “soluzioni comuni“. Queste le parole chiave della premier Giorgia Meloni, sulla bomba innescata dai dazi americani di Donald Trump. Tante le preoccupazioni europee. Ogni singolo stato teme ripercussioni sull’economia locale e globale. Ma per Meloni, il negoziato con l’amministrazione Trump “non è questione di speranza. Io credo che sia quello che va fatto: per l’interesse nostro, per l’interesse della nostra economia, per l’interesse europeo, per l’interesse occidentale. E quindi perseguo quello che ritengo sia più giusto“. Queste le sue parole a margine della visita alla nave Vespucci ad Ortona.

Rivedere Green Deal sulle auto

“In questo momento – ha detto ancora Meloni – possiamo fare intanto alcune cose a livello europeo che sono importanti. Forse dovremo ragionare di sospendere le norme sul Green Deal in tema di automotive, settore colpito dai dazi“. Il dialogo dunque, è la strada del capo del governo italiano, che frena il refrain più diffuso di Bruxellesi di rispondere con contro-dazi.

Anche il ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso è della stessa opinione. “Abbiamo chiesto alla nostra Europa, alla Commissione, di agire e non limitarsi a reagire. Agire significa creare in Europa un contesto incentivante per gli investimenti delle imprese e di tutela del mercato interno“.

L’opinione della Farnesina

“Bisogna lavorare con gli americani a livello europeo per arrivare a una riduzione della metà” dei dazi, sottolinea anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, per ridurre l’aumento al 10%. Per Tajani, la proposta è quella di “un grande mercato transatlantico con tariffe zero, cioè zero dazi di qua, zero dazi di là, un grande mercato che porterebbe alla crescita economica di tutto il sistema occidentale“.

Le cifre tra Usa e Ue

Si è parlato moltissimo di bilancia commerciale tra Usa e Ue. Ed in effetti i numeri sono confermati anche dalla Banca Centrale Europea, secondo cui nel 2024 il surplus dei 27 europei ha raggiunto 213 miliardi di euro, quasi il 68% in più rispetto ai 127 miliardi di surplus del 2015.

Ma al tempo stesso presentano un disavanzo sugli scambi di servizi quasi altrettanto rilevante: in questo caso sono gli Usa in surplus, per ben 156 miliardi, sempre nel 2024. E anche sui trasferimenti di redditi gli Usa sono in forte avanzo, per 52 miliardi.

Bruxelles, infatti, sta meditando di colpire gli scambi sui servizi, dove appunto sono gli Usa in forte avanzo. Basti tenere conto che sul solo uso di proprietà intellettuali il deficit dell’area euro sugli Usa è esploso da 5 miliardi di euro nel 2015 a 168 miliardi nel 2024. Un aumento di oltre 33 volte. E il surplus Usa di 156 miliardi dello scorso anno sui servizi è a sua volta aumentato quasi 7,5 volte, rispetto ai 21 miliardi che questa voce mostrava nel 2015.

Le preoccupazioni del mondo vinicolo

I produttori italiani di vino sono i più preoccupati per i dazi ameriani, che rischiano di avere pesanti ripercussioni per la filiera. ”La decisione di imporre dazi sui vini italiani rappresenta un elemento di forte preoccupazione – afferma Camillo Pugliesi, direttore del Consorzio Vini Doc Sicilia – per un settore che ha sempre fatto della qualità e dell’export uno dei suoi principali punti di forza. Tuttavia, parallelamente, verranno implementate strategie di espansione verso altri mercati e rafforzate le attività di commercio e promozione in paesi con cui collaboriamo da anni, come il Canada e il Regno Unito”.

Liberation day o guerra commerciale?

E’ brutta la parola guerra applicata al settore del commercio internazionale, quando di guerre in corso ce ne sono davvero. Ma di fatto è questo quello che Donald Trump sta scatenando. Ad un’azione, una reazione. Esattamente quello che accade in un conflitto. Se il presidente americano preferisce parlare di “dichiarazione di indipendenza economica“, in realtà quanto annunciato dal Rose Garden della Casa Bianca è un pugno nello stomaco. I dazi americani applicati, variano dal 10% a quasi il 50%, come per alcuni Paesi asiatici.

All’Europa “scroccona” Trump ha riservato dazi del 20%, mentre alla Cina spetta il 34%. “Inizia l’età dell’oro, diventeremo più ricchi“, ha detto il Presidente, che intende far tornare l’America ai fasti di un’era, che non esiste più.

Cosa accadrà all’economia italiana?

Le preoccupazioni sono tante. Secondo Orsini di Confindustria i settori più colpiti saranno il settore farmaceutico, l’industria della moda, quella alimentare e quella dei macchinari di produzione. Uno dei rischi primari è la delocalizzazione della produzione all’estero a causa dei nuovi dazi. Cioè imprese italiane, che per evitare i dazi, decidano di aprire un’unità produttiva negli States. Di investire e creare lavoro su suolo americano, che è quello che auspica Trump.

Confindustria, ieri prima dell’annuncio ha già rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL per il 2025, portandole allo 0,6%, rispetto all’1,2% stimato dal governo. In uno scenario di questo tipo, la crescita potrebbe ridursi ulteriormente allo 0,2% nel 2025 e allo 0,3% nel 2026.

Dazi americani: le reazioni a caldo della premier

La premier Giorgia Meloni, che fino ad ora era stata molto cauta nelle affermazioni, dopo l’annuncio di Trump esce allo scoperto, definendo i dazi americani una misura “sbagliata e che non conviene a nessuna delle parti. Faremo tutto quello che possiamo per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di scongiurare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l’Occidente a favore di altri attori globali“.

Secondo un paper della britannica Aston business school, commentato dal Financial Times, l’Italia sarebbe il quinto paese più penalizzato nell’export dopo Messico, Canada, Irlanda e Cina.

Chi pagherà il prezzo più alto?

E’ poco probabile che gli estimatori della Ferrari abbiano problemi con i dazi. Saranno le aziende italiani dell’agroalimentare a rimetterci in primis: chi produce vini e spumanti, formaggi, salumi, pasta, anche abbigliamento. Perché un americano medio dovrebbe spendere di più, quando potrebbe comprare prodotti italian sounding, Made in Usa?

Per Coldiretti, i prodotti agroalimentari Made in Italy avranno un rincaro da 1,6 miliardi per i consumatori americani, con un calo delle vendite che danneggerà le imprese italiane, che potrebbero non trovare canali alternativi di export.

Le ripercussioni economiche saranno pesantissime: si stima un impatto potenziale tra i 4 e i 7 miliardi di euro per l’economia italiana, con “effetti a catena su occupazione, investimenti e competitività“, secondo il presidente dell’Unione Coltivatori Italiani, Mario Serpillo,

Preoccupazione anche per Confindustria Accessori Moda. “Nel 2024 l’export verso gli Stati Uniti dei comparti calzaturiero, pelletteria, conceria e pellicceria, ha raggiunto un valore di quasi 3 miliardi di euro. Sebbene questo valore abbia registrato una leggera contrazione del 3,5% rispetto al 2023, continua a riflettere la solidità delle nostre esportazioni e l’alto apprezzamento per la qualità del Made in Italy”.

Cosa rischia l’Italia?

Cosa esportiamo in America?

Secondo Istat, nel 2023 le esportazioni italiane in America hanno raggiunto 67,3 miliardi di euro. Prima degli States solo la Germania (74,6 miliardi di euro) poi la Francia, con 63,4 miliardi. Dagli Stati Uniti importiamo 25,2 miliardi di euro, ma il vantaggio principale è per l’Italia. Nel 2023, infatti, siamo stati il primo paese dell’Ue per esportazioni negli Stati Uniti per: vino, produzione alimentare, moda, arredamento, prodotti in metallo, gioielli e occhiali. Insomma il mercato americano è strategico per la nostra economia, in particolare quella fatta di Pmi, che non hanno modo di localizzare, ma che producono a livello regionale.

Dazi americani sulle auto

Di questo argomento abbiamo parlato molto nelle settimane scorse sulle nostre pagine. E la conferma è arrivata ieri. Trump ha annunciato l’imposizione di dazi del 25% sulle auto importate, in vigore dal 3 aprile 2025. Una misura che colpisce direttamente le esportazioni di veicoli dall’Unione Europea, inclusa l’Italia, verso gli Stati Uniti. Anche per il settore europeo dell’auto, ci sono rischi difficili da prevedere.

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