
E’ ancora una volta il mezzo televisivo, la diretta, quello scelto dal presidente Usa Donald Trump per anunciare che dal 2 aprile applicherà dazi americani del 25% sulle auto europee importate. Le ragioni? Spingere la produzione interna di autoveicoli e portare le case straniere a delocalizzare sul suolo americano, quindi a stimolare l’economia interna, creando nuovi posti di lavoro.
Ai nuovi dazi americani, si aggiungeranno le tariffe del 2,5% già presenti sulle auto estere e al 25% esistente sui light truck. All’annuncio l’Europa è entrata in fibrillazione. “Siamo pronti a salvaguardare i nostri interessi economici e se necessario daremo una risposta ferma, proporzionata, robusta“. Queste le parole di un portavoce della Commissione europea.
L’Italia frena l’UE
E l’Italia? La premier, Giorgia Meloni, frena. “A volte ho l’impressione che rispondiamo semplicemente in modo istintivo”, ha dichiarato in un’intervista al Financial Times, facendo riferimento anche alle mosse della precedente amministrazione Biden, cioè all‘Inflation Reduction Act. “Pensate davvero che il protezionismo negli Stati Uniti sia stato inventato da Donald Trump?”, ha dichiarato Giorgia Meloni.
Cosa ha detto Trump sui dazi americani?
“È l’inizio della liberazione dell’America. Se le aziende produrranno negli Stati Uniti saranno esentate dai dazi e gli interessi sui finanziamenti per chi acquista saranno dedotti dalla dichiarazione dei redditi” ha dichiarato Trump, secondo il quale con l’applicazione delle nuove tariffe gli Usa guadagneranno “tra i 600 milioni e un trilione di dollari in due anni”.
Ma c’è chi sostiene che in un commercio globale, i dazi possano rivelarsi un boomerang anche per l’economia interna. Il principale marchio statunitense di autoveicoli e il più venduto in Usa, General Motors, infatti, assembla all’estero il 40% dei veicoli venduti negli Stai Uniti, mentre Ford che è la terza casa automobilistica a vendere più negli Usa, il 20%. Come dire che si rischia anche di far lievitare i costi anche per i consumatori americani.
Le importazioni americane: ecco la “classifica”
Il Messico è la “fabbrica” degli States. E’ il primo paese per le importazioni di veicoli leggeri negli Stati Uniti: quasi 78,5 miliardi di dollari americani. Dopo ci sono i giapponesi con oltre 39 mld e Corea del Sud che cresce a 36,64 miliardi.
Poi tocca al Canada, paese con cui i rapporto stanno diventando pessimi, con 31 mld ed in calo rispetto al 2023 (37 mld). Chiude la top 5, il primo paese europeo per importanza, la Germania a 24,78. Molto staccati il resto dei paesi con UK (8,19 mld), Slovacchia (6,25 mld), Svezia (3,86 mld). L’Italia è solo 9° con 3,33 mld (4,1 mld nel 2023). La Cina è piuttosto bassa nella classifica: 2,5 mld.
La preoccupazione dei costruttori europei ACEA
I produttori europei esportano tra il 50% e il 60% dei veicoli che producono negli Stati Uniti, dando un contributo positivo sostanziale alla bilancia commerciale statunitense, per cui è comprensibile la preoccupazione di ACEA, l’Associazione europea dei costruttori di automobili. Le domande sul futuro dell’automotive si moltiplicano, in un un momento cruciale per la “trasformazione del nostro settore e mentre aumenta la forte concorrenza internazionale”, sottolinea l’associazione in una nota.
Brand europei ed asiatici che vendono di più in America
Sono le tedesche Mercedes, Bmw e Volkswagen, i brand europei a colonizzare le prime 3 posizioni in Usa. Questo avveniva nel 2023. Mercedes ha immatricolato 354.723 vetture, Bmw 353.480 unità e Volkswagen 329.029.
Per quanto riguarda le asiatiche, secondo i dati di Marklines, la giapponese Toyota continua ad essere il principale marchio di auto asiatico negli Stati Uniti con 2,248,477 auto vendute, il secondo marchio in assoluto dopo l’americana GM. Al quinto posto assoluto, c’è Honda con 1,308,186 di pezzi venduti, seguita da Nissan, Hyundai e Kia.
Cosa può fare l’Europa sui dazi americani?
La vecchia Europa fa ricorso alla sua saggezza secolare. “La priorità è trovare una soluzione negoziata, una soluzione che vada bene per entrambe le parti, per l’Ue e per gli Usa“, il commento da Bruxelles. Si, perché l’Ue “non vorrebbe dover imporre contromisure alle importazioni statunitensi“.