
Andare oltre la raccolta differenziata
L’Unione Europea aveva reso obbligatoria la raccolta differenziata dei rifiuti tessili già dal 1° gennaio 2025. Ora la nuova direttiva UE ha reso ancora più stringenti le regole a cui attenersi: l’obiettivo è ridurre l’impatto ambientale del settore tessile promuovendo nello stesso tempo l’economia circolare.
Ormai non basta più la raccolta separata, si impone un salto di qualità in direzione della selezione e del riciclo dei materiali. Quindi non solo raccolta differenziata, ma anche separazione di abiti, biancheria e accessori dagli altri rifiuti indifferenziati.
Milioni di capi fast fashion arrivano dalla Cina
In particolare, la nuova direttiva UE pone una speciale attenzione a contrastare il fenomeno della moda usa e getta, la cosiddetta fast fashion, ovvero milioni di capi a basso costo e ancora più bassa qualità importati ogni anno nell’Unione Europea soprattutto dalla Cina.
A questo proposito, la Commissione Europea ha aperto un’indagine sulla piattaforma Shein, sospettata di chiudere un occhio sulla vendita di prodotti illegali e non conformi alla normativa comunitaria.
L’introduzione di capi di fast fashion è capillare. L’anno scorso sono entrati nel mercato UE 4,6 miliardi di piccoli pacchi a basso costo: il 91% aveva origine cinese. Per contrastare questo tipo di commercio, è allo studio l’imposizione di una tassa di due euro a pacco.
In Italia la raccolta differenziata dei rifiuti tessili esiste dal 2022
L’Italia, che è un campione del riciclo, aveva anticipato le direttive europee e già dal 2022 aveva introdotto la raccolta differenziata dei rifiuti tessili. Un obbligo che riguarda Comuni, cittadini, aziende, e più in generale tutta la filiera del tessile.
La direttiva UE 2025 sui rifiuti tessili introduce la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), che diventa responsabile dei costi di raccolta, smistamento e riciclo dei prodotti a fine vita, ovvero deve contribuire economicamente alla gestione dei rifiuti tessili. In pratica, chi inquina paga.
La EPR, che ogni Stato membro dovrà istituire entro 30 mesi dall’entrata in vigore della direttiva, riguarda anche i produttori che operano con e-commerce (non importa se la sede legale sia in UE o extra-UE). L’unico “occhio di riguardo” è per le microimprese, che avranno un anno in più per adeguarsi alle nuove regole.
Tuttavia, perché si crei un sistema virtuoso dal punto di vista ambientale, si dovrà dare impulso all’innovazione, aumentare la capacità di riciclo nonché promuovere il riutilizzo dei capi e l’economia circolare.
La fast fashion è quella genera più rifiuti tessili
L’obiettivo non è solo questo. Con la nuova direttiva, l’UE intende anche promuovere la progettazione di articoli più duraturi, riparabili e riciclabili, oltre a impedire la distruzione dei prodotti invenduti.
La nuova direttiva UE sui rifiuti tessili riguarda abbigliamento, accessori, cappelli, calzature, coperte, tende, biancheria da letto e da cucina. Inoltre, anche i materassi potranno rientrare tra i rifiuti tessili.
I contributi finanziari dovuti dai produttori saranno proporzionali a fast fashion e ultra fast fashion.
Questa moda a bassissimo costo è quella che genera più rifiuti tessili per ragioni intuibili: i capi durano poco a causa della scarsa qualità e il basso prezzo induce a buttarli senza troppi scrupoli solo per il gusto di cambiare.
Inoltre, essendo composti da fibre sintetiche, causano ulteriori problemi ambientali, a cominciare dalla dispersione di microplastiche. Per non parlare delle tinture, quasi sempre tossiche e sicuramente non allineate agli standard europei.
Spesso i capi di fast fashion si portano una o due volte e poi finiscono dritti nella spazzatura. In sostanza, si comprano più capi di abbigliamento rispetto a venti anni fa ma si usano per tempi molto più brevi.
La mole di rifiuti tessili nell’UE
Ogni anno, nell’Unione Europea si generano12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili (circa 12 chili a persona) di cui 5,2 milioni di tonnellate sono dovuti a calzature e abbigliamento. L’EEA (l’Agenzia Europea dell’Ambiente) ha calcolato che ogni cittadino europeo acquista in media 8 chili di abbigliamento, 4 di calzature e 7 di prodotti tessili per la casa.
Di questa mole gigantesca, ahimè, la percentuale di riciclo è bassissima: appena l’1% dei rifiuti tessili si trasforma in nuovi prodotti. In pratica, la quasi totalità finisce in discarica, negli inceneritori o è esportata (più o meno legalmente) nei paesi africani o orientali.
Buone prospettive per l’ambiente da ora in avanti? No, secondo alcune organizzazioni ambientaliste gli impegni richiesti sono poco ambiziosi e denunciano l’assenza di misure realmente incisive.
La direttiva UE per la sostenibilità ambientale ed economica
Ad esempio, la scadenza per istituire gli EPR è maggio 2028, praticamente a ridosso del 2030. Inoltre, non sono previsti sostegni per i Paesi africani che vengono letteralmente sommersi dall’esportazione dei nostri rifiuti tessili.
Venendo agli aspetti più pratici, gli Stati membri hanno due anni per definire i piani nazionali di adeguamento alla nuova direttiva UE; la Commissione dovrà vigilare ed eventualmente avviare procedure di infrazione contro gli inadempienti.
Qual è la grande sfida? Bilanciare la sostenibilità ambientale con quella economica delle aziende. L’importante, però, è che i costi le nuove norme non ricadano totalmente sulle spalle dei consumatori.