
Il mercato europeo dei Power Purchase Agreement rallenta. Dopo le performance positive dello scorso anno, ora il settore sembra aver perso la fiducia passata. Al punto che nel terzo trimestre del 2025 si è registrata complessivamente una sovrapposizione minima o inesistente tra le offerte dei venditori e le richieste degli acquirenti nei PPA europei. In altre parole, il prezzo minimo richiesto da chi vendeva è apparso nella maggior parte dei casi più alto di quello massimo disposto a pagare da chi comprava. Il risultato? Il numero di contratti firmati nel 2025 è diminuito del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre la capacità contrattuale è diminuita del 40% rispetto al 2024.
Unica eccezione: l’Italia. Il mercato nazionale gode ancora della fiducia degli investitori e, nonostante la capacità complessiva dei PPA stia rallentando anche qui, il numero di accordi è aumentato. Merito del quadro normativo ma anche della robusta attività nel mercato dei sistemi d’accumulo a batteria in grado di mitigare il cosiddetto “rischio di capture”, ossia il rischio che il prezzo effettivo realizzato da un impianto in PPA (il capture price) sia inferiore al prezzo medio dell’elettricità sul mercato. Un fattore che, tuttavia, ha inciso molto negli altri mercati europei.
Secondo l’ultima analisi pubblicata da Pexapark, che utilizza un modello di range di prezzo negoziabile per identificare la fascia di prezzo in cui gli accordi PPA possono realisticamente concludersi, nell’ultimo trimestre del 2025 non vi è stata alcuna sovrapposizione tra la massima offerta di prezzo dell’acquirente e la minima richiesta di prezzo del venditore nel range dei PPA tedeschi. Ciò ha portato a un crollo dell’attività, con solo tre accordi annunciati per un totale di 169 MW contrattualizzati. Situazione simile nel Regno Unito, dove non è stata registrata alcuna sovrapposizione negoziabile nello stesso periodo, e in Francia. Il trend non risparmia neppure i mercati iberici e quelli nordici.
“Questo rallentamento è davvero paradossale”, ha commentato WindEurope, l’associazione europea che rappresenta i produttori eolici. “L’Europa non ha alcuna strada verso la sicurezza energetica e la competitività se non elettrifica la propria economia, proteggendosi dagli shock energetici e sfruttando l’impiego su larga scala di energia eolica e solare”.
L’associazione ha puntato il dito su una delle cause del rallentamento dei PPA europei: “L’aumento delle ore di prezzi negativi sta rendendo più difficili le negoziazioni PPA, evidenziando l’urgente necessità di soluzioni di stoccaggio che garantiscano risultati a breve termine”. Un fattore di rischio che ha un suo peso specifico e che in un mercato come quello tedesco si unisce a un eccesso di offerta che inevitabilmente abbassa il capture price.
In Francia e UK un ruolo di primo piano lo hanno soprattutto le aste governative che offrono contratti per differenza (CfD) più generosi dei PPA.
In Spagna e Portogallo, invece, i grandi volumi di energia fotovoltaica stanno portando a un effetto cannibalizzazione sui prezzi, situazione su cui influisce negativamente anche il curtailment.
E i PPA in Italia? Per ora il mercato nazionale è quello mostratosi più resiliente, al punto che gli analisti di Pexapark lo definiscono un “contrappunto strategico“ alla crescente preoccupazione del comparto. Merito di “quadri normativi strutturati e a lungo termine” che hanno garantito la fiducia degli investitori e grazie a cui il Belpaese ha registrato ben dieci accordi PPA nel terzo trimestre di quest’anno. Non solo: gli accordi siglati in Italia hanno goduto di un range di prezzo negoziabile più ampio di quello di altri mercati.