
Smart mobility in Italia: vantaggi e criticità
La smart mobility è una necessità, ma anche un’opportunità. L’insieme dei servizi che rende la mobilità più intelligente, consente di ridurre emissioni, offrire servizi di trasporto più efficienti, insomma un cambio di paradigma che rivoluziona diversi ambiti. Tra cui l’industria, con effetti sull’occupazione e a livello sociale. Uno studio realizzato da Eurispes – dal titolo ‘Smart mobility e trasformazione del lavoro. Impatto economico ed occupazionale in Italia‘ – ha fotografato la situazione italiana sotto diversi punti di vista. Quelli cioè, che coinvolgono l’intero ecosistema: batterie, semiconduttori, reti di ricarica, software e catene di approvvigionamento energetiche.
Tutto inizia dalla Cina
Fuori da ogni dubbio, la Cina è il top del mercato auto a livello mondiale. Con oltre 25 milioni di immatricolazioni ogni anno e oltre il 50% dei brevetti mondiali sulle batterie agli ioni di litio e al sodio, la Cina è veramente un gigante dell’auto. Nel 2023, oltre il 22% delle auto elettriche vendute in Europa è stato costruito in Cina, ma i dati sono già superati probabilmente, da quanto è avvenuto nel 2024 e 2025. E la corsa non si arresta, a meno che l’Europa non alzerà barriere protezionistiche.
Trasporti in Europa
I trasporti in Europa producono il 25% delle emissioni di gas serra, motivo per cui l’Ue ci tiene ad elettrificare più settori possibili. Non solo il trasporto passeggeri su gomma, ma anche quello pesante. Nel 2020 è stato elaborato il sustainable and smart mobility strategy articolato su sostenibilità, smart mobility, resilienza e competitività. Ma è proprio l’ultimo punto il tasto dolente. Per il sistema produttivo europeo, c’è il rischio di una ‘transizione verde asimmetrica’. Cosa significa?
Con 45,4 milioni di veicoli, pari a 674 veicoli ogni 1.000 abitanti, l’Italia è un Paese resta fortemente motorizzato. Infatti, l‘auto privata copre oltre il 63% degli spostamenti giornalieri e circa il 75% dei chilometri percorsi. Anche se dopo la pandemia la mobilità è cambiata ed il numero medio di spostamenti giornalieri pro capite è sceso da 2,55 a 2,41. Nel 2024 gli smart worker sono stati poco più di 3,5 milioni, contro i 570.000 del 2019, anche se la tendenza al lavoro agile sta diminuendo.
Le opportunità ci sono, ma non le qualifiche
Secondo lo studio italiano, infatti, la componentistica necessaria per i veicoli elettrici e ibridi potrà generare entro il 2030 circa 20 miliardi di euro di fatturato aggiuntivo e oltre 45.000 nuovi posti di lavoro qualificati. Il comparto dei trasporti, dell’automotive e dei servizi digitali collegati vale circa 220 miliardi di euro, pari all’11% del Pil, e impiega oltre 3 milioni di lavoratori.
Ma nella mobilità sostenibile c’è un gap di circa 45.000 lavoratori qualificati. E secondo il report in Europa il 35% delle competenze attuali nell’automotive sarà obsoleto entro dieci anni, e il 40% dei profili emergenti non trova un’offerta formativa adeguata. Sembra una situazione paradossale. Mancano i profili, e quelli attuali sono destinati ad esseri vecchi in un breve arco temporale. Quindi? Le multinazionali corrono ai ripari con corsi di formazione specializzati fatti internamente; ma il problema resta per le Pmi che non hanno risorse per aggiornare in tempi rapidi il personale. Senza contare che tra Nord e Sud la discrepanza aumenta.
Casi studi: Torino, Milano, Bologna
Lo studio Eurispes individua inoltre casi di studio di città italiane:
- Torino: grazie a 280 milioni di euro del PNRR è stato avviato il progetto ToMove per ridurre le emissioni del traffico del 40% entro il 2030 e rinnovare il parco veicolare pubblico e privato. Sono stati installate oltre 1.800 colonnine di ricarica pubbliche con il target di 3.000 entro il 2026. Oltre 25.000 persone forniscono dati e feedback per guidare la pianificazione urbana. Il settore della smart mobility a Torino vale oltre 1,2 miliardi di euro all’anno.
- Bologna: punta alla neutralità climatica entro il 2030 guidata dal PUMS, sostenuto da oltre 450 milioni di euro PNRR e da una governance fondata sulla proprietà pubblica dei dati open-data; un modello che ha già portato a una riduzione del 10% delle emissioni CO₂ dei trasporti e all’aumento dell’uso del trasporto pubblico (+18%) e delle bici (+22%), pur dovendo affrontare criticità legate ai tempi burocratici di approvazione e alle competenze digitali del personale comunale.
- Milano: si distingue per un sistema di mobilità intelligente fondato su tariffazione integrata zonale, bigliettazione contactless e una quota di spostamenti sostenibili superiore al 60%, supportato da un data hub metropolitano conforme agli standard europei (EMDS) e da una flotta moderna che ha ridotto le emissioni del 13% (2019-2024); restano tuttavia aperte criticità strutturali legate all’equità sociale, all’estensione dei servizi all’intero hinterland e alla tenuta della governance multilivello.
Il confronto con altri casi studio europei, Spagna, Paesi Bassi e Danimarca, indica che non esiste un unico modello europeo: politica industriale, governo dei dati, strumenti fiscali e riconversione professionale possono essere combinati in assetti diversi.
Smart mobility: l’opinione
Il report offre lo spunto per una riflessione sul concetto di mobilità intelligente. Non è solo l’auto elettrica, il software o l’app su smartphone. O meglio è questo, ma non solo questo. Alla rivoluzione della tecnologia si deve accompagnare una profonda trasformazione economica e sociale. Sul fronte industriale, la filiera va allargata alle batterie, al software, alle infrastrutture di ricarica. Oltre le macchine, e prima dell’IA, ci sono le persone che lavorano: la formazione e riqualificazione dei lavoratori devono diventare una priorità assoluta per evitare costi sociali insostenibili. Solamente se riusciremo ad integrare la necessaria innovazione, con un’ambiziosa politica industriale, faremo della smart mobility una reale leva di crescita e sostenibilità per il nostro Paese.