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Salvare l’industria fotovoltaica europea: l’UE agirà in tempo?

Salvare l'industria fotovoltaica europea: l'UE agirà in tempo?

Allarme per l’industria fotovoltaica europea

Mentre l’Italia è pronta a inaugurare la prima asta solare preclusa ai prodotti cinesi, un grido d’allarme si solleva dall’industria fotovoltaica europea: le misure messe in campo finora per proteggere la filiera dalla competizione straniera non sono sufficienti. Senza nuovi e decisi interventi, il futuro del comparto è a serio rischio. Con effetti a catena anche sulla transizione energetica in atto e sulla sovranità strategica del Blocco.

È per questo motivo che oggi l’European Solar Manufacturing Council e SolarPower Europe hanno pubblicato una lettera aperta indirizzata al Vicepresidente esecutivo della Commissione europea e Commissario europeo per l’industria Stéphane Séjourné e alla Direttrice Generale Kerstin Jorna, inviandola in copia ai Ministri del Consiglio Competitività.

Nella missiva una questione quanto mai impellente: le misure da mettere in campo per risollevare l’industria fotovoltaica europea dalla crisi in cui è sprofondata (la più grave degli ultimi 10 anni).

Le cause della crisi dell’industria solare europea

Non è un mistero che dalla fine del 2023, con la chiusura di diversi importanti stabilimenti produttivi europei e il licenziamento in massa di numerosi lavoratori, si siano accesi i riflettori sul forte ridimensionamento del comparto. La causa scatenante? L’ondata di pannelli solari a basso costo in arrivo dalla Cina, che hanno completamente sballato il mercato. I trend ribassisti non si sono quasi mai fermati – ad agosto quelli dei moduli ad alta efficienza sono scesi a 0,12 euro per watt – costringendo la maggior parte dei marchi a lavorare a prezzi prossimi o appena al di sotto dei costi di produzione.

La situazione ha avuto un doppio effetto. Da un lato ha consolidato la posizione dei produttori cinesi, forti di politiche e aiuti interni, dall’altro ha saturato i magazzini europei, lasciando i produttori del Vecchio Continente nell’impossibilità di competere.

In tutto questo periodo, infatti, dalle prime avvisaglie di problemi a oggi, l’Unione europea si è mossa con estrema cautela. A differenza degli Stati Uniti che non hanno esitato a usare lo strumento dei dazi per contrastare il fotovoltaico made in China, il Blocco ha tentato una via più morbida con il Net Zero Industry Act (NZIA) e il Forced Labour Ban.

Nel dettaglio, la legge NZIA punta ad almeno 30 GW di fotovoltaico Made in Europe, mentre il regolamento Forced Labour Ban, vietando la commercializzazione sul mercato comunitario di tutti i prodotti realizzati tramite lavoro forzato, dovrebbe bloccare tutti i pannelli solari provenienti dalla provincia cinese dello Xinjiang.

Peccato che ad oggi i risultati siano scarsi e chiusure e fallimenti stiano aumentando lungo tutta la catena del valore.

Le richieste delle associazioni di settore

“L’industria solare europea è a un bivio”, ha dichiarato Walburga Hemetsberger, CEO di SolarPower Europe. “Senza un’azione immediata e coordinata, l’Europa rischia di perdere la sua rimanente base manifatturiera solare”.

“L’UE deve agire ora per preservare la propria sovranità solare“, le fa eco Christoph Podewils, Segretario Generale dell’ESMC. “L’ambizione di 30 GW dell’ESIA non si sta concretizzando e il tempo stringe. I produttori non possono aspettare il prossimo quadro finanziario per vedere i risultati”.

Le associazioni del settore solare sottolineano che la sola attuazione della NZIA non può essere considerata sufficiente e per questo motivo formulano cinque misure chiave che i leader del Blocco dovrebbero adottare durante la riunione ministeriale e il Forum ESIA.

Riportiamo integralmente le proposte:

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