Gli schiavi uiguri che producono il polisilicio dello Xinjiang

Un dossier dell’università di Sheffield getta luce sulla filiera del polisilicio cinese: lavoro forzato e repressione della minoranza uigura dietro un componente essenziale dei moduli fotovoltaici. Dalla regione proviene quasi metà del materiale a livello globale

Xinjiang: la filiera del polisilicio nasconde la repressione degli uiguri
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La repressione degli uiguri dello Xinjiang nel rapporto “Alla luce del sole”

(Rinnovabili.it) – Surplus di lavoro e trasferimento di lavoro. Sono le etichette con cui i dirigenti del partito comunista cinese chiamano due programmi avviati nella regione dello Xinjiang, estremo nord-ovest del paese. Non è una politica economica come le altre: dietro questi nomi si celano deportazioni, lavoro forzato e una politica che, da più parti, è stata definita di genocidio verso il popolo uiguro, la minoranza musulmana che abita la regione. A cosa serve tutto questo ‘surplus di lavoro’? Tra le altre cose, a produrre componenti essenziali per i pannelli fotovoltaici che vengono venduti in tutto il mondo.

Il polisilicio dello Xinjiang

Secondo uno studio dell’università di Sheffield, ben il 45% del polisilicio che entra nella filiera delle tecnologie pulite proviene proprio dallo Xinjiang e viene ottenuto e lavorato con lo sfruttamento coatto degli uiguri da parte delle autorità di Pechino. Abbastanza da contagiare tutta la filiera o quasi, visto che il 95% dei moduli fotovoltaici in commercio si basa proprio sul polisilicio.

I ricercatori dell’università di Sheffield hanno raccolto dati da fonti governative e aziendali. Nessuna gola profonda, quindi, ma solo un paziente e meticoloso lavoro di lettura in controluce di una mole di dati per farli “parlare”. Una voce che si aggiunge al coro di chi critica le politiche cinesi di feroce repressione degli uiguri e denuncia l’esistenza di veri e propri campi di concentramento, con tanto di programmi di sterilizzazione forzata per le donne.

La Cina si è difesa inizialmente negandone l’esistenza. Poi ha cambiato linea, ammettendo che esistono dei campi ma spiegando che fanno parte di un programma di “rieducazione” della minoranza musulmana. Pechino ha bisogno di tenere sotto stretto controllo lo Xinjiang sia perché è la sua porta d’accesso via terra all’Asia centrale e all’Europa, sia per le sue risorse. Come il cotone: lì è concentrato il 20% della produzione mondiale. Una t-shirt su cinque che avete nell’armadio viene dallo Xinjiang ed è stata prodotta, probabilmente, da uiguri costretti al lavoro forzato. A marzo una campagna di pressione aveva sollevato il tema, coinvolgendo anche i grandi marchi. Ma Pechino ha minacciato ritorsioni e tutti o quasi hanno preferito allinearsi per non perdere un mercato importante come quello cinese.

Il rapporto dell’università inglese “In broad daylight” (letteramente: alla luce del sole), ricostruisce tassello dopo tassello tutto il percorso del polisilicio dello Xinjiang. È così che le violazioni dei diritti umani incrociano tutte le principali aziende locali che lo trattano e lo immettono sui mercati globali.  

Daqo, TBEA (e la sua sussidiaria  Xinte), Xinjiang GCL e East  Hope partecipano ai due programmi di Pechino citati in precedenza, oppure si forniscono di materie prime da compagnie che vi partecipano. Daqo, da sola, è un fornitore dei quattro maggiori produttori di moduli solari al mondo: JinkoSolar, Trina Solar, LONGi Green Energy e JA Solar. E allargando lo sguardo a tutta la filiera che insiste in Cina, i ricercatori hanno identificato in tutto 11 compagnie coinvolte nello sfruttamento del lavoro forzato, 4 altre aziende che usano lavoro forzato all’interno di parchi industriali, e ben 90 compagnie cinesi e internazionali la cui filiera incrocia a vario titolo quella del polisilicio dello Xinjiang.

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