
Gli Stati Uniti avrebbero intimato ad altri Stati di rigettare l’accordo ONU sulle emissioni delle navi pena l’imposizione di dazi, restrizioni sui visti e tasse portuali, secondo quanto avrebbero riferito alcuni funzionari europei e statunitensi all’agenzia Reuters.
Cosa prevede l’accordo ONU sulle emissioni delle navi
Il regolamento contenuto nell’accordo introduce un sistema vincolante a livello mondiale comprensivo sia limiti obbligatori alle emissioni delle navi sia di un meccanismo di prezzo per i gas serra nel settore del trasporto via mare. L’accordo ha incontrato diverse critiche perché a giudizio di diversi Stati insulari e delle ONG ambientaliste non sarebbe compatibile con l’Accordo di Parigi sul clima. Malgrado ciò, il regolamento viene considerato un punto di svolta per l’industria dello shipping.
Dopo anni di intesi e complessi negoziati, ad aprile 2025 L’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) aveva appunto approvato il testo di un accordo dal valore storico per la decarbonizzazione del settore marittimo. Il quadro normativo contenuto nell’IMO Net-Zero Framework punta a raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050, in linea con la strategia IMO del 2023, e diventerà parte integrante del nuovo Capitolo 5 dell’Allegato VI della Convenzione MARPOL.
L’IMO, con sede a Londra, è un istituto specializzato delle Nazioni Unite, comprende 176 Paesi Membri, ed è responsabile della regolamentazione del trasporto marittimo internazionale nonché della prevenzione dell’inquinamento.
La bozza di regolamento dovrebbe essere adottata formalmente durante la sessione dell’IMO del prossimo ottobre. Una volta ratificate, le misure entreranno in vigore nel 2027, consentendo dunque al settore di adattarsi per tempo ai nuovi requisiti e di investire in combustibili e tecnologie pulite. A quanto pare, tuttavia, gli Stati Uniti sarebbero intenzionati a bloccare l’adozione del regolamento, alla luce del loro interesse nel continuare a promuovere l’utilizzo di fonti fossili non solo in patria ma anche all’estero.
Il trasporto marittimo globale è responsabile di quasi il 3% delle emissioni di CO2. Si stima che il 90% del commercio mondiale avvenga via mare. Le emissioni sono destinate a salire vertiginosamente qualora non si intervenga attraverso un meccanismo di controllo concordato a livello internazionale.
Gli USA contrari al regolamento minacciano altri Paesi
Il governo statunitense si era ritirato dai colloqui di aprile e già ad agosto aveva minacciato ritorsioni contro le nazioni sostenitrici dell’accordo. A torto, dal punto di vista di Washington, il regolamento imporrebbe oneri inutili al settore marittimo e non avrebbe effetti concreti nel ridurre le emissioni delle navi. Stando alle ultime indiscrezioni, il Dipartimento di Stato USA in questi giorni avrebbe contattato altri Paesi Membri dell’IMO intimando loro di non adottare Net-Zero Framework.
Un portavoce del Dipartimento di Stato avrebbe affermato che gli Stati Uniti sarebbero pronti a esplorare e attivare misure “correttive”, come ulteriori tariffe, restrizioni sui visti e tasse portuali se la sessione straordinaria dell’IMO di ottobre dovesse condurre all’adozione del regolamento. Il Dipartimento di Stato vorrebbe anche coinvolgere partner e alleati in questo sforzo.
In particolare, il governo USA avrebbe indirizzato un avvertimento verbale ai rappresentanti del governo olandese. La minaccia riguarderebbe tariffe o altre misure di ritorsione, come ha affermato un portavoce del Ministero olandese delle infrastrutture e della gestione delle risorse idriche.
A rischio l’accordo sulla decarbonizzazione del settore marittimo
Il testo di accordo ha ottenuto 63 voti favorevoli,16 contrari e 24 astensioni. Per l’adozione è necessaria la maggioranza ma, se più Paesi si asterranno, il regolamento non sarà approvato.
Continua il bullismo di Washington
Non solo gli USA vogliono che altri Stati continuino a bruciare idrocarburi per favorire i loro interessi commerciali ma stanno agendo anche per boicottare altri accordi internazionali a favore della tutela ambientale. Nel corso dei colloqui a Ginevra, l’Amministrazione Trump, insieme all’Arabia Saudita e ad altre nazioni esportatrici di petrolio, ha osteggiato l’adozione di limitazioni alla produzione di materie plastiche derivate dal petrolio, contribuendo a far saltare il trattato sui rifiuti in plastica.