
Cos’è il cooling poverty?
Rinfrescarsi d’estate sta diventando sempre di più un privilegio, ecco perché con l’aumento delle temperature si parlerà sempre più spesso di cooling poverty, un nuovo indicatore della povertà energetica. L’indice si riferisce al peso finanziario del raffreddamento per i nuclei abitativi a basso reddito.
Tassi di diffusione dell’aria condizionata
A causa del riscaldamento globale, le temperature estive hanno toccato livelli allarmanti ma l’impatto del caldo non è lo stesso per tutti. Uno studio internazionale ha evidenziato le disuguaglianze del cambiamento climatico, rivelando che le famiglie ad alto reddito destinano tra lo 0,2% e il 2,5% del proprio budget per l’elettricità all’utilizzo dell’aria condizionata ma quelle con minori disponibilità possono arrivare a spendere fino all’8%.
A riferirlo è appunto la ricerca The impact of air conditioning on residential electricity consumption across world countries, di Enrica De Cian, Giacomo Falchetta del CMCC e dell’Università Ca’ Foscari Venezia, e Filippo Pavanello.
In base al rapporto The Future of Cooling diffuso nel 2018 dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, nel 2050 arriveremo a 5,6 miliardi di impianti di raffreddamento installati in tutto il mondo. L’estensione dell’aria condizionata passarà dall’attuale media globale del 28% al 41-55% sempre entro il 2050. Tuttavia, se per alcune persone il costo sarà accettabile, per altre invece potrebbe essere troppo oneroso.
I Paesi in via di sviluppo sono i più vulnerabili
“Nei Paesi in via di sviluppo, una parte significativa delle famiglie che adottano l’aria condizionata avrà redditi bassi e dovrà affrontare pesanti oneri di spesa per ottenere un livello accettabile di comfort termico, alimentando lo spettro della cooling poverty”, ha spiegato Falchetta.
Il cooling poverty tocca in particolare le popolazioni delle regioni in via di sviluppo. Non a caso, secondo lo studio, nei Paesi africani la diffusione dell’aria condizionata sarà inferiore al 15%.
I consumi domestici dei condizionatori
Lo studio offre inoltre la prima valutazione empirica su scala globale dell’impatto dei condizionatori d’aria sui consumi elettrici domestici, passando in rassegna i dati di 25 Paesi che insieme costituiscono il 62% della popolazione mondiale e il 73% dei consumi elettrici globali.
Secondo la ricerca, avere un condizionatore in casa può causare un aumento medio del 36% dei consumi elettrici domestici a livello globale. Entro il 2050, la domanda mondiale di elettricità residenziale dovuta al raffreddamento potrebbe salire fino a quasi 1.400 TWh annui, un valore paragonabile al consumo di elettricità totale dell’India dell’anno 2020. Tutto questo produrrà emissioni di CO2 aggiuntive, tra 670 e 956 Mt, e un costo comlessivo compreso tra i 124 e i 177 miliardi di dollari.
L’aumento previsto della domanda di elettricità per rispondere alle esigenze di raffreddamento potrebbe quindi mettere sotto stress i sistemi di approvvigionamento elettrico e costituire un fattore di criticità per le politiche climatiche. Soltanto in India per soddisfare questa domanda potrebbe rivelarsi necessario ampliare la capacità di generazione tra il 18% e il 29%.
Il solare come via d’uscita
Una via d’uscita però c’è. Lo studio sostiene che l’energia fotovoltaica possa aiutare a gestire questa crescente domanda di elettricità. Sebbene il dato sia difficile da valutare con esattezza, le stime dicono che nelle aree dove la produzione fotovoltaica è maggiore il consumo di elettricità per il raffreddamento è inferiore del 25%.
Cooling poverty sistemica
Antonella Mazzone, ricercatrice affiliata all’Università di Oxford, ha proposto il concetto di cooling poverty sistemica, diverso da quelli di povertà energetica e fuel poverty. La cooling poverty può arrivare a definirsi sistemica quando organizzazioni, famiglie e individui sono esposti agli effetti negativi dello stress da calore principalmente perchè non possono fare affidamento su infrastrutture inadeguate.
La ricerca di Mazzone sottolinea anche la rilevanza delle infrastrutture di raffreddamento passivo (quelle che sfruttano acqua, superfici verdi e bianche), dei materiali da costruzione capaci di assicurare un’adeguata protezione termica esterna e interna e delle infrastrutture sociali. La povertà di raffrescamento sistemica abbraccia anche l’offerta di raffreddamento disponibile per il lavoro all’aperto, l’istruzione, la salute e dunque ha delle ovvie ricadute politiche.
The Cooling Solution
Pannelli solari sul tetto di un bed and breakfast nella Favela di Babilonia a Rio de Janeiro. Oppure, splendidi esempi di architettura vernacolare in India e Indonesia ispirati alla saggezza tradizionale e basati su materiali organici e assenza di pareti, così la natura può entrare direttamente nell’edificio. L’aria condizionata non è l’unica alternativa per resistere al caldo.
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Sono queste le immagini di un progetto che ha unito scienza e fotografia d’autore per provare a raccontare come persone provenienti da contesti socioculturali diversi, in varie zone del mondo, provino ad adattarsi e a convivere con temperature e alti tassi di umidità sempre più alti. La mostra The Cooling Solution è un reportage fotogiornalistico tra Brasile, India, Indonesia e Italia e offre una panoramica delle esperienze quotidiane delle persone a contatto con disagio termico, raffreddamento inefficiente e inefficace, iper-raffreddamento, architettura vernacolare e tecnologie di raffreddamento più all’avanguardia.
Gaia Squarci, autrice delle fotografie, ha commentato: “Senza dubbio ci troveremo a vivere in un pianeta più caldo, e senza dubbio, in alcuni contesti, l’aria condizionata può e potrà salvare vite. Ma esistono tantissimi altri modi di raffrescarsi, soprattutto quando le condizioni di temperatura e umidità non sono estreme. La mostra intende anche dare visibilità ad architetture, tecnologie, e comportamenti che potranno aiutarci senza surriscaldare il pianeta”.
Lo scopo di The Cooling Solution è diffondere il più possibile attraverso il potere comunicativo delle foto i risultati scientifici prodotti in 5 anni di ricerca dal progetto ENERGYA, finanziato dal Consiglio Europeo per la Ricerca (ERC). A coordinare il progetto è stata Enrica De Cian, professoressa di Economia ambientale a Ca’ Foscari e ricercatrice presso la Fondazione CMCC.
VEDI QUI la mostra in formato digitale.