
Il 19 settembre Marocco e Sierra Leone hanno ratificato il trattato per la protezione dell’alto mare. Grazie a queste due ratifiche l’accordo diventerà finalmente norma internazionale a partire da gennaio 2026. Affinché entrasse in vigore, l’Agreement on the Conservation and Sustainable Use of Marine Biodiversity of Areas Beyond National Jurisdiction (BBNJ), questo il nome formale, doveva ottenere l’approvazione di 60 Paesi. Il patto è previsto che entri in vigore proprio proprio quando le acque internazionali stanno diventando sempre più oggetto di controverse per varie attività industriali, come l’estrazione mineraria in acque profonde.
A che serve il trattato per la protezione dell’alto mare?
Il trattato era stato adottato dagli Stati Membri dell’ONU a giugno 2023, dopo quasi vent’anni di negoziati. Rappresenta un valido strumento internazionale per la regolamentazione dell’alto mare, copre due terzi della superficie oceanica esclusi dalla giurisdizione nazionale dei singoli Stati. Stabilisce un insieme di norme giuridicamente vincolanti per conservare e utilizzare in maniera sostenibile la biodiversità marina, condividere i benefici delle risorse genetiche marine in modo più equo e rafforzare la cooperazione scientifica in ambito marittimo.
Il BBNJ trova fondamento nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, considerata alla stregua di una “costituzione dell’oceano”. Una volta entrato in vigore, precisamente il 17 gennaio 2026, il trattato per la protezione dell’alto mare fornirà un quadro globale utile al raggiungimento degli obiettivi internazionali in materia di biodiversità. Tra questi c’è l’impegno a proteggere il 30% delle aree terrestri e marine entro il 2030, secondo quanto previsto dall’Accordo Kunming-Montreal per la tutela della biodiversità. Trascorsi i 120 giorni, i singoli Paesi proporranno le aree da proteggere, da sottoposte poi al voto dei governi firmatari del patto.
“La salute dell’oceano è la salute dell’umanità”
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha parlato di “traguardo storico per l’oceano e per il multilateralismo“.
“In due anni, – ha proseguito Guterres – gli Stati hanno trasformato l’impegno in azione, dimostrando cosa è possibile fare quando le nazioni si uniscono per il bene comune. Mentre affrontiamo la triplice crisi planetaria del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento, questo accordo è un’ancora di salvezza per l’oceano e l’umanità. La salute dell’oceano è la salute dell’umanità“.
“Il patto costituisce un’opportunità di conservazione che si verifica una volta ogni generazione, se non di più“, ha affermato invece Lisa Speer, che dirige il Programma Internazionale per l’Oceano presso il Consiglio per la Difesa delle Risorse Naturali.
Un’altra vittoria del multilateralismo ambientale
Dopo l‘accordo dell’OMC sulla fine delle sovvenzioni alla pesca eccessiva, arriva la tutela dell’alto mare. Nonostante il contesto internazionale sfavorevole e burrascoso, a causa principalmente del ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi sul clima, questo patto può essere considerato un’altra vittoria del multilateralismo ambientale.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, probabilmente lo ritiene un successo personale perché gli sforzi diplomatici francesi hanno sicuramente contribuito ad accelerare il ritmo delle ratifiche. Macron, tuttavia, sperava di arrivare alla soglia delle 60 ratifiche già a giugno, durante i lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Oceano organizzata a Nizza.
La Francia è l’unico Paese dei G7 ad aver ratificato il trattato. Gli Stati Uniti, dunque, non sono i soli ad aver esitato. All’appello, infatti, manca anche il governo italiano, nonostante le promesse fatte in merito al BBNJ. Il governo britannico, invece, avrebbe presentato la proposta di legge di ratifica da parte del Parlamento all’inizio di settembre.
Applicazione del trattato per la protezione dell’alto mare
Come per altri trattati ONU, anche questo, purtroppo, gode di opzioni di applicazione diretta alquanto limitate. I governi che hanno ratificato il patto si impegnano a rispettarlo come norma internazionale e, se uniscono le forze, possono costringere gli altri governi non firmatari a riconoscerne i termini.
A fine aprile il presidente statunitense, Donald Trump, ha firmato un ordine esecutivo finalizzato a “liberare le risorse e i minerali critici offshore degli Stati Uniti”. Lo scopo del documento è appunto sostenere le attività minerarie in acque profonde.
L’ordine esecutivo consente alla NOAA di emanare permessi per l’estrazione mineraria in acque profonde al di fuori delle acque territoriali statunitensi. Molti governi hanno osteggiato questa mossa, ritenendola una chiara violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. L’Autorità internazionale per i fondali marini, l’ente ONU per il coordinamento di tutte le attività connesse allo sfruttamento dei fondali in acque internazionali, non ha ancora emesso le linee guida fondamentali a regolamentare il settore. Tale ritardo ha offerto ad alcuni Paesi, come gli USA, l’occasione di approfittarne.
L’ex Capo della Casa Bianca, Joe Biden, era stato uno strenuo sostenitore del trattato sull’alto mare ma, con l’arrivo di Trump, gli USA hanno fatto marcia indietro. Non avendo ratificato il testo, non sono tenuti a rispettarlo. Tuttavia, come ha spiegato al NYT Russ Feingold, ex senatore democratico del Wisconsin, il patto “crea un regime internazionale che le aziende USA potrebbero avere difficoltà a ignorare se vogliono fare affari“.
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