• Articolo Washington, 17 dicembre 2015
  • La pressione delle multinazionali in crisi sul Congresso

    USA, sta per cadere il bando alle esportazioni di petrolio

  • Domani Washington potrebbe levare il divieto quarantennale all’export di petrolio. A pochi giorni dall’accordo sul clima, gli USA scoprono il loro gioco

USA, sta per cadere il bando alle esportazioni di petrolio

 

(Rinnovabili.it) – Proprio come in Europa, le grandi manovre dopo la COP 21 sono iniziate anche negli Stati Uniti. Non quelle per salvare il clima, ma piuttosto per commerciare petrolio e gas. Abbiamo dato la notizia, a inizio settimana, che 71 delle 95 raffinerie europee sono ormai pronte a processare il petrolio da sabbie bituminose canadese, parte del quale transita per gli Stati Uniti. Questo significa che il vecchio continente ha deciso di aumentare le importazioni. Ma se gli Stati Uniti non toglieranno il bando all’export di petrolio, in vigore dagli anni ’70, tutto questo sarà inutile. Ecco perché non deve passare inosservato lo storico voto che domani potrebbe avere luogo al Congresso americano: la spending bill promossa dai repubblicani contiene il rompete le righe per i petrolieri USA, davanti ai quali si apre un nuovo mercato, famelico di shale gas e petrolio: l’Europa. Sia la Camera che il Senato dovranno esprimersi, prima che il presidente Obama firmi la legge.

Gli ambientalisti hanno già gridato allo scandalo, perché vedono in questo processo un atroce tradimento delle dichiarazioni dei leader alla Conferenza sul clima di Parigi. Tuttavia, il testo dell’accordo finale non costringe nessuno ad abbandonare i combustibili fossili. Anzi, è così debole che non fissa nemmeno un obiettivo per le rinnovabili. In questo quadro, anche se pare incredibile, non vi è contraddizione tra il patto sul clima e le manovre per riversare un fiume di energia sporca sul mercato europeo.

 

USA, sta per cadere il bando alle esportazioni di petrolio 3

 

Questo storico provvedimento, se domani verrà calendarizzato e approvato dal Congresso, servirà a ridare linfa a compagnie in crisi, zavorrate da miliardi di debiti dopo il crollo del prezzo del petrolio che ha caratterizzato questi ultimi mesi. Da Exxon ai colossi del fracking come la Continental Resources, tutte le grandi società sostengono la rimozione del bando alle esportazioni. Anche le aziende costruttrici di oleodotti, gasdotti, terminali petroliferi e rigassificatori hanno già iniziato ad investire in infrastrutture lungo la costa del Golfo per gestire un aumento di volume delle esportazioni.

L’industria confida che gli accordi bilaterali USA-Ue (il TTIP) e Ue-Canada (CETA), andranno a completare il quadro tracciato dal NAFTA (USA-Canada-Messico), creando una enorme zona senza regole per il mercato, all’interno della quale i combustibili fossili avrebbero un posto in prima fila. Le politiche climatiche potrebbero subire un grave colpo da queste nuove strategie commerciali. Ma probabilmente questo, ai leader politici, è secondario.