La doverosa riflessione, a freddo, sulla sentenza nei confronti degli esperti della Commissione Grandi Rischi

Ho avuto la conferma che è difficilissimo formare un giudizio su un tema così delicato, se non si è in possesso di tutti gli elementi. Tuttavia, l’impressione è quella, amara, di una sconfitta per tutti. La comunità scientifica risulta colpita. Il diritto, rischia di ottenere il risultato opposto a quello atteso: anziché incidere sul rafforzamento del sistema delle responsabilità, in prima battuta sembra preludere all’abdicazione delle strutture dotate di expertise scientifiche. E’ l’allarme lanciato da 253 funzionari del Dipartimento della Protezione Civile, che in una lettera aperta pubblicata ieri on line hanno dichiarato di temere di “ritrovarsi soli e indeboliti, senza il supporto della comunità scientifica, dopo la sentenza del 22 ottobre 2012”. “Penso che aver affidato le decisioni politiche a un comitato di tecnici sia stato l’errore dell’Aquila” – ha dichiarato all’Ansa il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, all’indomani della sentenza. “Deve cambiare o essere più chiara la catena del comando. Non si può chiedere a tecnici e scienziati di assumersi una responsabilità che dovrebbe essere amministrativa e in ultima istanza politica”. Clini ha acceso un faro sulla responsabilità della macchina dello Stato, quell’insieme di leggi, uomini e strutture sulle quali, in origine, si è fondato lo stato unitario.

“Nel 1881 – scrive la studiosa – si manifestarono eventi simici in varie zone della penisola ed è in quest’anno che troviamo le prime tracce di documenti tra le serie documentarie del Ministero dell’Interno e di interventi legislativi in materia. Ma è con il disastro di Casamicciola (1883) e il sisma della Liguria (1887) che si hanno provvedimenti normativi di importanza basilare: le prime leggi contenenti norme in caso di terremoto”.
Con i movimenti tellurici della Calabria (1905) e il terremoto siculo-calabrese (1908), infine, la normativa vede uno sviluppo fortemente innovativo: per la prima volta si nota la volontà di definire procedure di intervento, sia riguardo ai primi soccorsi, sia in materia di ricostruzione con metodi antisismici e sia sulle modalità di impiego delle somme raccolte. Inoltre, viene ampliata la portata delle disposizioni, con riferimento al fenomeno economico nella totalità dell’impatto socio-ambientale, con un occhio “alle problematiche relative all’istruzione, alla produzione agraria e industriale, alla viabilità e all’attenzione per l’ambiente”. All’evoluzione normativa fa da contraltare quella degli apparati burocratici.
All’indomani del terremoto della Calabria, del 1905, nasce l‘Ufficio provvisorio dei servizi di beneficenza per i danni del terremoto nelle Calabrie, in seno alla divisione terza per l’assistenza e la beneficenza pubblica, della direzione generale del Ministero dell’Interno. L’attributo provvisorio metteva in risalto l’abitudine della burocrazia a organizzarsi in modo precario di fronte alle emergenze, “identificando l’andamento dei fenomeni geofisici con quelli amministrativo-istituzionali”. “La rovinosa concomitanza ” del ripetersi delle scosse telluriche nella zona calabro-sicula, nel 1905, 1907, 1908, e l’eruzione del Vesuvio nel 1906 portò la struttura provvisoria a divenire definitiva con il nome di Ufficio servizi speciali. L’ufficio, riformato nel 1920, fu operante fino alla Seconda Guerra Mondiale. Dopo, la storia è quella dell’Italia Repubblicana, dove la Protezione Civile diventa un modello di intervento riconosciuto nel mondo e l’importanza delle competenze scientifiche e manageriali diventa notizia. Dalle macerie di un terremoto è nato in nuce un modello di gestione delle responsabilità. Che non si debba mai dire che il discendente di quel modello è crollato sulle macerie delle altrui responsabilità.












