Una ricerca pubblicata dal Carbone Disclosure Project e l’agenzia Verdantix analizza i potenziali benefici ambientali ed economici nel trasferire dati su un server remoto

Il merito principale di un immagazzinatore di dati remoto come la cloud è quello di poter raggiungere alti livelli di efficienza sfruttando economie di scala, con una riduzione drastica dei tempi morti. Se infatti una singola azienda con server interno ha la necessità di mantenere capacità in eccesso per far fronte agli ineliminabili picchi di attività, l’utilizzo di una cloud esterna permette di rispondere in maniera flessibile agli alti e bassi nel flusso di dati. Le credenziali verdi del cloud computing sono tuttavia più complesse da definire. Come ha sottolineato Greenpeace in una recente ricerca, più dell’efficienza è la modalità di alimentazione a costituire il nodo centrale – le ricadute positive di un server che utilizza energia prodotta da centrali a carbone sono infatti giudicate minime. Considerando che una cloud remota può essere ospitata ovunque purché accessibile via internet, Stephen Stokes, vice-presidente della società di ricerca Gartner, intervistato di recente sul Financial Times, prevede un mercato globale incentrato su paesi con produzione di energia da fonte geotermica ed idroelettrica. Più precisamente: Danimarca, Islanda ed Austria per l’Europa, Nuova Zelanda per l’Asia-Pacifico e Brasile per il continente americano.











