Con 570.000 occupati e un Valore Aggiunto di 58 miliardi, la filiera elettrica è un pilastro economico dell'Italia. Nell'intervista a SSEC Vicenza, Paolo D'Ermo (Elettricità Futura) spiega come sbloccare oltre 4.000 progetti fermi nella burocrazia e trasformare il sistema elettrico italiano in una leva di autonomia e sviluppo

Intervista a Paolo D’Ermo, Responsabile Centro Studi e Affari Europei di Elettricità Futura
Il sistema elettrico italiano sta vivendo una trasformazione profonda. La crescita della domanda, spinta dall’elettrificazione dei consumi e da nuovi carichi come i data center, si intreccia con la necessità di aumentare la produzione rinnovabile, potenziare le reti e sviluppare sistemi di accumulo e flessibilità.
In occasione di SSEC – Storage & Solar Expo Conference di Vicenza, Rinnovabili ha intervistato Paolo D’Ermo, Responsabile Centro Studi e Affari Europei di Elettricità Futura per capire quali saranno le condizioni necessarie a sostenere questa evoluzione e quali sono oggi i principali nodi da sciogliere.
Dalla sicurezza energetica agli oltre 200 miliardi di euro di investimenti potenzialmente mobilitabili, passando per batterie, capacità programmabile e autorizzazioni, il confronto guarda al futuro del sistema elettrico italiano e alle scelte che potranno determinarne competitività e resilienza nei prossimi anni.
Paolo D’Ermo, in occasione del Forum di Cernobbio Elettricità Futura ha presentato lo studio “L’elettricità per un’Italia più sicura e competitiva”, realizzato con TEHA (The European House Ambrosetti) Group. Considerando che in Italia la domanda elettrica supera la produzione nazionale efficiente e guardando alle vostre stime che ipotizzano una crescita della domanda elettrica del +28% al 2035 e fino al +41% al 2040, quali interventi ritenete prioritari per garantire la sicurezza energetica del Paese e ridurre la dipendenza dalle importazioni
Le previsioni di crescita della domanda sono quelle istituzionali, previste nel PNIEC 2030 e poi dagli Scenari Terna-SNAM per il 2040. In ogni caso, già oggi l’Italia è un Paese strutturalmente “corto” per l’elettricità: siamo costretti ad importare circa il 16% dell’elettricità dall’estero, e questo ci espone alle crisi geopolitiche e climatiche che limitano la quantità di energia disponibile. Un esempio su tutti: abbiamo visto come le recenti ondate di calore abbiano costretto Francia e Svizzera a ridurre l’export. Se prendiamo come riferimento la domanda attesa dagli scenari istituzionali fino al 41% al 2040, trainata dall’elettrificazione dei consumi e dallo sviluppo dei data center, la priorità per l’Italia deve essere sviluppare nuova capacità rinnovabile, accompagnarla con accumuli e capacità programmabile, e velocizzare i processi autorizzativi. Non è più solo una strategia ambientale, ma industriale ed economica: le rinnovabili sono oggi la leva più efficace per coniugare competitività, sicurezza e autonomia strategica.
15-20 miliardi di investimenti per cambiare il sistema
Secondo lo studio, il settore elettrico potrebbe mobilitare fino a 200 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi nei prossimi dieci anni, con risparmi fino a circa 20 miliardi l’anno a regime. Quali condizioni devono essere create per mobilitare concretamente queste risorse e quali segmenti della filiera potrebbero avere il maggiore potenziale di sviluppo?
Anzitutto è importante ricordare che già oggi la filiera elettrica italiana allargata è uno dei principali comparti industriali del Paese. Considerando le imprese dirette e le attività indirettamente coinvolte nella filiera, si contano quasi 570.000 occupati, un Valore Aggiunto di 58 miliardi di Euro (circa il 3% del PIL Italiano) e 226 miliardi di valore della produzione a livello annuale. Guardando ai prossimi anni, parliamo di investimenti che potrebbero generare risparmi strutturali in bolletta e un impatto significativo su PIL e occupazione. Ma perché questo capitale si muova davvero servono condizioni abilitanti stabili e durature: certezza normativa e regolatoria, una crescita effettiva della domanda elettrica, processi autorizzativi rapidi e prevedibili, e consenso nei territori. Gli investitori hanno bisogno di segnali di lungo periodo, non di un quadro che cambia ogni anno. I segmenti con il potenziale maggiore sono tre: la generazione rinnovabile, le reti di trasmissione e distribuzione, che devono diventare più capaci, resilienti e digitali, e gli strumenti di flessibilità e adeguatezza, dagli accumuli alla capacità programmabile. Sono tre pilastri che si tengono insieme: senza l’uno, gli altri due perdono efficacia.
Più rinnovabili significa anche una maggiore esigenza di flessibilità. Dove si trovano oggi le criticità del sistema elettrico italiano, tra reti, accumuli e capacità di generazione programmabile?
Il problema, ormai, non è più soltanto produrre energia rinnovabile, ma anche renderla disponibile quando serve. Il fotovoltaico concentra la produzione nelle ore centrali della giornata, mentre la domanda segue altre dinamiche il risultato è una volatilità intragiornaliera dei prezzi cresciuta di diverse volte rispetto a pochi anni fa, con ore di energia abbondante e quasi gratuita e altre, la sera, in cui i prezzi risalgono rapidamente. È il segnale che il sistema ha bisogno di flessibilità strutturale. Le criticità si vedono su più fronti: le reti mostrano già segnali di stress, con inversioni di flusso sempre più frequenti; il margine di riserva è ridotto all’osso; e senza un adeguato accesso ai meccanismi di capacità, una parte consistente del parco termoelettrico rischia di non reggere economicamente, con conseguenze dirette sulla sicurezza del sistema. Accumuli, capacità programmabile e reti devono crescere insieme, non in sequenza.
A che punto siamo con la tecnologia delle batterie?
Le batterie sono oggi la tecnologia di accumulo più matura e diffusa, soprattutto per la rapidità con cui possono intervenire, e la loro capacità installata sta crescendo rapidamente, con le nuove installazioni che raggiungono durate sempre maggiori. Ma le batterie non vanno pensate come l’unica risposta: sono parte di un ecosistema della flessibilità che parte dagli asset efficienti e flessibili già esistenti, passando per i pompaggi idroelettrici, utili su orizzonti più lunghi, fino alla demand response e altre soluzioni emergenti. Un segnale importante arriva dal MACSE, il meccanismo che seleziona attraverso aste la capacità di accumulo necessaria nelle diverse aree del Paese: la prima asta ha raccolto un’offerta molto superiore alla domanda, a dimostrazione che quando il quadro regolatorio è chiaro e credibile, il mercato risponde con decisione. È la conferma che la flessibilità sta diventando un vero mercato, non solo una necessità tecnica.
Permitting, il collo di bottiglia da superare
In Italia abbiamo chiaramente un collo di bottiglia autorizzativo non irrilevante se pensiamo che oltre 4.000 progetti rinnovabili, per circa 150 GW, sono ancora fermi in attesa delle autorizzazioni. Quali soluzioni ritenete indispensabili per superare questo stallo?
La pipeline italiana è già ampia e matura: il problema non è generare nuove iniziative, ma trasformare progetti già avanzati in capacità realmente installata e integrata nel sistema. Il collo di bottiglia non è tecnologico né finanziario, perché la tecnologia esiste e il capitale è disponibile, ma amministrativo. Servono semplificazioni normative rese davvero effettive, un maggiore coordinamento tra Stato e Regioni, e una capacità amministrativa adeguata a chiudere gli iter autorizzativi nei tempi previsti dalle norme europee. Un esempio da seguire in questo campo è la Germania dove l’efficientamento nel permitting ha portato ad esempio nell’eolico a iter autrorizzativi inferiori ai 17 mesi.Va inoltre sfruttato pienamente il potenziale del repowering degli impianti esistenti, che permette di aumentare la capacità senza consumo di suolo aggiuntivo, potremmo ottenere una produzione aggiuntiva da rinnovabili fino a 40 TWh/anno, limitando l’analisi ai soli impianti utility scale con più di 10 anni per il FV e agli impianti eolici per cui ci sono le condizioni tecnico/economiche per il repowering. È una battaglia di efficienza amministrativa, prima ancora che industriale.












