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Gli scenari della Transizione Energetica, perché elettrificazione e rinnovabili sono l’unica costante

Il rapporto “Green Transition Scenarios 2026” di Statkraft, il più grande produttore di energia rinnovabile d’Europa, presenta 4 scenari globali a lungo termine e conferma: la crescita dell'elettrificazione e delle energie rinnovabili sono una costante in tutti e 4 i possibili futuri energetici, ma velocità, costi ed efficacia appaiono significativamente diversi tra loro

Accelerare la transizione verde, 3 scenari secondo Statkraft
La centrale elettrica di Mauranger, in Norvegia. Credits: Statkraft. Foto di Ørjan Solheim

Il “Green Transition Scenarios 2026” di Statkraft

Se dovessimo provare a descrivere in una sola parola il percorso della transizione energetica globale, il termine più adatto oggi sarebbe “frammentata”. Frammentata geograficamente per i diversi interessi nazionali, commercialmente per le nuove politiche protezionistiche ed economicamente per la difficoltà di alcuni segmenti produttivi di tenere il passo con la decarbonizzazione.

L’espressione in realtà è presa in prestito dal “Green Transition Scenarios 2026”, il rapporto annuale con cui Statkraft, il più grande produttore di energia rinnovabile d’Europa, analizza le possibili evoluzioni a livello globale. Un documento che nasce con l’obiettivo di aiutare a comprendere i possibili sviluppi con annessi rischi e incertezze e che da questa edizione aggiunge un livello di dettaglio in più: gli scenari della transizione passano da 3 a 4 per riuscire ad esplorare con maggiore granularità le diverse aree del quadro complessivo.

Il report accoglie così lo Scenario Green, lo Scenario Uneven Progress, lo scenario GridLock e per ultimo lo scenario Unrest, quattro possibili futuri che tuttavia ci tengono a sottolineare gli autori, “non dovrebbero essere letti come risultati con pari probabilità”. Servono piuttosto a testare la tenuta delle strategie.

I 4 scenari della transizione energetica al 2050

Il più auspicabile? Lo scenario Green, descrizione di una governance più solida, una maggiore stabilità politica e una transizione più rapida al netto di un periodo di polarizzazione e instabilità

Uneven Progress, letteralmente Progresso irregolare, prevede invece una governance mista e una persistente volatilità politica, segnalando una transizione non lineare, con progressi nel tempo, ma a costi più elevati rispetto allo scenario Green.

Lo scenario Gridlock o Stallo presenta invece una transizione energetica che avanza con freno a mano tirato e in maniera fortemente disomogenea, in un mondo frammentato e stagnante. 

Il futuro più conflittuale e destabilizzante è sicuramente quello descritto dallo scenario Unrest, letteralmente Instabilità, caratterizzato da una transizione energetica ferma al palo e dal crollo della cooperazione globale.

Quadro sintetico dei 4 Scenari di transizione al 2050

ScenarioQuadro GeopoliticoSviluppo Tecnologico & RinnovabiliRitmo della Transizione
Green Alta cooperazione globale, stabilità e accordi tra UE, USA e Cina.Rapido sviluppo, reti scalate globalmente, l’IA è ben regolamentata.Veloce e ordinato, caratterizzato da una forte elettrificazione ed efficienza energetica guidate da politiche chiare.
Uneven Progress Mondo polarizzato, cooperazione selettiva, focus su sicurezza e friend-shoring.Disomogeneo con un’alternanza di fasi di blocco e picchi di innovazione.A scatti con ritmi variabili tra Paesi, con costi complessivi più alti rispetto allo scenario Green.
Gridlock Mondo frammentato, governi divisi, alto debito pubblico e politiche protezionistiche.R&S e investimenti in stallo; crescita guidata solo dalle forze di mercato.Lento e ritardato: decarbonizzazione parziale e ridotta attività economica.
Unrest Tendenze autocratiche/populiste, conflitti geopolitici, fine dei trattati internazionali.Blocco ideologico o politico contro le rinnovabili; prolungato uso dei fossili.La transizione subisce un arresto quasi totale.

La direzione non cambia

Il dato che colpisce è che gli scenari divergono sul ritmo, non sulla rotta. In tutti i casi la domanda elettrica globale cresce tra il 50% e oltre il 100% entro il 2050. Nel Green raddoppia (×2,1), in Gridlock sale di ×1,86, e persino in Unrest, lo scenario più cupo, arriva a ×1,5. Intanto la crescita della domanda complessiva di energia rallenta, perché auto elettriche e pompe di calore sostituiscono tecnologie fossili molto meno efficienti. Dal 2035, in ogni scenario, le rinnovabili diventano la prima fonte di elettricità del pianeta (62%-79%), con eolico e solare a trainare.

Allo stesso modo diventano la prima fonte di energia primaria, con il 28-44% dell’offerta a seconda dello scenario, prima del 2050. Nel dettaglio il fotovoltaico dovrebbe crescere da quattro a nove volte tra il 2025 e il 2050 e l’eolico onshore da tre a sei. L’offshore, uscito da una fase difficile, varrà il 15-18% della capacità eolica totale nel 2050 ma molto dipenderà dal sostegno pubblico. L’idroelettrico resterebbe invece tra il 10% e il 12%, limitato dalla disponibilità di siti.

La ragione, spiega il rapporto, è in gran parte economica e di sicurezza, non solo climatica. Le fonti rinnovabili restano, infatti, competitive, e i paesi importatori di combustibili fossili, come UE e Cina, hanno un incentivo in più a elettrificare per ridurre l’esposizione a forniture volatili. 

Il prezzo della frammentazione si misura in gradi

Il conto arriva sul clima. Nello scenario Green le emissioni energetiche scendono a 15,4 miliardi di tonnellate di CO₂ nel 2050, la quota di rinnovabili nell’elettricità tocca il 79% e le proiezioni portano a circa +2,2°C a fine secolo, con una probabilità del 67% di restare al di sotto.

Vuol dire che anche il percorso migliore non rispetterebbe l’obiettivo di 1,5°C fissato dall’Accordo sul Clima di Parigi. Lungo la scala, Uneven Progress arriva a 22,2 Gt e +2,4°C, Gridlock a 25,1 Gt e +2,5°C, Unrest a 28 Gt e +2,7°C, con rinnovabili al 62% dell’elettricità e carbone ancora vivo. Il picco delle emissioni è considerato vicino in tutti i casi, ma la discesa dopo il picco è ciò che distingue i mondi.

Anche per i combustibili fossili il quadro è graduato. Il carbone cala del 78% nel Green e solo del 28% in Unrest. Il petrolio scende del 35% nel primo caso e dell’8% nell’ultimo, mentre il gas passa da -23% a un lieve +1%.

Il collo di bottiglia si sposta sulle reti

Se la rotta è comune, l’ostacolo lo è altrettanto: sempre meno la generazione, sempre più reti, accumuli e flessibilità. In Europa i segnali sono già visibili, tra prezzi zero o negativi, curtailment e oscillazioni giornaliere dei prezzi all’ingrosso circa cinque volte più ampie rispetto al 2020. E il conto, in termini di capacità bloccata, è alto: secondo il rapporto, in Europa ci sono oggi almeno 120 GW di progetti rinnovabili maturi che potrebbero entrare in esercizio entro il 2030 ma che sono fermi per congestione di rete.

Il problema? Una parte consistente degli investimenti serve semplicemente a sostituire infrastrutture invecchiate, rese più fragili da ondate di calore, alluvioni e tempeste sempre più frequenti. A questo si aggiunge la nuova generazione, spesso lontana dai centri di consumo. I freni sono autorizzazioni lunghe, finanziamenti e capacità produttiva limitata: per i grandi trasformatori di potenza e i componenti più specializzati i tempi di fornitura possono arrivare a diversi anni. 

Lo squilibrio attuale, spiegano gli autori, dovrebbe attenuarsi nel medio termine in tutti gli scenari: anche in Unrest gli investimenti in reti, batterie, elettrificazione e domanda flessibile riequilibrano i mercati, mentre nel Green crescono molto più in fretta. La flessibilità, concludono, non ha una soluzione unica: serve un mix di batterie, risposta della domanda, generazione programmabile e interconnessioni.

In questo quadro generale, un messaggio emerge chiaramente: batterie, generazione programmabile e interconnessioni non sono più semplici tasselli tecnici per integrare solare ed eolico, ma la vera e propria ossatura economica e strategica dei Paesi. Trattare questi strumenti come priorità strategica non risponde soltanto a un imperativo climatico, ma a una rigorosa logica di politica industriale: è l’elemento chiave per contenere i costi dell’energia per il sistema produttivo, aumentare la competitività e favorire l’autonomia energetica in un contesto globale sempre più instabile.

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