Gli EAU usano la Cop28 sul clima per fare affari su petrolio e gas

Le rivelazioni arrivano da documenti riservati preparati dal team della presidenza di turno del vertice sul clima per gestire gli incontri bilaterali con oltre 20 paesi. Mentre parlano dei dossier in discussione alla Cop, gli EAU vogliono stringere nuovi accordi privati a favore della compagnia nazionale del petrolio, la ADNOC. Il cui capo è proprio il presidente della Cop

Cop28 sul clima: dietro le quinte, gli affari fossili degli EAU
Sultan al-Jaber, presidente di turno della Cop28, insieme al presidente del Brasile Lula. Crediti: Palacio do Planalto via Flickr CC BY-ND 2.0 DEED

Lo scoop di Centre for Climate Reporting e BBC

(Rinnovabili.it) – Valutare investimenti congiunti in gas naturale liquefatto in Canada, Mozambico e Australia con la Cina. Comunicare piena disponibilità alla Colombia a supportare lo sviluppo delle sue risorse fossili. Chiedere l’appoggio del Brasile nel tentativo di acquisire Braskem, la più grande compagnia di raffinazione dell’America Latina. Tutto questo, e molto altro, è quello che pianificano di fare gli EAU dietro le quinte della Cop28 sul clima. Usando il ruolo di presidente di turno del vertice di Dubai.

Intenzioni che emergono da documenti riservati, preparati dagli Emirati Arabi Uniti e ottenuti dai giornalisti del Centre for Climate Reporting e dalla BBC. Nelle carte, i punti che i funzionari emiratini – ufficialmente impegnati a fare pressioni sui 200 paesi presenti alla Cop per raggiungere un accordo finale ambizioso sul contrasto della crisi climatica – vorrebbero toccare nei bilaterali con oltre 20 paesi. Punti che riguardano accordi tra l’ADNOC, la compagnia statale del petrolio di Abu Dhabi, e gli interlocutori stranieri, e che vertono su investimenti e sviluppo di nuovi progetti fossili.

Dietro le quinte della Cop28 sul clima

Lo scoop dei media britannici assesta un altro colpo alla credibilità della presidenza emiratina della Cop28 sul clima. Alimentando ancora di più, se possibile, i timori di quella parte di osservatori che hanno temuto il peggio fin dallo scorso gennaio, quando a guidare il vertice sul clima è stato nominato Sultan al-Jaber, già inviato per il clima degli EAU ma, soprattutto, capo dell’ADNOC. I conflitti di interesse, su cui al-Jaber ha dato per mesi garanzie, non erano solo timori infondati.

Due gli ordini di problemi. Da un lato, la credibilità della presidenza di turno. Chi gestisce il vertice sul clima è chiamato dall’UNFCCC a operare con trasparenza e integrità, e soprattutto imparzialità. Caratteristiche che non sembrano compatibili con i temi di cui l’emirato arabo del Golfo vuole discutere, né con il fare affari e per di più su petrolio e gas.

Dall’altro lato, il contrasto tra gli accordi per lo sviluppo delle fossili a cui mira Abu Dhabi e le valutazioni delle più accreditate agenzie internazionali, a partire dall’Agenzia internazionale per l’energia (IEA). Le quali calcolano che per non sforare la soglia di 1,5 gradi è necessario smettere subito di investire in nuovi giacimenti fossili e ridurre drasticamente la loro produzione.

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