Neutralità climatica: cosa dice il nuovo piano quinquennale della Cina

Cosa ha deciso il politburo del partito comunista cinese che ha approvato il nuovo piano 2021-2025? La politica climatica di Pechino rispecchia davvero le ambizioni annunciate dal presidente Xi Jinping?

neutralità climatica
Credits: wei zhu da Pixabay

di Lorenzo Marinone

Pochi ma importanti dettagli sulla promessa di neutralità climatica entro il 2060

(Rinnovabili.it) – Il partito comunista cinese non scopre ancora le carte su come intende raggiungere la neutralità climatica. I passi da compiere sono scritti nero su bianco nel nuovo piano quinquennale 2021-2025, che è stato discusso e approvato (in forma quasi definitiva) settimana scorsa dal massimo organo esecutivo del partito. Ma i dettagli fatti trapelare sono pochi, per lo più indirizzi di massima. E quando si arriva a parlare specificamente di clima e politiche energetiche i funzionari cinesi sono ancora più abbottonati.

A prima vista, il testo del documento si limita semplicemente a richiamare uno degli obiettivi già preannunciati dal presidente Xi Jinping a settembre, nel discorso all’assemblea generale dell’ONU in cui ha promesso la carbon neutrality entro il 2060. Nello specifico, il comunicato finale riporta che la Cina continuerà a ridurre le emissioni di CO2 dopo aver raggiunto il picco nel 2035. Anche la conferenza stampa finale aggiunge poco altro. Per cercare di capire quali sono gli orientamenti di Pechino bisogna provare a leggere tra le righe.

Quale neutralità climatica?

Il primo aspetto che emerge ad uno sguardo attento è una questione di definizioni. “Per ora si parla solo di neutralità carbonica, non di zero emissioni nette – rimarca Carlotta Clivio, junior research fellow di T.waiE’ possibile che la Cina non si voglia impegnare su tutte le emissioni climalteranti, ma solo sulla CO2. Se così fosse, l’impegno di Pechino non sarebbe lo stesso formulato di recente da Giappone e Corea del Sud”.

Il piano quinquennale non scioglie i dubbi. Ma è certo che Pechino può trovare sponde adeguate anche se volesse tarare al ribasso l’asticella delle sue promesse. La definizione di carbon neutrality data dall’IPCC, il Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’ONU, parla soltanto di CO2 da attività antropiche. Mentre la definizione europea, di fatto, copre un gran numero di gas serra, inclusi anidride carbonica e metano.

Collegato alla definizione di neutralità climatica sarà anche cosa viene effettivamente conteggiato. “Il grande problema cinese è l’emission leakage, cioè lo spostamento della produzione di emissioni fuori dal paese – sottolinea Lorenzo Colantoni, ricercatore del programma energia, clima e risorse dello IAI Verrà conteggiato da Pechino? Il punto vero è che siamo ancora ad una dichiarazione di intenti, anche se su scala cinese. Ma c’è un vantaggio: pone degli interrogativi, come questo della definizione, che in passato non ci si poneva con la stessa urgenza”.

Aspettando il phase out del carbone

Nessun accenno viene fatto al carbone. La domanda cinese continua a salire anche se la quota nel mix energetico è scesa dal 68% del 2021 al 59% del 2018. E così questo per Pechino sembra proprio il tallone d’Achille di qualsiasi progetto di decarbonizzazione dell’economia e della società. Per avere indicazioni più chiare, su questo come su altri punti inevasi, “bisognerà aspettare la formulazione ufficiale dei nuovi Contributi Nazionali Determinati (NDC) della Cina, perché avranno un ruolo fondamentale per agevolare l’obiettivo principale, la neutralità carbonica”, commenta Clivio.

Per Colantoni il phase out del carbone è implicito, visto che l’impegno di Xi è di far calare “drasticamente” le emissioni dopo il picco del 2035. Ma delinearne i contorni precisi crea grattacapi alla politica cinese. “Ci sono contrasti su questo tra il livello centrale dello Stato e i governatori delle singole province”, spiega il ricercatore. Gli ambiti locali hanno tutto l’interesse a installare nuova capacità per raggiungere gli obiettivi di crescita economica che sono stati loro assegnati. Da qui il braccio di ferro con Pechino. Da questo punto di vista, il nuovo piano quinquennale potrebbe creare delle condizioni più favorevoli e facilitare l’abbandono del carbone. Infatti, per la prima volta la Cina non si pone un obiettivo di crescita economica ben definito. Meno pressione sui governatori, dunque.

Il nodo dell’innovazione

Dalla riunione del politburo cinese emerge soprattutto un forte accento sull’innovazione. Che è intimamente collegata alle politiche climatiche di Pechino. “Che la Cina dica oggi che metterà particolare enfasi sull’innovazione nei prossimi anni , e che entro il 2060 si pone l’obiettivo di raggiungere la neutralità carbonica, sono due aspetti che viaggiano insieme – puntualizza Clivio Pechino vuole essere tra i leader nelle tecnologie a basso contenuto e a bassa produzione di emissioni. Questo accento sull’innovazione è più facile da capire se lo si legge insieme alla lettera che 30 CEO di aziende americane mandarono a Trump quando decise di far uscire gli USA dall’accordo di Parigi: gli Stati Uniti temono di perdere competitività in termini di innovazione tecnologica, incluso nell’ambito delle tecnologie efficienti a livello energetico”.

Nel documento del partito, il tema dell’innovazione è accostato alla necessità di assicurarsi la dose necessaria di autonomia. Un discorso che punta soprattutto in direzione della tutela delle catene del valore, ad ampio spettro. Ma che non è estraneo all’ambito energetico. “Pechino riconosce che per avere una vera transizione energetica la sua quota di indipendenza deve essere maggiore – suggerisce Colantoni Ad esempio, questo lo si potrà vedere nell’adeguamento di una rete elettrica che deve poter sostenere una generazione principalmente da fonti rinnovabili”.

Se la Cina ripensa la sua cultura climatica

Se questi sono i punti specifici che si possono leggere in controluce, dal linguaggio adottato nel comunicato finale si ricava qualche indicazione anche su come la Cina sta interpretando questo momento di trasformazione. Per Clivio “è importante che vengano citati temi come la maggiore promozione di uno sviluppo sostenibile e a basse emissioni del paese, o l’incremento dell’efficienza energetica, perché li si inscrive in un solco scavato inizialmente dal Hu Jintao”, l’ex presidente cinese, che ha iniziato a dare posizione più centrale a qualità della vita e sostenibilità ambientale. Repetita iuvant anche in oriente: è un modo per rendere più certi i binari che dovranno seguire anche i successori.

Certo, resta l’incognita delle tempistiche, tutt’altro che secondaria. Ma intanto sta avvenendo un cambiamento importante, strutturale, che non deve essere tralasciato. E può dare una scossa al percorso verso la neutralità climatica. “Stiamo passando da una prospettiva calibrata solo su una transizione energetica ed un cambiamento di sistema a tutto tondo – ragiona Colantoni C’è un approccio più ampio e complesso ai temi come clima e energia adesso. E c’è una componente culturale che forse mancava in precedenza, quando era presente solo un driver industriale. Non è un caso che il documento parli anche di agricoltura, ad esempio, o di rivoluzione verde nello stile di vita”. Non è poca cosa se si considera quanto un certo concetto di crescita, squisitamente economico, numerico e quantitativo, sia un vero mantra per Pechino. “Adesso si inizia a parlare di crescita in modo meno ossessionato da quella crescita a tutti i costi che considera solo gli aspetti economici”, conclude il ricercatore dello IAI.

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