Rinnovabili • albero di Natale

L’albero di Natale è sostenibile?

In questo periodo dell’anno si riaccende l’eterna disputa tra i sostenitori dell’albero di Natale naturale o di quello finto. Impatto e convenienza ambientale dipendono da vari fattori: capire le differenze tra le due tipologie può aiutare orientare nella scelta

Credit: Lapo Azzini - Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze.
Credit: Lapo Azzini – Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze.

(Rinnovabili.it) – Vero o finto? La scelta dell’albero di Natale impegna ogni anno chi ha una discreta sensibilità ambientale. I sostenitori di quello finto si sentono a posto con la coscienza e ritengono di aver avuto un impatto ambientale pari a zero, convinti che acquistare un albero di Natale di plastica può salvarne uno vero. Ma è davvero così?

Se pensiamo al numero di alberi di Natale che si fanno ogni anno nel mondo è facile rendersi conto dell’impatto della nostra scelta. Dato per scontato che nessuno rinuncerà a fare l’albero, dobbiamo chiederci: cosa produce più anidride carbonica? Qual è la scelta ecologicamente corretta? È opportuno precisare che gli alberi finti provengono dalla Cina (già il solo trasporto ha un impatto ambientale importante) e sono prodotti in due tipologie: la versione base, più economica ma anche più bruttina, e quella cosiddetta “premium”, più costosa ed esteticamente migliore.

Le norme sulla coltivazione degli alberi di Natale sono piuttosto severe, e il Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri vigila sul loro rispetto. Due sono i tipi di albero che si possono acquistare: quelli che vengono da apposite piantagioni di specie autoctone (abeti rossi Picea abies e abeti bianchi Abies alba), quindi si tratta di una coltivazione agricola come tante altre, e i cosiddetti “cimali”, cioè quelli senza radici, ovvero le cime di alberi che vengono tagliati nei boschi per la produzione di legno o per fare diradamenti.

 

L’Università di Firenze ha una lunga tradizione di studi in materie agro-ambientali che oggi si avvalgono di tecnologie molto avanzate. Qui è stato effettuato uno studio sull’impatto ambientale degli alberi di Natale. Ne abbiamo parlato con il prof. Giacomo Goli, professore associato nel Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze.

 

L’Università di Firenze ha una scuola forestale fin dal 1924. Come si articola il corso di laurea in Scienze forestali e ambientali e quali sono i suoi sbocchi professionali?

Le scienze forestali nascono in Italia 150 anni fa a Vallombrosa (FI) con la fondazione del Regio Istituto Superiore Forestale. Questo fu poi trasferito a Firenze nel 1913 e con il decreto di fondazione dell’Università di Firenze del 1924 fu in essa inglobato. Le scienze forestali moderne sono una disciplina estremamente tecnica e multidisciplinare che cerca di mediare tra le esigenze produttive e di conservazione della natura, della biodiversità e del paesaggio. I mezzi moderni dei forestali sono i sistemi informativi territoriali, i satelliti, i droni, i modelli matematici integrati con le conoscenze di botanica, pedologia, genetica, selvicoltura, patologia, ecologia, legislazione, utilizzazioni forestali e tecnologia del legno. Queste competenze si possono acquisire a Firenze così come in altre sedi italiane. A Firenze è attivo un corso di studi triennale in Scienze Forestali Ambientali a cui può seguire una laurea magistrale in Scienze e Tecnologie dei Sistemi Forestali. Oltre a questi è attivo un corso di studi triennale professionalizzante in Tecnologie e Trasformazioni Avanzate per il Settore Legno-Arredo/Edilizia che mira a formare competenze tecniche 4.0 per il settore del legno. I forestali trovano occupazione negli enti territoriali (regione, comuni, città metropolitane), negli enti locali (comunità montane, unioni dei comuni, consorzi), nei parchi, nei Carabinieri Forestali o nei Corpi Forestali Regionali, presso privati che gestiscano grandi appezzamenti forestali o come liberi professionisti che si occupano sia di gestione forestale che di verde pubblico e privato. Sia i laureati triennali che magistrali possono iscriversi all’Ordine Nazionale Periti Agrari e Forestali e operare all’interno delle competenze che lo caratterizzano.

 

Il bosco è un ecosistema complesso. Quanto risente dei cambiamenti climatici? Possiamo considerarlo una risorsa rinnovabile?

Il bosco è indubbiamente un sistema complesso e multifunzionale, per questo le scienze forestali devono avere un approccio estremamente multidisciplinare. Il legno è una risorsa rinnovabile che è opportuno utilizzare al posto di altre risorse non rinnovabili. Il lavoro svolto sull’albero di Natale ne è una testimonianza. Compito dei forestali è quello di programmare l’utilizzo responsabile del bosco così da permettere alla risorsa legno utilizzata di rinnovarsi e continuare ad apportare i suoi benefici nel tempo, non solo in termini di produzione di legno ma anche di protezione idrogeologica, conservazione della biodiversità, fruizione. Oggi l’Italia è uno dei paesi più cauti nell’utilizzo dei boschi, questo vuole dire che una buona parte della crescita annua dei boschi non viene utilizzata, cosa che ha portato il patrimonio forestale a crescere molto negli ultimi decenni. I tempi con cui si riforma la risorsa legnosa possono variare dai 15 ai 20 anni per le utilizzazioni dei cedui fino agli 80 o 120 anni per le fustaie. Sono tempi lunghi ma a cui i forestali sono abituati e che non ci devono fare paura. Il forestale deve avere una grande capacità di guardare oltre se stesso e anche di accettare che in molti casi non vedrà mai il frutto del proprio lavoro. Mi ha fatto molto piacere vedere come nel 2019, su monte Morello, la montagna sopra Firenze, sia stato dedicato un sentiero all’opera dell’ispettore forestale Domenico Mariani, direttore del rimboschimento di monte Morello nei primi del Novecento. Opera che ha garantito, come in molte altre parti d’Italia, la protezione idrogeologica e che oggi permette la fruizione di questi boschi a miglia di persone che si muovono a piedi e in mountain-bike.

 

Credit: Lapo Azzini - Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze.
Credit: Lapo Azzini – Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze.

 

È corretto affermare che l’acquisto di alberi di Natale veri impoverisce i boschi?

Affermare che l’albero artificiale protegga la natura è assolutamente falso. Prendendo ad esempio il Casentino, la zona dove abbiamo svolto il nostro studio, l’albero di Natale naturale è coltivato da piccole aziende agricole che utilizzano terreni che altrimenti sarebbero abbandonati impiegando sistemi agricoli a bassissimo impatto. Le fertilizzazioni sono di piccola entità e rare così come le lavorazioni del terreno. Abbiamo infatti dimostrato come, preso come riferimento un abete naturale di 1,5 metri di altezza, considerando soltanto i processi agricoli e industriali, questo impatti 15 volte meno di un abete artificiale di tipo base, con chioma poco folta, e 38 volte meno di un abete artificiale con chioma molto folta. Quindi nel caso dell’abete premium, pur sostituendo l’albero naturale tutti gli anni ci vogliono 38 riutilizzi dell’abete artificiale perché questo diventi conveniente da un punto di vista di impatti sul riscaldamento globale. A questi dati andranno poi aggiunti gli smaltimenti e il fatto che l’albero naturale sia di origine biologica, il che porterà quello naturale ad essere ancora più conveniente. L’albero senza radice potrebbe essere ancora più conveniente perché spesso si utilizzano cimali di alberi abbattuti per fare legname da opera, e quindi senza impatti di coltivazione, oppure alberi di vivaio lasciati invecchiare che essendo trasportati senza zolla impattano meno in termini di trasporto.

Lapo Azzini ha smentito alcuni luoghi comuni sugli alberi di Natale nella sua tesi di laurea magistrale in Scienze e tecnologie dei sistemi forestali della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze. Il suo studio, svolto su un campione di aziende del Casentino e con la collaborazione della Coldiretti di Arezzo, ha permesso di confrontare le emissioni di CO2 tra abeti naturali e di plastica.

 

Perché l’albero di Natale di plastica non è ecologico, come alcuni credono? Qual è la differenza di costo ambientale tra vero e finto?

Principalmente perché un albero artificiale è composto di metallo, plastiche ed altri componenti la cui produzione comporta un impoverimento delle risorse non rinnovabili presenti sul pianeta, in particolar modo di componenti fossili da cui derivano le plastiche, oltre che all’emissione di tutta una serie di sostanze inquinanti, fra cui composti che contribuiscono all’aumento del riscaldamento globale.
Per quanto riguarda gli impatti ambientali, parlando per semplicità della sola CO
2, dallo studio effettuato risulta che in base a fattori come la tipologia di smaltimento o la quantità di materiale presente nell’albero artificiale la controparte naturale risulta grossomodo dalle 10 alle 30 volte meno impattante. Questo però non significa che l’albero di plastica risulti per forza la scelta meno ecologica, in quanto a differenza di un albero naturale, che spesso viene acquistato nuovo ogni anno, il primo può essere riutilizzato per più anni di seguito, ammortizzando i suoi impatti nel tempo; è dunque possibile, utilizzando per più anni di seguito lo stesso albero di plastica, arrivare a pareggiare le emissioni prodotte dall’acquisto di un nuovo albero di Natale vero ogni anno, se non addirittura raggiungere un “impatto” migliore. Il fattore discriminante è semplicemente il tempo di utilizzo dell’uno o dell’altro prodotto.

 

Come regolarsi per l’acquisto? Esiste una certificazione di provenienza degli abeti?

Tutti i produttori in teoria sono tenuti ad applicare a ogni pianta venduta un’etichetta che specifica che si tratta di un albero coltivato appositamente per essere impiegato come albero di Natale; di solito viene indicata anche la specie, ma oltre alle differenze estetiche non è che questa cosa influisca a livello di impatti, dato che i trattamenti colturali effettuati (almeno nelle aziende da me visitate) sono uguali per tutte le specie.

 

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Credit: Lapo Azzini -Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze.

 

Alla fine delle feste l’albero si secca irrimediabilmente, ma nel caso fosse ancora vivo, dove bisogna ripiantarlo?

Si può tranquillamente mettere in un vaso, o nel giardino di casa se si ha disponibilità; nel bosco meglio evitare, così come suggerito anche dalle linee guida proposte dal Dipartimento di Scienze e Tecnologie agrarie, ambientali e forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze, per non rischiare di inserire involontariamente possibili fattori di disturbo. Inoltre, per aumentare ancora di più le possibilità di sopravvivenza dell’albero sarebbe consigliabile non tenerlo troppo vicino a fonti di calore diretto in casa e una volta terminato il periodo di Natale non metterlo subito fuori, dove lo sbalzo repentino di temperature potrebbe rappresentare uno stress troppo elevato. La cosa migliore sarebbe farlo “acclimatare” per qualche giorno in una zona più fredda della casa: un garage o una veranda sarebbero opzioni perfette.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.


Rinnovabili • hitachi rail

I treni a batteria di Hitachi Rail conquistano l’Europa

Anticipando il futuro, Hitachi Rail sta lavorando a soluzioni capaci di rimpiazzare il diesel nei treni per le tratte non elettrificate

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Fonte: Hitachi Rail

In Europa il 40% delle linee ferroviarie non sono elettrificate. In alcune tratte si arriva al 60%. Se è vero che il settore è quello meno impattante sul clima tra le diverse modalità di trasporto, è altrettanto vero che dovrà crescere nel prossimo futuro. Le esigenze di decarbonizzazione nell’Unione Europea impongono infatti di trasformare la mobilità e favorire le soluzioni più sostenibili. Tra queste, il trasporto su rotaia si candida a tirare la volata. Anticipando il futuro, Hitachi Rail sta lavorando proprio all’implementazione di soluzioni capaci di risolvere un problema chiave: l’utilizzo della propulsione diesel nei treni per le tratte non elettrificate. Per superare lo scoglio, Marco Sacchi, Senior Director Global Platforms & Innovation di Hitachi Rail, lavora alla progettazione di treni ibridi a batteria. Sacchi ha sviluppato diversi prodotti dell’azienda multinazionale negli ultimi anni: dal Frecciarossa 1000 ai treni a doppio piano, all’alta velocità inglese fino ai più moderni treni a batteria. Oggi si occupa di sviluppare le piattaforme globali, le tecnologie verdi, l’ecodesign e l’innovazione digitale dei prodotti per la mobilità ferroviaria che verranno realizzati nei prossimi anni da Hitachi Rail. L’abbiamo incontrato per conoscere le principali innovazioni del settore e gli scenari che un uso crescente delle batterie al litio nel trasporto ferroviario apre per il paese e il pianeta. 

Vista l’esigenza di decarbonizzazione dei trasporti europei, Hitachi Rail ha da subito investito in treni a batteria. Ci racconta perché?

Il tema della decarbonizzazione è assolutamente centrale in questo momento. Se guardiamo alla realtà europea, il 40% delle linee ferroviarie sono operate da treni diesel. Tra i paesi di riferimento per Hitachi – Italia, Germania o Inghilterra – quest’ultimo è addirittura al 60%. Per centrare gli obiettivi al 2030 e al 2050, in passato si pensava di elettrificare le tratte mancanti. Una vera alternativa, però, viene dai treni a batteria. In Giappone questa tecnologia è arrivata in anticipo. Il nostro primo prototipo di treno a idrogeno, che sostituiva un mezzo diesel, è di vent’anni fa. Poi sono arrivati i treni a batteria, con la prima flotta entrata in servizio nel 2016. Oggi in Giappone abbiamo tre flotte operative.

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Fonte: Hitachi Rail

In quali paesi europei state lavorando a questa tecnologia e con quali prodotti? 

In Italia, dal dicembre 2022 è arrivato quello che noi chiamiamo Masaccio, un nuovo treno a batteria realizzato per Trenitalia con il nome Blues. Anche lui è un primo al mondo, perché è tri-modale. Noi lo chiamiamo “tribrido”, perché può viaggiare in modalità elettrica laddove è disponibile l’alimentazione da catenaria, in modalità ibrida diesel-batteria, oppure solo a batteria. Quest’ultima possibilità viene preferita per l’ingresso nei centri abitati, in modo da ridurre le emissioni e il rumore. Al momento abbiamo già 98 treni operativi in molte regioni italiane su un contratto quadro che ne prevede 135. Il Masaccio ha anche ottenuto lo scorso anno una Social Product Declaration, che mostra i dati sulle prestazioni di sostenibilità sociale di un prodotto o servizio in una prospettiva del ciclo di vita. Si è trattato della prima certificazione del suo genere rilasciata al mondo. Siamo orgogliosi di averla ottenuta perché siamo stati dei pionieri in questo campo e lavoriamo molto per monitorare l’impatto dei nostri prodotti e servizi. L’innovazione è sostenibile solo se sa valutare pienamente i suoi impatti sociali e ambientali.

Se dovesse fare una previsione, quale spazio avranno nel futuro della mobilità su rotaia i treni a batteria? Potrebbero diventare la tecnologia prevalente o faranno da tecnologia complementare?

Secondo Hitachi, la batteria è la risposta alla decarbonizzazione nel breve e medio periodo. Molte linee ferroviarie europee devono fare i conti con il passaggio in gallerie piccole e difficili da elettrificare con la classica alimentazione da catenaria. Occorre quindi una diversa soluzione. Noi la stiamo mettendo in pratica in Italia, ma anche in Inghilterra, dove entro due mesi usciremo con un prototipo per i treni Intercity che attualmente sono bimodali, cioè solo diesel ed elettrici. Andremo a rimuovere uno dei motori diesel sostituendolo con una batteria, in un’operazione simile a quella italiana. Ci saranno quindi tratte gestite unicamente a batteria e la possibilità – lungo la linea – di trazione ibrida e ridurre i consumi. In generale, la batteria si sposa bene con questa elettrificazione a macchia di leopardo che abbiamo in Europa. Nelle tratte elettrificate è possibile ricaricare gli accumulatori, per poi utilizzarli in quelle dove altrimenti sarebbe subentrato il diesel. Oggi un treno a batteria può percorrere fino a 100 km, quindi coprire porzioni limitate della linea non elettrificate è possibile anche con capacità ridotta delle batterie stesse.

Abbiamo già dei risultati positivi in relazione ai consumi e alle emissioni?

Queste modalità di utilizzo ibrido hanno già ridotto i consumi di carburante di quasi il 50%. Se guardiamo alcune linee specifiche su cui operano questi treni, ad esempio la Firenze-Siena, vediamo che da Firenze a Empoli è disponibile l’alimentazione da catenaria, da Empoli a Siena no. Oggi i treni partono da Firenze direttamente in modalità diesel, anche dove sarebbe disponibile il tratto elettrificato. I nuovi Masaccio, che possono percorrere quella tratta in modalità elettrica, sono in grado di ridurre la CO2 equivalente per passeggero al chilometro dell’83%. Un altro vantaggio è quello del risparmio di costi che i treni a batteria garantiscono rispetto ad interventi di elettrificazione di tratti attualmente privi di linee aeree di contatto.

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Fonte: Hitachi Rail

Per quanto riguarda le batterie, che caratteristiche ha un accumulatore destinato a muovere non un’auto, ma un convoglio?

Le batterie che oggi installiamo sui treni Intercity inglesi sono batterie da circa 1MWh, un’auto elettrica arriva massimo a 150 KWh. Siamo nell’ordine di 8-10 Tesla, diciamo. Sono dimensioni importanti, ma se pensiamo al numero di persone che trasporta un rotabile ferroviario vediamo le cose in prospettiva. Un’auto muove da una a quattro persone, un vagone da 70 a 100. Il fattore di scala è tale che un veicolo ferroviario, in termini di consumi energetici o di emissioni per chilometro, generalmente è nel range di un sesto o un decimo rispetto a un’automobile. Si tratta comunque di tecnologie complesse da integrare in un rotabile ferroviario, in termini di pesi e spazi. Poi c’è l’aspetto della sicurezza: ogni nuova tecnologia introdotta su ferrovia richiede analisi di safety case. Le nostre batterie vengono da produttori che hanno introdotto sul mercato milioni di celle senza mai avere un incidente.

Da dove vengono le batterie che si utilizzano nei treni Hitachi Rail?

La gran parte delle batterie sono fatte in Cina. Quelle che però utilizziamo noi in Italia sono prodotte in Giappone da Toshiba, mentre quelle utilizzate in Inghilterra sono prodotte lì da un’azienda cino-giapponese. Si tratta però di tecnologie che si stanno diffondendo. Anche se i volumi cinesi sono comunque elevatissimi, spinti dall’automotive, ci sono comunque forti investimenti da parte dell’Unione Europea.

Su quali tecnologie vi state concentrando per il futuro dell’accumulo di energia nel settore della mobilità?

Noi di fatto siamo già alla quarta generazione di batterie, sia per quanto riguarda i nostri prodotti che per quel che concerne le attività di ricerca e sviluppo. Siamo in attesa della quinta generazione, quella delle batterie allo stato solido, che saranno disponibili nel 2027. Si tratta di accumulatori molto promettenti in termini di densità di energia e prestazioni.

E per quanto riguarda i treni a batteria, a parte Italia e Inghilterra, avete in programma investimenti in altri mercati?

Sicuramente quello tedesco. Qui ci aspettiamo che il 60% delle prossime gare sarà per treni a batteria. Ci saranno poi altri programmi in Europa per sostituire in diversi paesi i vecchi treni diesel. Già oggi, le gare per i treni diesel non si fanno più per le tratte non elettrificate. E questo sarà un trend che vedrà i treni a batteria affermarsi sempre più nel prossimo futuro. 

L’Europa fa da traino per questa tecnologia o ci sono altri paesi in corsa?

L’Europa è uno dei paesi dove la sensibilità ambientale e per soluzioni a basso impatto è più sviluppata. Dal punto di vista tecnologico il Giappone rimane però uno dei paesi più avanzati al mondo. Qui i treni a batteria si diffonderanno sempre più e già si pensa a come utilizzarli come backup nel caso di blackout sull’infrastruttura o eventi imprevisti come un terremoto. Gli Stati Uniti, dal canto loro, si stanno affacciando a questa tecnologia con interesse, perché anche lì sussistono larghe flotte di treni diesel. La Cina invece beneficia dello sviluppo recente dell’infrastruttura ferroviaria, elettrificando decine di migliaia di km di rete negli ultimi anni. Per questo motivo, ha meno bisogno di colmare i gap con le batterie.

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Rinnovabili • Solare fotovoltaico in Italia

Solare fotovoltaico in Italia, cosa dice il rapporto GSE

Lo scorso anno sono entrati in esercizio circa 371.500 impianti fotovoltaici in Italia, in grande maggioranza di taglia inferiore a 20 kW, per una capacità complessiva di oltre 5,2 GW. Una crescita che conferma il primato nazionale della Lombardia in termini di potenza installata, seguita con un certo distacco dalla Puglia

Solare fotovoltaico in Italia
via depositphotos

Online il Rapporto Statistico 2023 sul Solare Fotovoltaico in Italia

Ben 5,2 GW di aggiunte che portano la potenza cumulata totale a 30,31 GW e la produzione annuale a quota 30.711 GWh. Questi in estrema sintesi i dati del solare fotovoltaico in Italia, riportati nel nuovo rapporto del GSE. Il documento mostra le statistiche del settore per il 2023, offrendo informazioni importanti non solo sui sistemi ma anche sulla dimensione dei pannelli solari, la tensione di connessione, il settore di attività, l’autoconsumo e persino sull’integrazione di eventuali batterie. Uno sguardo approfondito per capire come sta crescendo il comparto, ma anche per evidenziare potenzialità e criticità.

Solare Fotovoltaico Italiano, la Crescita 2023 in Numeri

Nel 2023 il fotovoltaico nazionale ha messo in funzione 371.422 nuovi impianti solari per una potenza complessiva di poco superiore ai 5,2 GW. La crescita ha ricevuto i contributi maggiori, in termini di numero di sistemi, da regioni come la Lombardia (con il 17,5% dei nuovi impianti fv 2023), il Veneto (13,2%), l’Emilia-Romagna (9,8%) e la Sicilia (6,9%). Scendendo ancora di scala sono invece le provincie di Roma (3,9%), Brescia (3,6%) e Padova (3,1%) quelle a detenere la quota maggiore di aggiunte. Per buona parte dell’anno questo progresso si è affidato ai piccoli impianti di taglia residenziale, che hanno lasciato il posto sul finire del 2023 ad una nuova spinta del segmento C&I.

Produzione fotovoltaica in Italia

Altro dato importante per il 2023: la produzione del solare fotovoltaico in Italia. Lo scorso anno tra nuovi impianti e condizioni meteo favorevoli, il parco solare nazionale ha prodotto complessivamente 30.711 GWh di energia elettrica (dato in crescita del 9,2% sul 2022), con un picco nel mese di luglio di oltre 3,8 TWh.

Se ci si focalizza, invece, solo sull’autoconsumo fotovoltaico, il rapporto del GSE indica che lo scorso 7.498 GWh sono stati prodotti e consumati in loco. Un valore pari al 24,8% della produzione netta complessiva. A livello regionale la percentuale di energia autoconsumata rispetto all’energia prodotta risulta più alta in Lombardia, Liguria e Campania. A tale dato se ne associa un altro altrettanto interessante: quello dei sistemi di accumulo. Lo scorso anno risultavano in esercizio 537.000 sistemi di storage connessi ad impianti fotovoltaici, per una potenza cumulata di 3,41 GW.

leggi anche Direttiva EPBD e fotovoltaico: scadenze e potenzialità

Solare Fotovoltaico, la Potenza in esercizio in Italia

Le nuove aggiunte 2023 hanno portato il dato della potenza fotovoltaica totale cumulata in Italia ad oltre 30,31 GW e quello della potenza pro capite nazionale a 514 W per abitante. Nel complesso sono attivi sul territorio 1.597.447 impianti fotovoltaici, di cui il 94% rientra nella taglia fino a 20 kW. Sono, per intenderci, i piccoli impianti realizzati solitamente sui tetti degli edifici. Non sorprende quindi scoprire che la superficie occupata dagli impianti fotovoltaici a terra a fine 2023 risultava di soli 16.400 ettari. In questo contesto le regioni con la maggiore occupazione di superficie del suolo da parte del solare fotovoltaico risultano essere: la Puglia (4.244 ettari), la Sicilia (1.681 ettari) e il Lazio (1.527 ettari).

Sul fronte della potenza attiva, viene confermato il primato del Nord Italia con il 48,0% del totale nazionale grazie al traino di Lombardia (13,8%), Veneto (10,4%) ed Emilia Romagna (10%). Segue il 34,7% delle regioni meridionali, con la Puglia che da sola fornisce il 10,9% della potenza, e quindi il contributo del Centro Italia.

Leggi qui il report GSE sul Solare Fotovoltaico in Italia

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Rinnovabili • Dl Agricoltura bollinato

Dl Agricoltura bollinato, ecco l’art. sul fotovoltaico a terra

Il testo finale del decreto è stato varato dopo alcune piccole modifiche richieste dal Quirinale. Confermati i paletti sul fotovoltaico a terra salvaguardando gli investimenti del PNRR

Dl Agricoltura bollinato
Foto di Andreas Gücklhorn su Unsplash

Stop del fotovoltaico a terra con una serie di eccezioni

Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri, Dl Agricoltura è stato “bollinato” dalla Ragioneria di Stato e quindi varato definitivamente. Ma non prima di alcune modifiche last minute frutto del confronto con il Quirinale. Nessun ritocco significativo, tuttavia, riguarda il tanto criticato articolo di stop al fotovoltaico a terra. Il contenuto, infatti, rimane nelle linee annunciate il 6 maggio dal ministri Pichetto e Lollobrigida, cercando di salvaguardare gli investimenti del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), punto fermo per il MASE.

L’articolo in questione, che passa dal 6 della prima bozza al 5 nel DL Agricoltura bollinato, riporta alcune disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo. L’intervento mira a modificare l’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, con cui l’Italia ha recepito nel proprio ordinamento la direttiva europea sulle rinnovabili RED II. 

In poche parole il testo introduce dei paletti all’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti. Come? Limitando qualsiasi intervento a lavori modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, che non comportino incremento della superficie occupata. Nessun vincolo invece per il fotovoltaico a terra se installato:

  • in cave e miniere non in funzione, abbandonate o in condizioni di degrado ambientale;
  • porzioni di cave e miniere non suscettibili di ulteriore sfruttamento;
  • siti e  impianti nelle disponibilità delle società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane e dei gestori di infrastrutture ferroviarie nonché delle società concessionarie autostradali;
  • siti e impianti nella disponibilità delle società di gestione aeroportuale all’interno dei sedimi aeroportuali;
  • aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri;
  • aree interne agli impianti industriali e agli stabilimenti.

Salvi, come promesso, anche i progetti fotovoltaici a terra se parte di una Comunità energetica rinnovabile o finalizzati all’attuazione degli investimenti del PNRR.

Il testo del Dl Agricoltura “bollinato” sul fotovoltaico

Riportiamo per intero l’articolo 5 sul fotovoltaico nella versione finale del DL Agricoltura.

ART. 5 (Disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo)

1. All’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

‹‹1-bis. L’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra di cui all’articolo 6-bis, lettera b), del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti, è consentita esclusivamente nelle aree di cui alle lettere a), limitatamente agli interventi per modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, a condizione che non comportino incremento dell’area occupata, c), c-bis), c-bis.1), e c-ter) n. 2) e n. 3) del comma 8. Il primo periodo non si applica nel caso di progetti che prevedano impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra finalizzati alla costituzione di una Comunità energetica rinnovabile ai sensi dell’articolo 31 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, nonché in caso di progetti attuativi delle altre misure di investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), approvato con decisione del Consiglio ECOFIN del 13 luglio 2021, come modificato con decisione del Consiglio ECOFIN dell’8 dicembre 2023, e dal Piano nazionale degli investimenti complementari al PNRR (PNC) di cui all’articolo 1 del decreto-legge 6 maggio 2021, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° luglio 2021, n. 101, ovvero di progetti necessari per il conseguimento degli obiettivi del PNRR.››.

2. Le procedure abilitative, autorizzatorie o di valutazione ambientale già avviate alla data di entrata in vigore del presente decreto sono concluse ai sensi della normativa previgente.

Leggi anche Zavorre per fotovoltaico Sun Ballast: dal 2012 una garanzia per gli impianti fv su tetti piani

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