Rinnovabili • Il più grosso problema del mondo? Siamo noi

Il più grosso problema del mondo? Siamo noi

L'ONU parla chiaro: abbiamo tra le mani una bomba climatica da disinnescare e il tempo è agli sgoccioli. Eppure c'è ancora chi fa orecchie da mercante

Il più grosso problema del mondo? Siamo noi
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“L’umanità è in bilico su un sottile strato di ghiaccio, che si sta sciogliendo velocemente“, così esordiva Il 20 marzo scorso Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, pronunciando un breve ma pesantissimo discorso.

Non si riferiva né alle guerre, né alla povertà, né alle migrazioni, che pure sono problemi globali colossali, che continuamente impegnano le prime pagine dei giornali. Il discorso di Guterres scaturiva invece dalla lettura di un breve testo intitolato “Rapporto di Sintesi AR6“, appena redatto dagli scienziati del clima di tutto il mondo. La sigla AR6 sta per Sesto rapporto di valutazione, un colossale lavoro di analisi della letteratura climatologica reso disponibile in tre volumi tra 2021 e 2022 e redatto da centinaia di scienziati appartenenti al comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), organismo che produce dal 1987 questi voluminosi rapporti.

Il “Rapporto di sintesi” condensa in poche righe i messaggi principali contenuti nelle migliaia di pagine che costituiscono il rapporto AR6 completo. Sul sito di Ipcc nella presentazione del nuovo Rapporto leggiamo che “una urgente azione climatica può assicurare un futuro vivibile per tutti”, affermazione apparentemente rassicurante, che però nasconde un pericolo davvero inquietante, ovvero che in mancanza di una effettiva “urgente azione climatica” il futuro ci riservi un disastro irreversibile.

Guterres ha usato un linguaggio molto più diretto, citando una vera e propria “bomba climatica” da disinnescare, e spiegando che abbiamo pochissimo tempo per impedire che scoppi. Abbiamo visto questa scena in tanti film, la bomba è innescata, i secondi passano, manca un momento allo scoppio, ma l’eroe è lì, con la pinza in mano, e taglia il filo che spegne l’ordigno un momento prima che accada l’irreparabile.

In questo caso la bomba è globale, consiste nell’intero sistema climatico del pianeta, messo in crisi dalle enormi emissioni umane di carbonio fossile, emissioni che devono essere rapidamente ridotte, addirittura dimezzate in sette anni, se non vogliamo che le temperature “esplodano” oltre il limite ritenuto gestibile.

Questo limite è stato citato molte volte, ed è un incremento massimo di +1,5 gradi rispetto alle temperature che avevamo fino a fine Ottocento. Il limite era al centro dell’Accordo sul clima di Parigi (2015) ed è oggetto di uno specifico rapporto presentato da Ipcc nel 2018.

Molti scienziati temono che il limite venga superato, ed effettivamente se non viene messa in campo “una urgente azione climatica” le conseguenze potrebbero essere devastanti e irreversibili. Già oggi il clima globale si è riscaldato di oltre un grado in poco più di un secolo, ma ricordiamo che nel Mediterraneo, e in Italia in particolare, questa cifra è stata ampiamente superata, e di conseguenza assistiamo sgomenti a fenomeni imponenti come l’assenza delle nevi sulle Alpi, il crollo dei ghiacciai, la scarsità delle piogge in ampie zone del paese, e la trasformazione del grande fiume Po in un rigagnolo fangoso.

Se il riscaldamento dovesse proseguire è facile prevedere la desertificazione di ampie zone agricole del nostro paese oggi considerate fertilissime ma già minacciate dalla siccità e da altri fenomeni estremi, come le ondate di calore e le tempeste sempre più intense e concentrate.

Tornando alla bomba e alla pinza, rispetto ai film il disinnesco è più complicato e Ipcc in effetti scrive che “le emissioni devono diminuire subito e devono dimezzarsi entro il 2030, se vogliamo limitare il riscaldamento a 1,5 gradi”. In pratica un’inversione a U sull’autostrada fossile che ha portato il mondo ai rischi attuali.

Le soluzioni alla crisi climatica sono tutt’altro che banali e Guterres stesso ha pronunciato alcune frasi talmente pesanti che praticamente nessun media italiano le ha riportate nella loro interezza. Eccone alcune: i leader dei paesi sviluppati devono impegnarsi a raggiungere emissioni zero nette il più vicino possibile al 2040; nello specifico … si devono dismettere tutte le licenze o il finanziamento di nuovo petrolio e gas, in linea con le conclusioni dell’Agenzia internazionale per l’energia; si deve fermare qualsiasi espansione delle riserve esistenti di petrolio e gas; bisogna spostare i sussidi dai combustibili fossili a un’equa transizione energetica.

In Italia i nostri governanti, invece di muoversi con decisione lungo la strada indicata dagli scienziati Onu, col decreto aiuti quater dello scorso gennaio hanno purtroppo riaperto le prospettive di perforazione in mare alla ricerca dello scarso metano italiano suscitando grande inquietudine tra le popolazioni del Polesine, che in passato hanno visto i propri terreni sprofondare di metri a causa dell’estrazione di acque metanifere.

Inoltre gli stessi governanti, evidentemente ignari delle emissioni causate dai motori a scoppio, si sono opposti con veemenza alle scelte europee in merito ai motori elettrici, e convinti che le abitazioni energivore non siano un problema, hanno disattivato quasi del tutto gli incentivi per la ristrutturazione delle case, mentre girano il mondo da mesi a caccia di altro gas.

Il discorso di Guterres evidentemente, ammesso che l’abbiano ascoltato, non l’hanno capito proprio…

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About Author / Vittorio Marletto

Vittorio Marletto - Laureato in Fisica a Roma (1982) e in Scienze politiche a Bologna (2003), attualmente responsabile dell'Osservatorio clima di Arpae (Agenzia prevenzione ambiente energia dell'Emilia-Romagna). Agrometeorologo di formazione, dopo una borsa di studio in Olanda ha iniziato a operare a Bologna presso il Servizio Meteo Regionale dal 1984. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative, ha tra l'altro curato con numerosi colleghi le due edizioni dell'Atlante climatico dell'Emilia-Romagna. È stato presidente di Aiam (Associazione italiana di agrometeorologia) dal 2006 al 2009. Fa parte del gruppo di scienziati Energia per l'Italia coordinato dal chimico bolognese Vincenzo Balzani. Collabora al sito Rinnovabili.it con il blog "il Climologo". Svolge continue attività divulgative in materia di clima ed energia anche presso le scuole.


Rinnovabili • Cattura diretta dall’aria di CO2: entra in funzione Mammoth

Inaugurato Mammoth, il più grande impianto al mondo di cattura diretta dall’aria di CO2

L’azienda svizzera Climeworks ha messo in funzione un impianto capace di catturare dall’atmosfera 36.000 tonnellate di anidride carbonica l’anno. È il più grande mai costruito. E richiede meno energia per lo stoccaggio geologico grazie a una torre di assorbimento dove la CO2 viene disciolta in acqua, che è poi pompata sottoterra dove avviene la mineralizzazione

Cattura diretta dall’aria di CO2: entra in funzione Mammoth
crediti: Climeworks

Il sito si trova in Islanda e ha una capacità annuale circa 10 volte superiore al suo predecessore Orca

Dopo Orca arriva Mammoth. Il più grande impianto per la cattura diretta dall’aria di CO2 (DAC, Direct Air Capture) e il suo stoccaggio geologico è entrato in funzione l’8 maggio. Sempre in Islanda, come il suo gemello di taglia minore, e sempre operato da Climeworks, l’azienda svizzera legata al politecnico di Zurigo che ha fatto da apripista nello sviluppo della tecnologia DAC su scala industriale.

Il nuovo gigante della cattura diretta dall’aria di CO2

Mammoth è circa 10 volte più grande del suo predecessore Orca e ha una capacità nominale, una volta a regime, di catturare dall’atmosfera 36.000 tonnellate di anidride carbonica l’anno. La piena operatività dovrebbe essere raggiunta già entro il 2024. Al momento sono attivi 12 dei 72 filtri per la cattura diretta dall’aria di CO2.

I filtri sono progettati come unità modulari che possono essere aggiunte, aumentando la capacità totale dell’impianto. E danno flessibilità: eventuali guasti o esigenze di manutenzione impattano in modo più limitato sul sistema. Inoltre, 3 filtri vengono tenuti “di riserva”, pronti a entrare in attività per compensare il venir meno di altri moduli.

Una torre riduce l’intensità energetica della DAC di Mammoth

Come già avveniva per Orca, l’impianto è alimentato da energia rinnovabile geotermica, che copre circa il 29% del mix elettrico nazionale islandese. Il nuovo impianto, però, richiede in proporzione meno energia per funzionare. Grazie a una modifica chiave nel processo di stoccaggio della CO2 raccolta.

Mammoth usa una “torre” per sciogliere l’anidride carbonica in acqua, che viene poi iniettata sottoterra dove avviene il processo di mineralizzazione. Orca, al contrario, pompava nei siti di stoccaggio la CO2 in forma gassosa, operazione che richiede una pressione maggiore, con conseguente maggior fabbisogno energetico.

Verso impianti da 1 MtCO2

Con l’avvio di Mammoth, Climeworks compie un altro passo avanti nella dimostrazione dell’applicabilità della sua tecnologia DAC anche in impianti di grossa taglia. Gli obiettivi dell’azienda sono di raggiungere una capacità DAC di 1 milione di tonnellate di CO2 (MtCO2) entro il 2030 e di 1 miliardo di tonnellate (GtCO2) entro metà secolo. Per tagliare il traguardo fissato per questo decennio servirebbero 28 impianti della taglia di Mammoth (contro i 250 di taglia analoga a quella di Orca).

Un fronte su cui Climeworks sta già lavorando. Sono tre le proposte di hub per la cattura diretta dell’aria di CO2 con capacità di 1 MtCO2 avanzate negli Stati Uniti. Tutte già finanziate dal Dipartimento dell’Energia di Washington per un totale di oltre 600 milioni di dollari. Al più grande, Project Cypress in Louisiana, sono stati concessi i primi 50 milioni di dollari a marzo per avviare il progetto. Altri paesi dove l’azienda svizzera sta presentando progetti sono Norvegia, Kenya e Canada.

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About Author / Lorenzo Marinone

Scrive per Rinnovabili.it dal 2016 ed è responsabile della sezione Clima & Ambiente. Si occupa in particolare di politiche per la transizione ecologica a livello nazionale, europeo e internazionale e di scienza del clima. Segue anche i temi legati allo sviluppo della mobilità sostenibile. In precedenza si è occupato di questi temi anche per altri siti online e riviste italiane.


Rinnovabili • Solare fotovoltaico in Italia

Solare fotovoltaico in Italia, cosa dice il rapporto GSE

Lo scorso anno sono entrati in esercizio circa 371.500 impianti fotovoltaici in Italia, in grande maggioranza di taglia inferiore a 20 kW, per una capacità complessiva di oltre 5,2 GW. Una crescita che conferma il primato nazionale della Lombardia in termini di potenza installata, seguita con un certo distacco dalla Puglia

Solare fotovoltaico in Italia
via depositphotos

Online il Rapporto Statistico 2023 sul Solare Fotovoltaico in Italia

Ben 5,2 GW di aggiunte che portano la potenza cumulata totale a 30,31 GW e la produzione annuale a quota 30.711 GWh. Questi in estrema sintesi i dati del solare fotovoltaico in Italia, riportati nel nuovo rapporto del GSE. Il documento mostra le statistiche del settore per il 2023, offrendo informazioni importanti non solo sui sistemi ma anche sulla dimensione dei pannelli solari, la tensione di connessione, il settore di attività, l’autoconsumo e persino sull’integrazione di eventuali batterie. Uno sguardo approfondito per capire come sta crescendo il comparto, ma anche per evidenziare potenzialità e criticità.

Solare Fotovoltaico Italiano, la Crescita 2023 in Numeri

Nel 2023 il fotovoltaico nazionale ha messo in funzione 371.422 nuovi impianti solari per una potenza complessiva di poco superiore ai 5,2 GW. La crescita ha ricevuto i contributi maggiori, in termini di numero di sistemi, da regioni come la Lombardia (con il 17,5% dei nuovi impianti fv 2023), il Veneto (13,2%), l’Emilia-Romagna (9,8%) e la Sicilia (6,9%). Scendendo ancora di scala sono invece le provincie di Roma (3,9%), Brescia (3,6%) e Padova (3,1%) quelle a detenere la quota maggiore di aggiunte. Per buona parte dell’anno questo progresso si è affidato ai piccoli impianti di taglia residenziale, che hanno lasciato il posto sul finire del 2023 ad una nuova spinta del segmento C&I.

Produzione fotovoltaica in Italia

Altro dato importante per il 2023: la produzione del solare fotovoltaico in Italia. Lo scorso anno tra nuovi impianti e condizioni meteo favorevoli, il parco solare nazionale ha prodotto complessivamente 30.711 GWh di energia elettrica (dato in crescita del 9,2% sul 2022), con un picco nel mese di luglio di oltre 3,8 TWh.

Se ci si focalizza, invece, solo sull’autoconsumo fotovoltaico, il rapporto del GSE indica che lo scorso 7.498 GWh sono stati prodotti e consumati in loco. Un valore pari al 24,8% della produzione netta complessiva. A livello regionale la percentuale di energia autoconsumata rispetto all’energia prodotta risulta più alta in Lombardia, Liguria e Campania. A tale dato se ne associa un altro altrettanto interessante: quello dei sistemi di accumulo. Lo scorso anno risultavano in esercizio 537.000 sistemi di storage connessi ad impianti fotovoltaici, per una potenza cumulata di 3,41 GW.

leggi anche Direttiva EPBD e fotovoltaico: scadenze e potenzialità

Solare Fotovoltaico, la Potenza in esercizio in Italia

Le nuove aggiunte 2023 hanno portato il dato della potenza fotovoltaica totale cumulata in Italia ad oltre 30,31 GW e quello della potenza pro capite nazionale a 514 W per abitante. Nel complesso sono attivi sul territorio 1.597.447 impianti fotovoltaici, di cui il 94% rientra nella taglia fino a 20 kW. Sono, per intenderci, i piccoli impianti realizzati solitamente sui tetti degli edifici. Non sorprende quindi scoprire che la superficie occupata dagli impianti fotovoltaici a terra a fine 2023 risultava di soli 16.400 ettari. In questo contesto le regioni con la maggiore occupazione di superficie del suolo da parte del solare fotovoltaico risultano essere: la Puglia (4.244 ettari), la Sicilia (1.681 ettari) e il Lazio (1.527 ettari).

Sul fronte della potenza attiva, viene confermato il primato del Nord Italia con il 48,0% del totale nazionale grazie al traino di Lombardia (13,8%), Veneto (10,4%) ed Emilia Romagna (10%). Segue il 34,7% delle regioni meridionali, con la Puglia che da sola fornisce il 10,9% della potenza, e quindi il contributo del Centro Italia.

Leggi qui il report GSE sul Solare Fotovoltaico in Italia

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Rinnovabili • Dl Agricoltura bollinato

Dl Agricoltura bollinato, ecco l’art. sul fotovoltaico a terra

Il testo finale del decreto è stato varato dopo alcune piccole modifiche richieste dal Quirinale. Confermati i paletti sul fotovoltaico a terra salvaguardando gli investimenti del PNRR

Dl Agricoltura bollinato
Foto di Andreas Gücklhorn su Unsplash

Stop del fotovoltaico a terra con una serie di eccezioni

Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri, Dl Agricoltura è stato “bollinato” dalla Ragioneria di Stato e quindi varato definitivamente. Ma non prima di alcune modifiche last minute frutto del confronto con il Quirinale. Nessun ritocco significativo, tuttavia, riguarda il tanto criticato articolo di stop al fotovoltaico a terra. Il contenuto, infatti, rimane nelle linee annunciate il 6 maggio dal ministri Pichetto e Lollobrigida, cercando di salvaguardare gli investimenti del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), punto fermo per il MASE.

L’articolo in questione, che passa dal 6 della prima bozza al 5 nel DL Agricoltura bollinato, riporta alcune disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo. L’intervento mira a modificare l’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, con cui l’Italia ha recepito nel proprio ordinamento la direttiva europea sulle rinnovabili RED II. 

In poche parole il testo introduce dei paletti all’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti. Come? Limitando qualsiasi intervento a lavori modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, che non comportino incremento della superficie occupata. Nessun vincolo invece per il fotovoltaico a terra se installato:

  • in cave e miniere non in funzione, abbandonate o in condizioni di degrado ambientale;
  • porzioni di cave e miniere non suscettibili di ulteriore sfruttamento;
  • siti e  impianti nelle disponibilità delle società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane e dei gestori di infrastrutture ferroviarie nonché delle società concessionarie autostradali;
  • siti e impianti nella disponibilità delle società di gestione aeroportuale all’interno dei sedimi aeroportuali;
  • aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri;
  • aree interne agli impianti industriali e agli stabilimenti.

Salvi, come promesso, anche i progetti fotovoltaici a terra se parte di una Comunità energetica rinnovabile o finalizzati all’attuazione degli investimenti del PNRR.

Il testo del Dl Agricoltura “bollinato” sul fotovoltaico

Riportiamo per intero l’articolo 5 sul fotovoltaico nella versione finale del DL Agricoltura.

ART. 5 (Disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo)

1. All’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

‹‹1-bis. L’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra di cui all’articolo 6-bis, lettera b), del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti, è consentita esclusivamente nelle aree di cui alle lettere a), limitatamente agli interventi per modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, a condizione che non comportino incremento dell’area occupata, c), c-bis), c-bis.1), e c-ter) n. 2) e n. 3) del comma 8. Il primo periodo non si applica nel caso di progetti che prevedano impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra finalizzati alla costituzione di una Comunità energetica rinnovabile ai sensi dell’articolo 31 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, nonché in caso di progetti attuativi delle altre misure di investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), approvato con decisione del Consiglio ECOFIN del 13 luglio 2021, come modificato con decisione del Consiglio ECOFIN dell’8 dicembre 2023, e dal Piano nazionale degli investimenti complementari al PNRR (PNC) di cui all’articolo 1 del decreto-legge 6 maggio 2021, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° luglio 2021, n. 101, ovvero di progetti necessari per il conseguimento degli obiettivi del PNRR.››.

2. Le procedure abilitative, autorizzatorie o di valutazione ambientale già avviate alla data di entrata in vigore del presente decreto sono concluse ai sensi della normativa previgente.

Leggi anche Zavorre per fotovoltaico Sun Ballast: dal 2012 una garanzia per gli impianti fv su tetti piani

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