Rinnovabili • alluvioni

Acqua tra alluvioni e siccità: chi troppo e chi niente

La terribile alluvione che ha colpito la Romagna è l'altra faccia della medaglia della “distribuzione ineguale” dell'oro blu, l'acqua che o manca e ti fa morire di sete o è troppa e ti fa annegare.

alluvioni
Via depositphotos.com

In questi giorni i cuori di tutti gli italiani battono per i loro fratelli e per le loro sorelle dell’Emilia–Romagna in una mobilitazione straordinaria alla quale il Governo ha contribuito con uno stanziamento straordinario di 2 MLD, siamo passati in un attimo dall’emergenza siccitosa a una alluvione devastante, dal poco, scarso e riarso lento e inesorabile asciutto e secco espandersi della siccità almeno in quasi tutto il nord al troppo repentino e violento bombardamento idrico di milioni di tonnellate d’acqua rovesciate in poche ore. Il modello Bangladesh ha soppiantato per qualche giorno il modello Sahara e pur tuttavia essi vanno a braccetto. Vediamo come funzionano e perché dobbiamo combattere il cambiamento climatico in fretta.

Solo il 2,5% dell’acqua sulla terra è disponibile come acqua dolce (circa il 2% nelle calotte polari). Negli ultimi 20 anni la riserva d’acqua terrestre è scesa alla velocità di 1cm all’anno. L’organizzazione Mondiale della Meteorologia delle Nazioni Unite (OMM) ha lanciato l’allarme: entro il 2050 le risorse idriche del pianeta potrebbero subire un calo tale da lasciare senz’acqua 5 miliardi di persone.

Secondo il Global Trends di UNHCR (l’Agenzia ONU per i rifugiati) nel 2020, 82 milioni di persone sono state costrette a migrare, numero quasi raddoppiato rispetto a quello riportato nel 2010. Inoltre, secondo la Banca Mondiale, entro il 2050 fino a 143 milioni di persone (in Africa, Asia e AmericaLatina) potrebbero essere costrette a muoversi forzatamente per ragioni climatiche. Si prevede che i cambiamenti del clima potrebbero causare ancora 100 milioni di poveri in più per via dell’aumento della siccità e di una maggiore frequenza e intensità di fenomeni estremi, che comporteranno una crisi del settore agricolo, impennate del prezzo del cibo e nuove migrazioni dovute al clima.

Il cambiamento climatico è un processo irreversibile che sta scatenando periodi siccitosi straordinari ed eventi climatologici estremi. In alcune aree del mondo i periodi di siccità sono già aumentati del 29% facendo registrare il maggior numero di decessi in Africa. In altre aree il fenomeno delle inondazioni ha fatto registrare una crescita della mortalità del 134% rispetto ai due decenni precedenti soprattutto in Asia.

SICCITÀ ED EMERGENZA IDRICA – Dopo un lungo periodo di siccità, il rischio di pericolose inondazioni aumenta in quanto un terreno arido ha minore capacità di assorbire l’acqua piovana che, quindi, dilaga.

I segnali lampanti del cambiamento climatico sono la scarsità di precipitazioni nei mesi invernali e le temperature più elevate rispetto alla media, che provocano un’elevata evapotraspirazione dal terreno. E’ un processo per il quale è necessario implementare precise STRATEGIE DI ADATTAMENTO. L’acqua è un bene prezioso ed abbiamo alcune armi per proteggerla e rispettarla: 1) Informare ed educare alla sostenibilità, ai comportamenti consapevoli e alle ALTERNATIVE tecniche a disposizione nell’ambito scientifico e della ricerca 2) ottimizzare l’uso e la gestione delle risorse idriche 3) Investire in innovazioni sostenibili.

Ci troviamo di fronte al 70% di precipitazioni nevose in meno rispetto alle medie degli ultimi anni. Le immagini raccolte dal satellite Copernicus Sentinel-3 mostrano la gravissima situazione sulle Alpi, dove il manto nevoso ha raggiunto il minimo storico. Con la media delle temperature degli ultimi anni, i ghiacciai sotto i 3.500 metri sono destinati a sparire nel giro di 20/30 anni. Inoltre, i ghiacciai sono sempre più scuri, e quindi più vulnerabili alle radiazioni solari. I ghiacciai alpini sono in forte ritiro: 519 km2 (1962) 609 km2 (1989) 368 km2 (2023) 40% in meno rispetto all’ultimo catasto. Contemporaneamente, il numero dei ghiacciai è cresciuto rispetto al primo catasto. Ma l’aumento è un altro segnale di pericolo perché dovuto all’intensa frammentazione che ha ridotto sistemi glaciali complessi a singoli ghiacciai più piccoli. 824 ghiacciai (1962), 1389 ghiacciai (1989), 903 ghiacciai (1989).

Secondo il bollettino diramato dall’Autorità di bacino distrettuale è allerta rossa per il Po e l’emergenza resta gravissima. Pesano l’assenza delle piogge, delle nevi e l’aumento delle temperature, ma preoccupa anche l’avanzata del cuneo salino nel Delta del Po (30 km), per le possibili ripercussioni non solo ambientali – danno irreversibile all’habitat e alla biodiversità in quelle zone o causa di improduttività colturale, ma anche minaccia costante al comparto idropotabile, vista la presenza operativa, a pochi chilometri, dell’impianto che serve tutt’ora oltre 750mila persone nelle due province di Ferrara e Rovigo. Nell’ultimo anno la portata del Po risulta diminuita dell’80% (11% negli ultimi 20 anni e 15% nel Tevere) e il livello del fiume si è dimezzato da 4 a 2 metri al netto dell’alluvione di questo maggio.

La siccità non è un mero fenomeno fisico. L’effetto cumulato della scarsità di pioggia nel tempo ha impatti diversi sulla società, essendo il risultato dell’interazione fra pericolosità naturale (riduzione delle precipitazioni al di sotto della media) e i fabbisogni idrici per i vari usi. Per questa ragione spesso la siccità viene identificata in quattro tipi: meteorologica, agricola, idrologica e socio-economica (Wilhite, 2000).

Siccità meteorologica: Riduzione delle precipitazioni al di sotto della media climatologica (almeno 30 anni), per un certo periodo (es. giorni, mesi, anni), in una determinata area.

Siccità idrologica: Implica una riduzione delle risorse idriche (corsi d’acqua, laghi, acquiferi sotterranei) al di sotto una data soglia per un dato periodo, dovuta ad una persistente contrazione(riduzione) delle piogge.

Siccità socio-economica: Associata alla domanda/rifornimento idrico relativa a beni e bisogni economici. Durante siccità particolarmente intense ed estese l’allocazione della risorsa idrica per le comuni attività antropiche può essere compromessa.

Siccità agricola: Riduzione della disponibilità idrica (dovuta alle scarse precipitazioni ed all’aumento dell’evapotraspirazione) nella zona radicale del suolo, che ha impatto sulla crescita ottimale delle piante (soprattutto durante alcune fasi fenologiche critiche) e causa una riduzione delle rese.

L’Italia è al terzultimo posto in Europa per spesa di investimento nel settore idrico (40 Euro/persona) contro una media europea di 100 Euro/persona. Ogni 100 litri di acqua immessi nel sistema di distribuzione, circa 40 litri vanno perduti e non arrivano ai rubinetti a causa della vetustà delle nostre reti, dello scarso monitoraggio sulle perdite idriche nelle tubature e della mancanza di manutenzione e di investimenti sulle reti.

I comportamenti responsabili a livello individuale hanno grande rilevanza SOLO se associati ad interventi strutturali ed approcci sostenibili a livello globale. Informarsi sulla situazione attuale oggi è possibile e alla portata di tutti nonostante le distrazioni mediatiche Le alternative strutturali e tecniche esistono e in molti casi non sono più onerose rispetto allo status quo. Tutti dovremmo conoscerle e impegnarci a trovarne altre attraverso lo studio e la ricerca:

TECNICHE DI IRRIGAZIONE E COLTURE MODERNE – Impianti a goccia piuttosto che a pioggia; Irrigazione di precisione solo dove e quando serve attraverso il monitoraggio del terreno; Colture resilienti – grani diversificati; Nuove tecniche di concimazione (bio-fertilizzanti con batteri autoctoni); Evitare l’incremento del fenomeno del consumo di suolo, ovvero della perdita di utilizzabilità del suolo e delle sue ricchezze a causa dello sfruttamento intensivo

RIUSO DELLE ACQUE DEPURATE – Le acque trattate in uscita dai depuratori possono essere destinate a usi non potabili, principalmente l’irrigazione, ma anche ad alcuni usi civili (lavaggio strade, antincendio, cicli termici industriali, ecc.) piuttosto che venire scaricate a mare o nei corpi idrici superficiali. Il riuso dell’acqua è fondamentale anche per recuperare i nutrienti contenuti nelle acque di scarico. Il riuso irriguo delle acque in campo agricolo può essere infatti il modo per restituire i nutrienti (azoto, fosforo, potassio, ecc.) ai cicli biogeochimici naturali. Anche per il riuso, risulta interessante il ricorso a sistemi estensivi di fitodepurazione e lagunaggio a valle degli impianti di depurazione. Questi infatti possono essere usati come stadio finale di disinfezione degli scarichi, garantendo ottime capacità di rimozione della carica batterica, garantendo buon rendimento depurativo anche in caso di malfunzionamenti degli impianti e possono costituire significativi volumi di accumulo, per la regolazione delle portate in funzione dell’andamento della domanda di riuso.

RIDURRE LE PERDITE D’ACQUA NELLE RETI ACQUEDOTTISTICHE (oggi al 40-50% in Italia) investendo: – nella digitalizzazione e nel monitoraggio delle reti – nella manutenzione e nella sostituzione delle tubature Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): 900 mil Euro per la riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione dell’acqua in Italia. Investimento che punta a realizzare almeno 25.000 km di nuove reti e digitalizzazione e monitoraggio delle reti (portate, pressione di esercizio, qualità in nodi principali e sensibili).

RECUPERARE L’ACQUA PIOVANA – In Italia si intercettano solo circa il 12% dei 300 miliardi di m3/annui di acqua piovana, le aree urbane subiscono il dato poiché impossibilitate a raccogliere l’acqua prima che venga contaminata ed inquinata dal contatto con le strade. La raccolta dell’acqua piovana è una soluzione particolarmente adatta per le aree in cui non ci sono acque superficiali, o dove le acque sotterranee sono profonde o inaccessibili a causa delle condizioni del terreno, o dove sono troppo salate o acide. Per la raccolta e l’immagazzinamento dell’acqua piovana vengono utilizzate strutture sia di piccole che di grandi dimensioni, tra cui vasche, cisterne, serbatoi e dighe.

RICARICARE LE FALDE ACQUIFERE – Allargando gli alvei dei fiumi si può facilmente agevolare la ricarica delle falde acquifere sotterranee cosi come rinaturalizzando i canali e le sponde fluviali con tecniche di ing naturalistica. – L’Utilizzo dei cosiddetti «pozzi bevitori», pozzi profondi 4-6 metri, realizzati con anelli in cemento di largo diametro, forati lateralmente e riempiti di ghiaione di grossa pezzatura, possono agevolare l’immissione di larghi volumi d’acqua nelle falde. – L’utilizzo delle AFI (Aree Forestali di Infiltrazione), aree trasformate a colture di tipo arboreo in cui immettere acqua, attraverso una rete di canali di distribuzione organizzati con quote e pendenze opportune, ricaricano le falde acquifere in punti strategici del territorio. Le falde si ricaricano grazie alla lenta filtrazione delle acque superficiali attraverso gli strati porosi del terreno.

AUMENTARE LA CAPACITA’ DI INVASO – Aumentare la capacità di invaso ristrutturando e migliorando gli invasi esistenti (laghi/dighe) Apporre pannelli fotovoltaici sugli invasi, accorperebbe una serie di impatti positivi: produrrebbe energia elettrica riducendo l’uso di combustibili fossili, ombreggerebbe l’acqua riducendo pertanto l’evaporazione, limiterebbe l’uso di suolo.

DESALINIZZAZIONE DELL’ACQUA DI MARE – Utilizzata in 183 Paesi, 47,5% degli impianti in Medio Oriente. A livello globale16 mila impianti operativi (78 milioni di m3/g). Italia ha caratteristiche ideali per lo sviluppo della desalinizzazione: molte aree soggette a scarsità cronica d’acqua e linea costiera tra le più ampie al mondo. Ciononostante la desalinizzazione in Italia conta oggi solo per lo 0,1% dei prelievi idrici complessivi. La tecnologia esiste ma il quadro normativo non è favorevole. Nella recente legge “Salvamare” non solo non viene promossa la tecnologia, ma sembra addirittura penalizzata da un aggravio dell’iter organizzativo. Trasformare in potabile l’acqua salata fornirebbe un’alternativa alla fame d’acqua, oltretutto sfruttando fonti rinnovabili per alimentare la tecnologia in grado di risolvere le problematiche relative agli scarti della desalinizzazione – la cosiddetta «salamoia»: Il materiale di scarto può essere convertito in sostanze chimiche utili, incluse quelle in grado di rendere più efficiente il processo di desalinizzazione. Ad es per produrre idrossido di sodio (soda caustica), utilizzato per pretrattare l’acqua di mare che entra nell’impianto di desalinizzazione. Il composto cambia l’acidità dell’acqua e aiuta a prevenire l’incrostazione delle membrane (una delle principali cause di malfunzionamento delle centrali a osmosi inversa). Costo dell’acqua potabile in Italia: 1,4 Euro/m3 Costo della desalinizzazione: 2 Euro/m3. Trasporto cisterne acqua potabile: 14 Euro/m3

MONITORAGGIO DELLO STATO DELLE ACQUE – Per un corretto monitoraggio delle risorse idriche dovrebbe essere imperativo:  – Digitalizzare e monitorare sistematicamente le portate medie giornaliere in fiumi, pozzi, sorgenti – Digitalizzare e monitorare i livelli di falda e le oscillazioni stagionali; livelli nei fiumi/laghi/invasi – Digitalizzare e monitorare la salinità e la qualità delle acque. In Italia, per ogni acquifero esistente, i PIANI STRALCIO propongono un calcolo del BILANCIO IDRICO ANNUO TEORICO con un limite importante: ASSENZA DATI SUI CONSUMI EFFETTIVI (solo monitoraggio delle potate ufficialmente assentite) ASSENZA DATI DI DEFLUSSO per contrastare la risalita del cuneo salino ASSENZA DATI ANDAMENTO PORTATE MEDIE GIORNALIERE (reali condizioni di equilibrio). Test di pompaggio per conoscere le caratteristiche idrogeologiche dell’acquifero Comprendere le potenzialità dell’acquifero e se risenta o meno degli emungimenti limitatamente al raggio di influenza del pozzo (grado di vulnerabilità delle falde) In Italia, è obbligatoria la definizione dei corpi idrici sotterranei come da D.Lgs 152/2006 e la delimitazione degli stessi.

INVESTIRE IN PROGETTI DI BACK-UP – Passare da un approccio di GESTIONE della CRISI ad una GESTIONE del RISCHIO (agire prima di una potenziale criticità –preparedness plan) – Diversificare le fonti di approvvigionamento idrico – Prevedere attraverso il monitoraggio dei corpi idrici gli SCENARI DI RISCHIO e le alternative in previsione di un possibile rischio.

RAGGIUNGERE LA NEUTRALITA’ IDRICA – Raggiungere la neutralità idrica in ambito produttivo/industriale, ovvero il bilancio tra l’acqua utilizzata e l’acqua risparmiata o ricostituita, compensando gli impatti negativi derivanti dall’uso e dalla compromissione delle risorse idriche.

About Author / La Redazione

Rinnovabili • Cattura diretta dall’aria di CO2: entra in funzione Mammoth

Inaugurato Mammoth, il più grande impianto al mondo di cattura diretta dall’aria di CO2

L’azienda svizzera Climeworks ha messo in funzione un impianto capace di catturare dall’atmosfera 36.000 tonnellate di anidride carbonica l’anno. È il più grande mai costruito. E richiede meno energia per lo stoccaggio geologico grazie a una torre di assorbimento dove la CO2 viene disciolta in acqua, che è poi pompata sottoterra dove avviene la mineralizzazione

Cattura diretta dall’aria di CO2: entra in funzione Mammoth
crediti: Climeworks

Il sito si trova in Islanda e ha una capacità annuale circa 10 volte superiore al suo predecessore Orca

Dopo Orca arriva Mammoth. Il più grande impianto per la cattura diretta dall’aria di CO2 (DAC, Direct Air Capture) e il suo stoccaggio geologico è entrato in funzione l’8 maggio. Sempre in Islanda, come il suo gemello di taglia minore, e sempre operato da Climeworks, l’azienda svizzera legata al politecnico di Zurigo che ha fatto da apripista nello sviluppo della tecnologia DAC su scala industriale.

Il nuovo gigante della cattura diretta dall’aria di CO2

Mammoth è circa 10 volte più grande del suo predecessore Orca e ha una capacità nominale, una volta a regime, di catturare dall’atmosfera 36.000 tonnellate di anidride carbonica l’anno. La piena operatività dovrebbe essere raggiunta già entro il 2024. Al momento sono attivi 12 dei 72 filtri per la cattura diretta dall’aria di CO2.

I filtri sono progettati come unità modulari che possono essere aggiunte, aumentando la capacità totale dell’impianto. E danno flessibilità: eventuali guasti o esigenze di manutenzione impattano in modo più limitato sul sistema. Inoltre, 3 filtri vengono tenuti “di riserva”, pronti a entrare in attività per compensare il venir meno di altri moduli.

Una torre riduce l’intensità energetica della DAC di Mammoth

Come già avveniva per Orca, l’impianto è alimentato da energia rinnovabile geotermica, che copre circa il 29% del mix elettrico nazionale islandese. Il nuovo impianto, però, richiede in proporzione meno energia per funzionare. Grazie a una modifica chiave nel processo di stoccaggio della CO2 raccolta.

Mammoth usa una “torre” per sciogliere l’anidride carbonica in acqua, che viene poi iniettata sottoterra dove avviene il processo di mineralizzazione. Orca, al contrario, pompava nei siti di stoccaggio la CO2 in forma gassosa, operazione che richiede una pressione maggiore, con conseguente maggior fabbisogno energetico.

Verso impianti da 1 MtCO2

Con l’avvio di Mammoth, Climeworks compie un altro passo avanti nella dimostrazione dell’applicabilità della sua tecnologia DAC anche in impianti di grossa taglia. Gli obiettivi dell’azienda sono di raggiungere una capacità DAC di 1 milione di tonnellate di CO2 (MtCO2) entro il 2030 e di 1 miliardo di tonnellate (GtCO2) entro metà secolo. Per tagliare il traguardo fissato per questo decennio servirebbero 28 impianti della taglia di Mammoth (contro i 250 di taglia analoga a quella di Orca).

Un fronte su cui Climeworks sta già lavorando. Sono tre le proposte di hub per la cattura diretta dell’aria di CO2 con capacità di 1 MtCO2 avanzate negli Stati Uniti. Tutte già finanziate dal Dipartimento dell’Energia di Washington per un totale di oltre 600 milioni di dollari. Al più grande, Project Cypress in Louisiana, sono stati concessi i primi 50 milioni di dollari a marzo per avviare il progetto. Altri paesi dove l’azienda svizzera sta presentando progetti sono Norvegia, Kenya e Canada.

Rinnovabili •
About Author / Lorenzo Marinone

Scrive per Rinnovabili.it dal 2016 ed è responsabile della sezione Clima & Ambiente. Si occupa in particolare di politiche per la transizione ecologica a livello nazionale, europeo e internazionale e di scienza del clima. Segue anche i temi legati allo sviluppo della mobilità sostenibile. In precedenza si è occupato di questi temi anche per altri siti online e riviste italiane.


Rinnovabili • Solare fotovoltaico in Italia

Solare fotovoltaico in Italia, cosa dice il rapporto GSE

Lo scorso anno sono entrati in esercizio circa 371.500 impianti fotovoltaici in Italia, in grande maggioranza di taglia inferiore a 20 kW, per una capacità complessiva di oltre 5,2 GW. Una crescita che conferma il primato nazionale della Lombardia in termini di potenza installata, seguita con un certo distacco dalla Puglia

Solare fotovoltaico in Italia
via depositphotos

Online il Rapporto Statistico 2023 sul Solare Fotovoltaico in Italia

Ben 5,2 GW di aggiunte che portano la potenza cumulata totale a 30,31 GW e la produzione annuale a quota 30.711 GWh. Questi in estrema sintesi i dati del solare fotovoltaico in Italia, riportati nel nuovo rapporto del GSE. Il documento mostra le statistiche del settore per il 2023, offrendo informazioni importanti non solo sui sistemi ma anche sulla dimensione dei pannelli solari, la tensione di connessione, il settore di attività, l’autoconsumo e persino sull’integrazione di eventuali batterie. Uno sguardo approfondito per capire come sta crescendo il comparto, ma anche per evidenziare potenzialità e criticità.

Solare Fotovoltaico Italiano, la Crescita 2023 in Numeri

Nel 2023 il fotovoltaico nazionale ha messo in funzione 371.422 nuovi impianti solari per una potenza complessiva di poco superiore ai 5,2 GW. La crescita ha ricevuto i contributi maggiori, in termini di numero di sistemi, da regioni come la Lombardia (con il 17,5% dei nuovi impianti fv 2023), il Veneto (13,2%), l’Emilia-Romagna (9,8%) e la Sicilia (6,9%). Scendendo ancora di scala sono invece le provincie di Roma (3,9%), Brescia (3,6%) e Padova (3,1%) quelle a detenere la quota maggiore di aggiunte. Per buona parte dell’anno questo progresso si è affidato ai piccoli impianti di taglia residenziale, che hanno lasciato il posto sul finire del 2023 ad una nuova spinta del segmento C&I.

Produzione fotovoltaica in Italia

Altro dato importante per il 2023: la produzione del solare fotovoltaico in Italia. Lo scorso anno tra nuovi impianti e condizioni meteo favorevoli, il parco solare nazionale ha prodotto complessivamente 30.711 GWh di energia elettrica (dato in crescita del 9,2% sul 2022), con un picco nel mese di luglio di oltre 3,8 TWh.

Se ci si focalizza, invece, solo sull’autoconsumo fotovoltaico, il rapporto del GSE indica che lo scorso 7.498 GWh sono stati prodotti e consumati in loco. Un valore pari al 24,8% della produzione netta complessiva. A livello regionale la percentuale di energia autoconsumata rispetto all’energia prodotta risulta più alta in Lombardia, Liguria e Campania. A tale dato se ne associa un altro altrettanto interessante: quello dei sistemi di accumulo. Lo scorso anno risultavano in esercizio 537.000 sistemi di storage connessi ad impianti fotovoltaici, per una potenza cumulata di 3,41 GW.

leggi anche Direttiva EPBD e fotovoltaico: scadenze e potenzialità

Solare Fotovoltaico, la Potenza in esercizio in Italia

Le nuove aggiunte 2023 hanno portato il dato della potenza fotovoltaica totale cumulata in Italia ad oltre 30,31 GW e quello della potenza pro capite nazionale a 514 W per abitante. Nel complesso sono attivi sul territorio 1.597.447 impianti fotovoltaici, di cui il 94% rientra nella taglia fino a 20 kW. Sono, per intenderci, i piccoli impianti realizzati solitamente sui tetti degli edifici. Non sorprende quindi scoprire che la superficie occupata dagli impianti fotovoltaici a terra a fine 2023 risultava di soli 16.400 ettari. In questo contesto le regioni con la maggiore occupazione di superficie del suolo da parte del solare fotovoltaico risultano essere: la Puglia (4.244 ettari), la Sicilia (1.681 ettari) e il Lazio (1.527 ettari).

Sul fronte della potenza attiva, viene confermato il primato del Nord Italia con il 48,0% del totale nazionale grazie al traino di Lombardia (13,8%), Veneto (10,4%) ed Emilia Romagna (10%). Segue il 34,7% delle regioni meridionali, con la Puglia che da sola fornisce il 10,9% della potenza, e quindi il contributo del Centro Italia.

Leggi qui il report GSE sul Solare Fotovoltaico in Italia

About Author / La Redazione

Rinnovabili • Dl Agricoltura bollinato

Dl Agricoltura bollinato, ecco l’art. sul fotovoltaico a terra

Il testo finale del decreto è stato varato dopo alcune piccole modifiche richieste dal Quirinale. Confermati i paletti sul fotovoltaico a terra salvaguardando gli investimenti del PNRR

Dl Agricoltura bollinato
Foto di Andreas Gücklhorn su Unsplash

Stop del fotovoltaico a terra con una serie di eccezioni

Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri, Dl Agricoltura è stato “bollinato” dalla Ragioneria di Stato e quindi varato definitivamente. Ma non prima di alcune modifiche last minute frutto del confronto con il Quirinale. Nessun ritocco significativo, tuttavia, riguarda il tanto criticato articolo di stop al fotovoltaico a terra. Il contenuto, infatti, rimane nelle linee annunciate il 6 maggio dal ministri Pichetto e Lollobrigida, cercando di salvaguardare gli investimenti del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), punto fermo per il MASE.

L’articolo in questione, che passa dal 6 della prima bozza al 5 nel DL Agricoltura bollinato, riporta alcune disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo. L’intervento mira a modificare l’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, con cui l’Italia ha recepito nel proprio ordinamento la direttiva europea sulle rinnovabili RED II. 

In poche parole il testo introduce dei paletti all’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti. Come? Limitando qualsiasi intervento a lavori modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, che non comportino incremento della superficie occupata. Nessun vincolo invece per il fotovoltaico a terra se installato:

  • in cave e miniere non in funzione, abbandonate o in condizioni di degrado ambientale;
  • porzioni di cave e miniere non suscettibili di ulteriore sfruttamento;
  • siti e  impianti nelle disponibilità delle società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane e dei gestori di infrastrutture ferroviarie nonché delle società concessionarie autostradali;
  • siti e impianti nella disponibilità delle società di gestione aeroportuale all’interno dei sedimi aeroportuali;
  • aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri;
  • aree interne agli impianti industriali e agli stabilimenti.

Salvi, come promesso, anche i progetti fotovoltaici a terra se parte di una Comunità energetica rinnovabile o finalizzati all’attuazione degli investimenti del PNRR.

Il testo del Dl Agricoltura “bollinato” sul fotovoltaico

Riportiamo per intero l’articolo 5 sul fotovoltaico nella versione finale del DL Agricoltura.

ART. 5 (Disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo)

1. All’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

‹‹1-bis. L’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra di cui all’articolo 6-bis, lettera b), del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti, è consentita esclusivamente nelle aree di cui alle lettere a), limitatamente agli interventi per modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, a condizione che non comportino incremento dell’area occupata, c), c-bis), c-bis.1), e c-ter) n. 2) e n. 3) del comma 8. Il primo periodo non si applica nel caso di progetti che prevedano impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra finalizzati alla costituzione di una Comunità energetica rinnovabile ai sensi dell’articolo 31 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, nonché in caso di progetti attuativi delle altre misure di investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), approvato con decisione del Consiglio ECOFIN del 13 luglio 2021, come modificato con decisione del Consiglio ECOFIN dell’8 dicembre 2023, e dal Piano nazionale degli investimenti complementari al PNRR (PNC) di cui all’articolo 1 del decreto-legge 6 maggio 2021, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° luglio 2021, n. 101, ovvero di progetti necessari per il conseguimento degli obiettivi del PNRR.››.

2. Le procedure abilitative, autorizzatorie o di valutazione ambientale già avviate alla data di entrata in vigore del presente decreto sono concluse ai sensi della normativa previgente.

Leggi anche Zavorre per fotovoltaico Sun Ballast: dal 2012 una garanzia per gli impianti fv su tetti piani

About Author / La Redazione