Rinnovabili •

Missione Antartide: il viaggio di ritorno

Ultimo capitolo per "La XXIX Campagna Antartica italiana: diario di un ricercatore". Si conclude così l'appassionante viaggio tra i ghiacci, i colori e la spettacolare fauna dell'altro capo del mondo

Lo spettacolo della rottura del pack di fronte alla base italiana
Lo spettacolo della rottura del pack di fronte alla base italiana

La notizia ufficiale del nostro viaggio di ritorno arriva all’improvviso dopo alcune settimane di reale incertezza. La riunione indetta dal capo spedizione alle ore otto di mattina finalmente definisce con chiarezza l’inizio del nostro viaggio di ritorno dall’Antartide.

L’indomani pomeriggio ci imbarcheremo sulla nave rompighiaccio coreana ARAON che salperà a mezzanotte dello stesso giorno con destinazione il porto neozelandese di Lyttlelton. Per percorrere le circa 2000 miglia che ci separano dalla civiltà, saranno necessari nove giorni di navigazione dei quali quasi la metà in un mare completamente ghiacciato.

 

L’ultimo giorno in base, dedicato alla preparazione del materiale scientifico e dei campioni raccolti, passa in un attimo e alla sera, finalmente, tutte le casse vengono chiuse e dotate di tutta la documentazione necessaria alla loro spedizione. Questo materiale verrà imbarcato sula nave ITALICA, la nostra rompighiaccio, che salperà dalla base Mario Zucchelli a febbraio insieme al personale logistico e i ricercatori del terzo ed ultimo periodo della XXIX spedizione antartica.

 

Siamo in nove a lasciare la base e le nostre ultime ore serali sono dedicate alla pulizia dei laboratori e alla preparazione delle valige. La mattina seguente ne approfitto, prima di pranzo, per andare a Punta Stocchino, davanti alla base, a dare un’occhiata al pack per l’ultima volta.

Mi sembra sia passato un attimo da quando sono stato qui la prima volta, ma appena guardo il drastico cambiamento che ha subito il panorama davanti alla base, mi rendo conto che sono già due mesi quelli trascorsi a questa latitudine.

 

Lo scenario è profondamente mutato, il ghiaccio si è rotto e quasi metà della baia è invasa da un mare frenetico che mostra la sua giovane bellezza con gradazioni di colore irripetibili.

Sono assorto in questi pensieri quando Edoardo, il collega del CNR di Genova con il quale ho condiviso questa meravigliosa avventura, mi ricorda che è ora di pranzo e dobbiamo tornare in base.

 

Subito dopo recupero le valige e mi avvio verso il piazzale dove abbiamo appuntamento per essere caricati sui mezzi che ci porteranno sotto la nave coreana. Come sempre accade, chi rimane, si riunisce per salutare i “partenti” e spesso gli occhiali scuri non riescono a nascondere le lacrime. Anche se relativamente pochi, i giorni vissuti in base sono così intensi e veri che riescono a creare amicizie che andranno oltre, che dureranno molto di più del ghiaccio dove sono state generate.

 

La rompighiaccio coreana ARAON con la quale raggiungeremo la Nuova Zelanda
La rompighiaccio coreana ARAON con la quale raggiungeremo la Nuova Zelanda

 

Con gli occhi decisamente lucidi ci troviamo sui diversi mezzi che percorrono lentamente il tratto di pack che ci separa dai grandi iceberg dietro ai quali, all’improvviso, la nave ci appare come un gigante rosso” incastrato nel ghiaccio. Vederla in questo modo alimenta alcuni dubbi sulla possibilità che possa realmente riuscire a muoversi in questo mare ghiacciato.

L’ARAON, che in coreano significa “in tutti i mari”, è in realtà una nuovissima nave della classe KR-Polar 10, ha una lunghezza di 111 metri e una stazza lorda di 7000 tonnellate ed è in grado di navigare nel ghiaccio ad una velocità di crociera di 12 nodi, assicurata da due impianti gemelli del tipo “Azimuth” diesel-elettrici. La nave può ospitare fino a 85 persone.

 

Il passaggio della nave di fronte alla base italiana
Il passaggio della nave di fronte alla base italiana

 

Attendiamo il via libera del responsabile coreano “Mr. Cho” prima di salire a bordo ed attendere che le nostre valige vengano issate con la rete da carico. A nostra disposizione abbiamo delle nuovissime cabine a due posti con vista mare delle quali prediamo possesso prima del breve corso di sopravvivenza al quale veniamo immediatamente sottoposti.

Dopo circa un’oretta di lezione in inglese (mediante dei videocorsi) veniamo scortati sul ponte dove ci attende una prova pratica che consiste nell’indossare la tuta di sopravvivenza oceanica che permette di resistere per qualche minuto in più nell’acqua ghiacciata del mare antartico. Ovviamente ci auguriamo di indossarla solo in questa occasione. Immediatamente dopo abbiamo già la cena pronta, rigorosamente coreana, servita nella sala ristorante. Ci rendiamo conto di essere gli unici passeggeri insieme a quattro ricercatori russi e che di conseguenza dovremmo adattarci agli orari dei pasti dell’equipaggio coreano.

 

Le lastre di ghiaccio che la prua della nave genera durante i suo passaggio
Le lastre di ghiaccio che la prua della nave genera durante i suo passaggio

 

Dopo la strana cena coreana (non abbiamo capito cosa abbiamo mangiato!) usciamo sul ponte per vedere le ultime operazioni di carico/scarico prima della partenza. Alcuni elicotteri trasportano, a turno, barili di carburante dalla nave alla base coreana in costruzione alla base del ghiacciaio. Con i miei compagni di viaggio ci avventuriamo dentro la nave e gironzoliamo tra i diversi ponti alla scoperta delle sale e dei laboratori che sembrano ben equipaggiati anche se assolutamente ancora da allestire.

 

 

La magica atmosfera durante l'inizio della navigazione
La magica atmosfera durante l’inizio della navigazione

 

Ad un certo punto sentiamo il rumore dei motori e del ghiaccio e ci precipitiamo su ponte: è mezzanotte e ci stiamo muovendo.

Sembra incredibile ma la nave si sposta rompendo il ghiaccio con una facilità disarmante. Lo scenario tutt’intorno è magico. La luce “notturna”, complice un cielo parzialmente nuvoloso, colora tutto il ghiaccio con una nota calda e dorata che non avevamo mai visto prima.

Ci lasciamo dietro una scia di ghiaccio rotto che traccia il nostro passaggio e libera mini-iceberg che galleggiano all’infinito dietro di noi.

In un attimo la nave scivola fuori dal pack e comincia la sua navigazione ai margini del pack passando di fronte alla base italiana che ci sembra oramai irraggiungibile e in un attimo già lontana.

 

Il promontorio di Cape Washington
Il promontorio di Cape Washington

 

Nel giro di qualche ora passiamo di fronte a zone che abbiamo visitato per i diversi campionamenti e che ci appaiono profondamente diverse ora che la banchisa è stata aggredita dal mare.

Attraversiamo anche l’area di Cape Washington ed incontriamo diversi pinguini imperatore dispersi su zattere di ghiaccio in movimento con la corrente. Il freddo è intenso ma rimaniamo fino a notte fonda per ammirare questi paesaggi straordinari illuminati da un sole velato. Intravediamo, grazie al teleobiettivo, la grande colonia dei pinguini ai piedi dello scuro promontorio.

Finalmente la nave sembra prendere la direzione del mare aperto e lentamente la costa si allontana, i promontori, i ghiacciai e gli iceberg incastrati nel pack, nel giro di pochi minuti, scompaiono e ci troviamo all’improvviso in un mare scuro, piatto, silenzioso e privo di ghiaccio che non sembra essere il mare antartico. La stanchezza prende il sopravvento e finalmente ci concediamo qualche ora di riposo.

 

Alcuni pinguini di Adelià sorpresi dal passaggio della nave
Alcuni pinguini di Adelia sorpresi dal passaggio della nave

 

Al risveglio il rumore sordo del ghiaccio che si rompe ci stimola ad indossare immediatamente gli indumenti tecnici e tornare sul ponte a prua dove troviamo uno scenario completamente nuovo.

Il tempo è pessimo, nuvoloso con nebbia, e la distesa di ghiaccio che la nave aggredisce con colpi assordanti sembra essere infinita. Dalla plancia il comandante ci invita a salire e ci spiega che siamo entrati nella cintura di ghiaccio che circonda l’Antartide e che questa “rumorosa” andatura durerà almeno per altri tre giorni di navigazione.

 

Il comandante ci propone anche una sfida che non possiamo non accettare. La sua idea è quella di metterci a disposizione la cucina e gli ingredienti di cui abbiamo bisogno per preparare una “cena italiana” per tutto l’equipaggio. Accettiamo con entusiasmo e torniamo sul ponte ad osservare la navigazione nel ghiaccio ed osservare gli iceberg che ogni tanto incrociamo. Il freddo è intenso e rimanere per troppo tempo è impossibile. Quasi tutti rientrano ed io mi fermo ancora qualche minuto per riprendere le immagini della carena che rompe il ghiaccio dal foro centrale presente a prua. Mi sporgo per tenere la telecamera, montata su un’asta regolabile e snodata, nella giusta posizione per riprendere la prua da un’angolazione suggestiva. I colpi che rompono il ghiaccio che si fanno via via sempre più fragorosi e la nave rallenta visibilmente fino a fermarsi completamente incastrata nel ghiaccio. Continuo a riprendere e mi accorgo che del personale coreano è sceso a verificare lo stato del ghiaccio e mi avvisa che dobbiamo tornare indietro e cambiare rotta.

Nel giro di pochi secondi la nave comincia la sua lentissima retromarcia che durerà alcune ore. Alla sera il comandante ci avvisa che per non rischiare di rimanere nel ghiaccio troppo spesso ha deciso di fare una deviazione di circa 100 miglia alla ricerca di un passaggio migliore e meno problematico.

 

La vista del mare di ghiaccio dalla prua della nave
La vista del mare di ghiaccio dalla prua della nave

 

A cena tentiamo di partecipare ma il piatto con un brodo di colore rosso in cui galleggiano, muovendosi al ritmo dei colpi nel ghiaccio, delle enormi teste di pesce ci spinge a rinunciare. Fortunatamente, i cuochi della base italiana, ci avevano fornito una sorta di “cassa di sopravvivenza” con alcuni salami, formaggi, biscotti, succhi di frutta: la nostra principale fonte di sostentamento durante questo lungo viaggio.

La mattina seguente, dopo aver osservato per diversi minuti ancora pinguini e foche sorpresi dall’incedere della nave e dalle numerose crepe che il suo passaggio generava, ci siamo dati appuntamento in una sala al primo ponte per organizzare la nostra strategia e la cena, prevista per le ore 18:30.

 

La squadra di ricercatori al lavoro in cucina per preparare la
La squadra di ricercatori al lavoro in cucina per preparare la “cena Italiana” a tutto l’equipaggio

 

Nel pomeriggio ci sono state consegnate le virtuali chiavi della cucina e tutti gli ingredienti richiesti e nel giro di pochi minuti ci siamo impadroniti della situazione ed abbiamo cominciato, suddividendoci i compiti, a cucinare come una squadra di “MasterChef” per tutto il pomeriggio preparando un tris di pasta (carbonara, cacio e pepe e tonno e olive) per le oltre cinquanta persone dell’equipaggio.

Anche se, in puro stile coreano, nessuno di loro si è lasciato andare a manifestazioni di entusiasmo ma il fatto che molti di loro si sono concessi il bis e l’assoluta mancanza di avanzi ci ha decisamente convinto di aver superato con successo la sfida culinaria in alto mare.

Dopocena e fino a notte fonda siamo stati coinvolti, da alcuni membri dell’equipaggio, in un’improbabile serata “karaoke & birra” che ricorderemo per molto tempo.

 

I piccoli iceberg incontrati prima di uscire dalla cintura dei ghiacci
I piccoli iceberg incontrati prima di uscire dalla cintura dei ghiacci

 

Il giorno successivo (il quarto dei nove previsti) lo scenario è nuovamente cambiato e per diverse ore abbiamo attraversato aree di mare prive di pack compatto ma letteralmente ricoperte di lastre di ghiaccio in cui navigavano enormi iceberg che ora dopo ora sono diventati sempre più piccoli fino ad un momento preciso in cui è apparso evidente che eravamo appena usciti dalla cintura dei ghiacci: verso un mare blu scuro, libero da qualsiasi forma di ghiaccio, allontanandoci lentamente da un orizzonte bianco che si perdeva in un inaspettato tramonto nuvoloso.

Senza parlare ci siamo subito tutti guardati negli occhi consapevoli di essere in prossimità della famigerata convergenza antartica, una ristretta fascia di mare dove le acque fredde s’incontrano con le acque relativamente più calde delle zone subantartiche o temperate. Quest’area è caratterizzata dal succedersi di sistemi ciclonici, causati dall’incontro tra l’aria fredda dell’Antartide e l’aria calda che giunge dal centro degli oceani, in grado di generare tempeste con onde gigantesche e vento di grande intensità tanto da essere nota in letteratura come i “40 ruggenti ed i 50 urlanti” dal rumore che i venti provocano, sibilando attraverso gli alberi, il sartiame e la velatura delle imbarcazioni a vela, che somiglia a un ruggito sui 40° e ad un grido sui 50° di latitudine.

 

Non sono passati neanche dieci minuti che i “50 urlanti” si sono fatti sentire in tutta la loro furia. Le onde oceaniche di immense dimensioni hanno cominciato a spazzare il ponte e siamo stati costretti a rientrare per ovvi motivi di sicurezza. La nave ha cominciato una danza di rollio-beccheggio che non avevo mai vissuto in precedenza. Da questo momento il viaggio diventerà veramente impegnativo per quattro interminabili giorni che qualcuno non dimenticherà tanto facilmente.

Io fortunatamente, dovendo difendere la stima dei pescatori di Camogli, città dove vivo da alcuni anni, sono riuscito ad essere sempre lucido occupandomi anche dei miei compagni di avventura che per alcuni giorni non hanno abbandonato le loro cuccette.

 

 

La presenza degli albatros certifica il passaggio verso la convergenza antartica

 

Durante una delle mie quotidiane uscite sul ponte sono riuscito a fotografare uno degli splendidi esemplari di albatros che seguivano da giorni la nave. Con questa immagine voglio concludere il racconto della mia missione in Antartide che tra qualche giorno culminerà con l’ultimo viaggio aereo (circa quaranta ore) per raggiungere l’Italia. Sono stati due mesi intensi, impegnativi e bellissimi che mi hanno dato tanto sia dal punto di vista lavorativo che umano e che probabilmente cambieranno il mio modo di affrontare anche la quotidianità della vita normale.

 

Non sono sicuro che si possa veramente soffrire di “mal d’Antartide” ma già da ora, quel continente bianco, mi manca e sarei pronto a ripartire immediatamente se si presentasse una nuova opportunità di ricerca.

Colgo l’occasione per ringraziare il mio ente (CNR), il mio istituto (ISMAR-CNR) ed il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA) che hanno permesso questa formidabile avventura di ricerca ed esplorazione e concesso il privilegio di potervela raccontare.

 

 

di Marco Faimali (ISMAR-CNR) – Progetto RAISE – PNRA – XXIX Campagna Antartica

Lo straordinario viaggio in Antartide finisce qui ma potete continuare a “sfogliare le pagine” del Diario di un ricercatore seguendo Blu Lab, il blog di Rinnovabili.it a cura di Marco Faimali.

Rinnovabili •
About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.


Rinnovabili • Solare fotovoltaico in Italia

Solare fotovoltaico in Italia, cosa dice il rapporto GSE

Lo scorso anno sono entrati in esercizio circa 371.500 impianti fotovoltaici in Italia, in grande maggioranza di taglia inferiore a 20 kW, per una capacità complessiva di oltre 5,2 GW. Una crescita che conferma il primato nazionale della Lombardia in termini di potenza installata, seguita con un certo distacco dalla Puglia

Solare fotovoltaico in Italia
via depositphotos

Online il Rapporto Statistico 2023 sul Solare Fotovoltaico in Italia

Ben 5,2 GW di aggiunte che portano la potenza cumulata totale a 30,31 GW e la produzione annuale a quota 30.711 GWh. Questi in estrema sintesi i dati del solare fotovoltaico in Italia, riportati nel nuovo rapporto del GSE. Il documento mostra le statistiche del settore per il 2023, offrendo informazioni importanti non solo sui sistemi ma anche sulla dimensione dei pannelli solari, la tensione di connessione, il settore di attività, l’autoconsumo e persino sull’integrazione di eventuali batterie. Uno sguardo approfondito per capire come sta crescendo il comparto, ma anche per evidenziare potenzialità e criticità.

Solare Fotovoltaico Italiano, la Crescita 2023 in Numeri

Nel 2023 il fotovoltaico nazionale ha messo in funzione 371.422 nuovi impianti solari per una potenza complessiva di poco superiore ai 5,2 GW. La crescita ha ricevuto i contributi maggiori, in termini di numero di sistemi, da regioni come la Lombardia (con il 17,5% dei nuovi impianti fv 2023), il Veneto (13,2%), l’Emilia-Romagna (9,8%) e la Sicilia (6,9%). Scendendo ancora di scala sono invece le provincie di Roma (3,9%), Brescia (3,6%) e Padova (3,1%) quelle a detenere la quota maggiore di aggiunte. Per buona parte dell’anno questo progresso si è affidato ai piccoli impianti di taglia residenziale, che hanno lasciato il posto sul finire del 2023 ad una nuova spinta del segmento C&I.

Produzione fotovoltaica in Italia

Altro dato importante per il 2023: la produzione del solare fotovoltaico in Italia. Lo scorso anno tra nuovi impianti e condizioni meteo favorevoli, il parco solare nazionale ha prodotto complessivamente 30.711 GWh di energia elettrica (dato in crescita del 9,2% sul 2022), con un picco nel mese di luglio di oltre 3,8 TWh.

Se ci si focalizza, invece, solo sull’autoconsumo fotovoltaico, il rapporto del GSE indica che lo scorso 7.498 GWh sono stati prodotti e consumati in loco. Un valore pari al 24,8% della produzione netta complessiva. A livello regionale la percentuale di energia autoconsumata rispetto all’energia prodotta risulta più alta in Lombardia, Liguria e Campania. A tale dato se ne associa un altro altrettanto interessante: quello dei sistemi di accumulo. Lo scorso anno risultavano in esercizio 537.000 sistemi di storage connessi ad impianti fotovoltaici, per una potenza cumulata di 3,41 GW.

leggi anche Direttiva EPBD e fotovoltaico: scadenze e potenzialità

Solare Fotovoltaico, la Potenza in esercizio in Italia

Le nuove aggiunte 2023 hanno portato il dato della potenza fotovoltaica totale cumulata in Italia ad oltre 30,31 GW e quello della potenza pro capite nazionale a 514 W per abitante. Nel complesso sono attivi sul territorio 1.597.447 impianti fotovoltaici, di cui il 94% rientra nella taglia fino a 20 kW. Sono, per intenderci, i piccoli impianti realizzati solitamente sui tetti degli edifici. Non sorprende quindi scoprire che la superficie occupata dagli impianti fotovoltaici a terra a fine 2023 risultava di soli 16.400 ettari. In questo contesto le regioni con la maggiore occupazione di superficie del suolo da parte del solare fotovoltaico risultano essere: la Puglia (4.244 ettari), la Sicilia (1.681 ettari) e il Lazio (1.527 ettari).

Sul fronte della potenza attiva, viene confermato il primato del Nord Italia con il 48,0% del totale nazionale grazie al traino di Lombardia (13,8%), Veneto (10,4%) ed Emilia Romagna (10%). Segue il 34,7% delle regioni meridionali, con la Puglia che da sola fornisce il 10,9% della potenza, e quindi il contributo del Centro Italia.

Leggi qui il report GSE sul Solare Fotovoltaico in Italia

About Author / La Redazione

Rinnovabili • Dl Agricoltura bollinato

Dl Agricoltura bollinato, ecco l’art. sul fotovoltaico a terra

Il testo finale del decreto è stato varato dopo alcune piccole modifiche richieste dal Quirinale. Confermati i paletti sul fotovoltaico a terra salvaguardando gli investimenti del PNRR

Dl Agricoltura bollinato
Foto di Andreas Gücklhorn su Unsplash

Stop del fotovoltaico a terra con una serie di eccezioni

Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri, Dl Agricoltura è stato “bollinato” dalla Ragioneria di Stato e quindi varato definitivamente. Ma non prima di alcune modifiche last minute frutto del confronto con il Quirinale. Nessun ritocco significativo, tuttavia, riguarda il tanto criticato articolo di stop al fotovoltaico a terra. Il contenuto, infatti, rimane nelle linee annunciate il 6 maggio dal ministri Pichetto e Lollobrigida, cercando di salvaguardare gli investimenti del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), punto fermo per il MASE.

L’articolo in questione, che passa dal 6 della prima bozza al 5 nel DL Agricoltura bollinato, riporta alcune disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo. L’intervento mira a modificare l’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, con cui l’Italia ha recepito nel proprio ordinamento la direttiva europea sulle rinnovabili RED II. 

In poche parole il testo introduce dei paletti all’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti. Come? Limitando qualsiasi intervento a lavori modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, che non comportino incremento della superficie occupata. Nessun vincolo invece per il fotovoltaico a terra se installato:

  • in cave e miniere non in funzione, abbandonate o in condizioni di degrado ambientale;
  • porzioni di cave e miniere non suscettibili di ulteriore sfruttamento;
  • siti e  impianti nelle disponibilità delle società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane e dei gestori di infrastrutture ferroviarie nonché delle società concessionarie autostradali;
  • siti e impianti nella disponibilità delle società di gestione aeroportuale all’interno dei sedimi aeroportuali;
  • aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri;
  • aree interne agli impianti industriali e agli stabilimenti.

Salvi, come promesso, anche i progetti fotovoltaici a terra se parte di una Comunità energetica rinnovabile o finalizzati all’attuazione degli investimenti del PNRR.

Il testo del Dl Agricoltura “bollinato” sul fotovoltaico

Riportiamo per intero l’articolo 5 sul fotovoltaico nella versione finale del DL Agricoltura.

ART. 5 (Disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo)

1. All’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

‹‹1-bis. L’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra di cui all’articolo 6-bis, lettera b), del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti, è consentita esclusivamente nelle aree di cui alle lettere a), limitatamente agli interventi per modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, a condizione che non comportino incremento dell’area occupata, c), c-bis), c-bis.1), e c-ter) n. 2) e n. 3) del comma 8. Il primo periodo non si applica nel caso di progetti che prevedano impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra finalizzati alla costituzione di una Comunità energetica rinnovabile ai sensi dell’articolo 31 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, nonché in caso di progetti attuativi delle altre misure di investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), approvato con decisione del Consiglio ECOFIN del 13 luglio 2021, come modificato con decisione del Consiglio ECOFIN dell’8 dicembre 2023, e dal Piano nazionale degli investimenti complementari al PNRR (PNC) di cui all’articolo 1 del decreto-legge 6 maggio 2021, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° luglio 2021, n. 101, ovvero di progetti necessari per il conseguimento degli obiettivi del PNRR.››.

2. Le procedure abilitative, autorizzatorie o di valutazione ambientale già avviate alla data di entrata in vigore del presente decreto sono concluse ai sensi della normativa previgente.

Leggi anche Zavorre per fotovoltaico Sun Ballast: dal 2012 una garanzia per gli impianti fv su tetti piani

About Author / La Redazione

Rinnovabili • Zavorre per fotovoltaico Sun ballas

Zavorre per fotovoltaico Sun Ballast: dal 2012 una garanzia per gli impianti fv su tetti piani

SponsoredContenuto
Sponsorizzato

Attiva da oltre dieci anni nel settore fotovoltaico, fin dal 2012 Sun Ballast ha saputo cogliere le necessità più concrete legate alla realizzazione di impianti FV, divenendo rapidamente il punto di riferimento internazionale per migliaia di installatori e progettisti di impianti su superfici piane.

Zavorre per fotovoltaico Sun ballas

Il settore fotovoltaico costituisce oggi il principale motore della transizione energetica, e dal 2012 Sun Ballast sviluppa soluzioni in grado di semplificare tutte le fasi di realizzazione di impianti FV – dalla progettazione all’installazione – ottimizzando la sostenibilità degli investimenti e rendendo il montaggio molto più facile e veloce. Le zavorre per fotovoltaico Sun Ballast – progettate e realizzate interamente in Italia – nascono infatti come alternativa ai tradizionali (e complessi) sistemi metallici, e grazie alle loro particolari caratteristiche tecniche hanno incontrato fin da subito l’interesse di tutti i professionisti del settore. Lo sviluppo costante di nuovi sistemi e il confronto continuo con clienti e collaboratori hanno inoltre permesso all’azienda di offrire soluzioni sempre al passo con i principali trend di mercato e con le nuove esigenze degli operatori.

Oggi la gamma di zavorre Sun Ballast include decine di modelli, e i volumi produttivi raggiunti dalle numerose sedi operative assicurano la disponibilità costante del materiale in oltre 40 paesi di tutto il mondo.

Zavorre per fotovoltaico: semplicità allo stato solido

Semplici, affidabili e durature: le zavorre Sun Ballast nascono dalla necessità di semplificare le fasi di installazione, di ridurre i tempi di posa e di rendere la realizzazione di impianti FV su superfici piane sempre più conveniente e accessibile. Le strutture per pannelli fotovoltaici sono infatti realizzate in calcestruzzo di prima scelta, e uniscono in un solo componente due diverse funzioni: quella di supporto ai pannelli e quella di zavorra. In questo modo tempi e costi di installazione sono ridotti al minimo, e il montaggio si limita a pochi e semplici passaggi: basta posare la struttura, fissare il pannello alla boccola pre-inserita nel cemento e procedere con i collegamenti elettrici.

Zavorre per fotovoltaico Sun ballas

La totale assenza di fori di fissaggio permette inoltre di appoggiare le zavorre su qualunque tipologia di superficie piana (ghiaia, cemento, pavimentazioni, guaine, tetti verdi, ecc.) senza forare i materiali di copertura e offrendo la possibilità di movimentare le strutture senza vincoli di posizionamento – caratteristica molto utile sia in fase di posa che durante gli interventi di manutenzione.
Un sistema semplice, veloce e modulabile, utilizzato in larga scala non solo sui grandi tetti piani di edifici commerciali e industriali, ma anche sulle piccole coperture di case e complessi residenziali.

Oltre a semplificarne la realizzazione, le zavorre per fotovoltaico Sun Ballast assicurano inoltre agli impianti FV il più alto livello di affidabilità: la speciale barra metallica di extra-rinforzo contenuta all’interno delle strutture ottimizza infatti la tenuta a tutte le sollecitazioni meccaniche, mentre l’impiego di calcestruzzo C32/40 garantisce la massima resistenza a qualunque tipo di corrosione. Grazie all’alta qualità costruttiva, le zavorre risultano così adatte a qualsiasi contesto geografico e climatico, e possono essere utilizzate in sicurezza in aree costiere, spazi urbani o zone montane.     

Ricerca costante e assistenza a 360°

Composto da oltre 15 professionisti, l’Ufficio tecnico Sun Ballast realizza ogni anno migliaia di relazioni tecniche gratuite, offrendo un’assistenza completa dalle prime fasi di progettazione alla posa dell’ultima graffa. Un supporto costante e professionale che, oltre ad alleggerire il lavoro di progettisti e installatori, accompagna il cliente nella valutazione delle soluzioni tecnico-economiche più adeguate alle specifiche caratteristiche dell’impianto o dell’edificio su cui verrà realizzato.

zavorre per fotovoltaico

Il continuo investimento nelle attività di Ricerca&Sviluppo e le numerose certificazioni ottenute grazie ai test in galleria del vento, alle prove di strappo delle boccole e alle analisi in camera climatica consentono inoltre a Sun Ballast di offrire prodotti non solo semplici ed efficaci, ma anche sicuri, affidabili e certificati.

A Intersolar 2024 la presentazione delle nuove strutture

In programma dal 19 al 21 giugno 2024, Intersolar Europe rappresenta il più importante evento europeo dedicato al mondo dell’energia solare; l’occasione perfetta per incontrare dal vivo tutti i nostri clienti e partner, ma anche per presentare in anteprima un nuovissimo sistema di supporto: una soluzione rivoluzionaria, estremamente versatile e ultra-leggera, che renderà la realizzazione di impianti FV su tetto piano ancora più semplice, rapida e sicura. La possibilità di visionarlo dal vivo direttamente in fiera consentirà di analizzare da vicino tutti gli aspetti tecnici, offrendo una panoramica ancora più precisa sui vantaggi, sulle modalità di utilizzo e sulle tante possibili applicazioni delle nuove strutture. Accanto alla presentazione del nuovo sistema, lo stand Sun Ballast ospiterà inoltre numerosi incontri ed eventi, lasciando ampio spazio agli approfondimenti tecnici e alle attività di networking.

Lo staff Sun Ballast ti aspetta a Monaco dal 19 al 21 giugno, presso lo stand 219 del Padiglione A5.

Zavorre per fotovoltaico Sun ballas

Leggi anche Fotovoltaico sul tetto, TAR: non più un disturbo paesaggistico, ma un’evoluzione costruttiva

About Author / La Redazione