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CONOU sempre più ambizioso: obiettivo 100%

Uno dei modelli più virtuosi di economia circolare è rappresentato dal CONOU. Trentacinque anni di attività, il suo ruolo strategico, i suoi successi, le sue difficoltà, ma specialmente le sue potenzialità raccontate, in esclusiva, dal suo presidente Paolo Tomasi

CONOU

 

Abbiamo intervistato Paolo Tomasi, presidente del CONOU, il Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati (fino a maggio 2017 COOU Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati).

 

Presidente Tomasi, per quale motivo o necessità, si è cambiato il nome dello storico Consorzio passando da COOU a CONOU?

Questo è un bel quesito. Pensi che ci è stato posto anche da molti cittadini e aziende. Devo dir la verità, è una domanda che mi sono posto anch’io. La risposta però è molto semplice: si tratta di un Decreto emesso dai nostri due ministeri di riferimento, Ambiente e Sviluppo Economico, che ci chiedeva di inserire una “N”, che sta per nazionale.

 

E cosa significa l’inserimento della parola “Nazionale” nel vostro brand?

Nella pratica che noi siamo l’unica realtà, a livello nazionale, a difendere l’ambiente dal potenziale inquinamento generato dall’olio lubrificante usato. Attività che noi, per altro, svolgiamo già da parecchi anni.

 

Attualmente in Italia si raccoglie e si avvia al riciclo, ben il 98% dell’olio lubrificante usato con 8 anni di anticipo rispetto ai limiti previsti dalla legge. Il Consorzio da lei presieduto si colloca quindi come capofila e riferimento per tutta l’Unione Europea. Se ho ben capito voi esporterete il vostro modello in altri paesi UE?

In effetti l’Italia da tempo è considerata un modello per questo tipo di attività. Per prima cosa perché noi abbiamo una tradizione nel settore della raccolta dell’olio lubrificante usato, e della sua rigenerazione. La normativa di riferimento affonda le sue radici nei lontani anni ’40 quando, per problematiche di altra natura, cioè l’autarchia tipica di quel del periodo, si cercava di utilizzare al meglio tutte le materie prime, e tra queste anche i lubrificanti. S’iniziarono a creare, allora, delle aziende attrezzate per fare un trattamento, chiaramente ancora blando, per la rigenerazione di un elemento fino ad allora considerato unicamente un rifiuto. Poi si è immaginato che il sistema potesse essere industrializzato e quindi sia coloro che raccoglievano che quelli che rigeneravano, diventarono sempre più efficienti fino a motivare i grandi investimenti che consentirono di realizzare vere e proprie raffinerie.

 

Quali sono queste Aziende?

Attualmente in Italia ne abbiamo due importanti, la Viscolube e la Ramoil, legate a due tecnologie diverse, ma entrambe molto efficienti e stimolo per tante altre attività che oggi fanno parte della filiera del nostro modello consortile. Si tratta davvero di due eccellenze oggi stimate in tutto il mondo.

 

CONOU

 

Facciamo un po’ di conti. Da quando è nato il Consorzio quanto si è risparmiato in termini di mancata importazione di petrolio? 

Direi che i numeri sono davvero confortanti. Intanto vorrei spiegare come abbiamo fatto il calcolo. Partendo dal presupposto che dal trattamento, oltre all’olio base, si generano anche gasolio e bitumi, abbiamo inserito nella stima la produzione di tutti e tre i prodotti. Si arriva così a determinare un risparmio di tre miliardi di euro nei 35 anni di attività. Oltre a quello economico ci sono poi altri elementi di risparmio: la riduzione di emissione di CO2, la riduzione di occupazione del suolo con altri insediamenti produttivi, la riduzione di greggio importato e, fattore di grande importanza, il risparmio di acqua.

 

Qual è l’attuale limite di raccolta dell’olio usato imposto dalla normativa europea?

In realtà la normativa europea stabilisce degli obiettivi che per noi sarebbero francamente trascurabili in quanto siamo molto più avanti: basti pensare che noi trattiamo circa il 98% dell’olio lubrificante usato raccoglibile.

 

Che intende per raccoglibile?

Bisogna premettere che siamo di fronte ad un rifiuto che si consuma nel corso del suo esercizio, a differenza della carta o del vetro, cioè che si distrugge parzialmente nell’uso. Faccio un esempio: nel carter della nostra autovettura inseriamo una quantità di olio lubrificante che non ritroveremo mai al momento della sua sostituzione. Una parte dell’olio sarà evaporata a causa delle alte temperature, altra è trafilata nelle camicie e quindi espulsa dallo scappamento. E questo accade in buona parte dei processi produttivi. Tutto ciò ci porta a costatare che l’olio lubrificante, nel suo utilizzo fino a fine vita, distrugge circa il 50% della sua quantità iniziale. Quindi il confronto che noi facciamo è sulla quantità effettivamente disponibile al momento del recupero, cioè circa il 50% di quella iniziale.

 

Grazie ai risultati eccellenti, generati dal CONOU, l’Italia ha chiesto di alzare il limite europeo di recupero e rigenerazione dell’olio usato all’85% entro il 2025. In effetti i limiti attuali negli altri paesi sono davvero più contenuti: Germania il 50%, Francia il 60%, Gran Bretagna 14%. Ma è possibile tutto questo?

Purtroppo sì. Nonostante ci fosse da tempo una specifica direttiva, a livello europeo, non tutti gli Stati si sono adeguati. E questo perché spesso è stata privilegiata la strada della combustione dell’olio usato, quindi la sua totale distruzione. Noi invece abbiamo costatato che la rigenerazione offre decisamente maggiori vantaggi in termini economici e ambientali.

 

E’ vero che l’Italia riesce a recuperare l’olio anche dall’emulsione?

Certo. Noi abbiamo da qualche tempo attivato anche il recupero dell’olio dall’emulsione. Avevamo ipotizzato la realizzazione di un impianto di grande capacità, dotato di una specifica tecnologia, ma questo non si è reso possibile nell’ambito del Consorzio. Allora la nostra struttura di raccolta ha pensato, credendo nelle grandi potenzialità di questa ulteriore metodica, di occupare lo spazio lasciato vuoto dal Consorzio sviluppando una specifica impiantistica.  Questo ha portato a risultati straordinari: se noi siamo passati, dal 2015 al 2016 ad un incremento delle quantità del 7%, il che vuol dire 10.000 tonnellate aggiuntive di raccolta, lo dobbiamo proprio al recupero dell’olio anche dall’emulsione.

 

Quanto si è contratto il mercato dell’olio lubrificante?

Moltissimo negli ultimi 20 anni. Se osserviamo il trend del settore, dal 2000 ad oggi, vi è stata una contrazione del 40% del mercato.

 

Per quale ragione?

Essenzialmente per due fattori molto legati tra loro: l’avvento dell’economia circolare e l’innovazione tecnologica dei motori. Quest’ultima tende sempre di più a garantire efficienza e risparmio.  Ad esempio nei motori per la trazione si sono ridotti drasticamente tutti i passaggi di maggior spreco come i trafilamenti dalle valvole. Fino a pochi anni fa avevamo consumi elevati di olio lubrificante: una vettura aveva bisogno di rabboccare 1 chilo di olio ogni 1000 chilometri, mentre oggi siamo arrivati a rabbocco zero su 10.000 chilometri.  Anche nel settore industriale la tecnologia è andata particolarmente avanti, in quanto c’è un minor utilizzo di lubrificante per unità prodotta. In altre parole, riusciamo a produrre qualsiasi oggetto consumando meno lubrificante.

 

Quanto il calo del prezzo del petrolio ha influito sull’economia della vostra attività?

Questa è una questione per noi basilare. Direi che il periodo che abbiamo attraversato, iniziato nel 2014 con il crollo del prezzo del greggio, ha in pratica spiazzato completamente l’economia di questo settore in quanto le operazioni di rigenerazione dell’olio usato diventavano non più competitive rispetto alla produzione di lubrificante da greggio. Se da una parte era crollato il prezzo del greggio, dall’altra il costo della rigenerazione era, chiaramente, rimasto inalterato. In questa situazione se non fosse intervenuto il Consorzio a compensare il delta negativo ci sarebbe stato un notevolissimo impatto sul settore, come è avvenuto in Francia e Germania, dove il prezzo iniziale di 300 euro per tonnellata di olio usato era crollato a zero. Ovviamente la raccolta non si è fermata ma ha subito una contrazione notevolissima.

 

E veniamo al decreto che recentemente il ministro Calenda, dopo il ministro Galletti, ha firmato. Mi spiega perché per voi è così importante?

Per noi vuol dire il recupero di una stabilità che ci ha portato non pochi problemi nell’ultimo periodo. In effetti la legge ci indica che lo statuto del Consorzio non deve essere approvato unicamente dalla sua assemblea, ma anche dai due ministeri di controllo. Noi abbiamo modificato lo statuto originale del 1992 due volte: nel 2002 e nel 2009, per dar luogo proprio alle prescrizioni delle leggi dello stato. Ma l’approvazione che doveva essere un’operazione tacita, da parte dei due ministeri, non era mai stata fatta. Si era creata quindi una situazione in cui anche il lavoro del nostro Consiglio di Amministrazione, basato su di uno statuto privo dell’autorizzazione ministeriale, era a rischio.

 

 

Oli lubrificanti usati

 

In conclusione Presidente, ammesso che ci siano ancora margini di miglioramento per il lavoro del CONOU, cosa chiederebbe di fare, in più o meglio, agli attori del vostro sistema?

Ai cittadini chiederei di aumentare ancor di più la consapevolezza che stiamo trattano un rifiuto altamente pericoloso e che quindi bisogna evitare il “fai da te”, cioè il cambio dell’olio, ma affidarlo a chi lo fa di professione. Al Governo chiederei di migliorare una legge imperfetta, frutto di tante manipolazioni che mostrano una comprensione parziale dei reali problemi del settore. Ai produttori di rifiuti chiederei di non miscelare tra di loro le diverse tipologie di oli raccolti, oli che se fossero mantenuti separati, consentirebbero un coefficiente di recuperabilità molto più elevato.

 

E’ questo lo spazio che dobbiamo ancora recuperare per avere un ulteriore aumento di quella piccola percentuale di rigenerazione che ancora ci manca.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.


Rinnovabili • Batterie al sodio allo stato solido

Batterie al sodio allo stato solido, verso la produzione di massa

Grazie ad un nuovo processo sintetico è stato creato un elettrolita di solfuro solido dotato della più alta conduttività per gli ioni di sodio più alta mai registrata. Circa 10 volte superiore a quella richiesta per l'uso pratico

Batterie al sodio allo stato solido
via Depositphotos

Batterie al Sodio allo Stato Solido più facili da Produrre

La batterie allo stato solido incarnano a tutti gli effetti il nuovo mega trend dell’accumulo elettrochimico. E mentre diverse aziende automobilistiche tentano di applicare questa tecnologia agli ioni di litio, c’è chi sta percorrendo strade parallele. É il caso di alcuni ingegneri dell’Università Metropolitana di Osaka, in Giappone. Qui i professori Osaka Atsushi Sakuda e Akitoshi Hayash hanno guidato un gruppo di ricerca nella realizzazione di batterie al sodio allo stato solido attraverso un innovativo processo di sintesi.

Batterie a Ioni Sodio, nuova Frontiera dell’Accumulo

Le batterie al sodio (conosciute erroneamente anche come batterie al sale) hanno conquistato negli ultimi anni parecchia attenzione da parte del mondo scientifico e industriale. L’abbondanza e la facilità di reperimento di questo metallo alcalino ne fanno un concorrente di primo livello dei confronti del litio. Inoltre l’impegno costante sul fronte delle prestazioni sta portando al superamento di alcuni svantaggi intrinseci, come la minore capacità. L’ultimo traguardo raggiunto in questo campo appartiene ad una ricerca cinese che ha realizzato un unità senza anodo con una densità di energia superiore ai 200 Wh/kg.

Integrare questa tecnologia con l’impiego di elettroliti solidi potrebbe teoricamente dare un’ulteriore boost alla densità energetica e migliorare i cicli di carica-scarica (nota dolente per le tradizionali batterie agli ioni di sodio). Quale elettrolita impiegare in questo caso? Quelli di solfuro rappresentano una scelta interessante grazie alla loro elevata conduttività ionica e lavorabilità. Peccato che la sintesi degli elettroliti solforati non sia così semplice e controllabile. Il che si traduce in un’elevata barriera per la produzione commerciale delle batterie al sodio allo stato solido.

Un Flusso di Polisolfuro reattivo

É qui che si inserisce il lavoro del team di Sakuda a Hayash. Gli ingegneri hanno messo a punto un processo sintetico che impiega sali fusi di polisolfuro reattivo per sviluppare elettroliti solidi solforati. Nel dettaglio utilizzando il flusso di polisolfuro Na2Sx come reagente stechiometrico, i ricercatori hanno sintetizzato due elettroliti di solfuri di sodio dalle caratteristiche distintive, uno dotato della conduttività degli ioni di sodio più alta al mondo (circa 10 volte superiore a quella richiesta per l’uso pratico) e uno vetroso con elevata resistenza alla riduzione.

Questo processo è utile per la produzione di quasi tutti i materiali solforati contenenti sodio, compresi elettroliti solidi e materiali attivi per elettrodi“, ha affermato il professor Sakuda. “Inoltre, rispetto ai metodi convenzionali, rende più semplice ottenere composti che mostrano prestazioni più elevate, quindi crediamo che diventerà una metodologia mainstream per il futuro sviluppo di materiali per batterie al sodio completamente allo stato solido“.  I risultati sono stati pubblicati su Energy Storage Materials and Inorganic Chemistry .

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Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.


Rinnovabili • fotovoltaico materiale quantistico

Fotovoltaico, ecco il materiale quantistico con un’efficienza del 190%

Un gruppo di scienziati della Lehigh University ha sviluppato un materiale dotato di una efficienza quantistica esterna di 90 punti percentuali sopra quella delle celle solari tradizionali

fotovoltaico materiale quantistico
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Nuovo materiale quantistico con un assorbimento solare medio dell’80%

Atomi di rame inseriti tra strati bidimensionali di seleniuro di germanio e solfuro di stagno. Questa la ricetta messa a punto dai fisici Srihari Kastuar e Chinedu Ekuma nei laboratori della Lehigh University, negli Stati Uniti, per dare una svecchiata alla prestazioni delle celle solari. Il duo di ricercatori ha così creato un nuovo materiale quantistico dalle interessanti proprietà fotovoltaiche. Impiegato come strato attivo in una cella prototipo, infatti, il nuovo materiale ha mostrato un assorbimento solare medio dell’80%, un alto tasso di generazione di portatori fotoeccitati e un’efficienza quantistica esterna (EQE) record del 190%. Secondo gli scienziati il risultato raggiunto supera di gran lunga il limite teorico di efficienza di Shockley-Queisser per i materiali a base di silicio e spinge il campo dei materiali quantistici per il fotovoltaico a nuovi livelli. 

leggi anche Fotovoltaico in perovskite, i punti quantici raggiungono un’efficienza record

L’efficienza quantistica esterna

Tocca fare una precisazione. L’efficienza quantistica esterna non va confusa con l’efficienza di conversione, il dato più celebre quando si parla di prestazioni solari. L’EQE rappresenta il rapporto tra il numero di elettroni che danno luogo a una corrente in un circuito esterno e il numero di fotoni incidenti ad una precisa lunghezza d’onda

Nelle celle solari tradizionali, l’EQE massimo è del 100%, tuttavia negli ultimi anni alcuni materiali e configurazioni avanzate hanno dimostrato la capacità di generare e raccogliere più di un elettrone da ogni fotone ad alta energia incidente, per un efficienza quantistica esterna superiore al 100%. Il risultato di Kastua e Ekuma, però, rappresenta un unicum nel settore.

Celle solari a banda intermedia

Per il loro lavoro due fisici sono partiti da un campo particolare della ricerca fotovoltaica. Parliamo delle celle solari a banda intermedia (IBSC – Intermediate Band Solar Cells), una tecnologia emergente che ha il potenziale per rivoluzionare la produzione di energia pulita. In questi sistemi la radiazione solare può eccitare i portatori dalla banda di valenza a quella di conduzione, oltre che direttamente, anche in maniera graduale. Come?  “Passando” per l’appunto attraverso stati di una banda intermedia, livelli energetici specifici posizionati all’interno della struttura elettronica di un materiale creato ad hoc. “Ciò consente a un singolo fotone di provocare generazioni multiple di eccitoni attraverso un processo di assorbimento in due fasi“, scrivono i due ricercatori sulla rivista Science Advances.

Nel nuovo materiale quantistico creato dagli scienziati della Lehigh University questi stati hanno livelli di energia all’interno dei gap di sottobanda ideali. Una volta testato all’interno di una cella fotovoltaica prototipale il materiale ha mostrato di poter migliorare l’assorbimento e la generazione di portatori nella gamma dello spettro dal vicino infrarosso alla luce visibile. 

La rivoluzione dei materiali quantistici

Il duo ha sviluppato il nuovo materiale sfruttando i “gap di van der Waals”, spazi atomicamente piccoli tra materiali bidimensionali stratificati. Questi spazi possono confinare molecole o ioni e gli scienziati dei materiali li usano comunemente per inserire, o “intercalare”, altri elementi per ottimizzare le proprietà dei materiali. Per la precisione hanno inserito atomi di rame tra strati di seleniuro di germanio e solfuro di stagno. “Rappresenta un candidato promettente per lo sviluppo di celle solari ad alta efficienza di prossima generazione – ha sottolineato Ekuma – che svolgeranno un ruolo cruciale nell’affrontare il fabbisogno energetico globale“.

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