Piunti: le nuove sfide del CONOU

L’impegno del Consorzio a migliorare ulteriormente le quote di riciclato, al recupero delle imposte evase e a scommettere sulla trasformazione digitale: Il Presidente Piunti traccia un consuntivo di un anno positivo che conferma il ruolo primario del Consorzio nel sistema di economia circolare italiano.

conou

di Mauro Spagnolo

Presidente Piunti, a maggio scorso il CONOU ha presentato alla stampa il proprio Rapporto di Sostenibilità. Questa analisi approfondita sulla vostra identità rappresenta una nuova sfida per il Consorzio? 

Assolutamente si. Lo è stato e sarà sempre di più una scommessa sfidante. Redigere un Rapporto di Sostenibilità richiederà professionalità sempre più evolute e complesse in quanto non si tratta semplicemente di una raccolta e collezione di dati, ma bisognerà avere una crescente capacità di mettere insieme gli elementi e dare loro una veste unica.  In più ci sarà una sfida non trascurabile sui tempi: noi siamo arrivati a realizzarlo a maggio, ma dovremmo anticiparlo a marzo. E questo non è banale. Il tutto dovrà essere svolto sempre nel rispetto degli standard europei e condizionato dal fatto che il CONOU non è un’azienda, ma un Consorzio.  Abbiamo quindi complessità che costituiranno un impegno sempre maggiore. Per fortuna, però, il CONOU sta lavorando già da tempo in questa direzione.

Parliamo di responsabilità estesa, il valore su cui si basa il vostro lavoro. Ultimamente il Consorzio ha sviluppato un’attenzione ancora maggiore su questo tema…

 Si infatti. Stiamo portando avanti una sorta di battaglia che abbiamo denominato “fino all’ultimo euro”.  Realizzare l’economia circolare si basa principalmente, a mio parere, sul principio della responsabilità estesa del produttore. Quest’ultima si realizza quando il produttore delega a un’entità, come accade in Italia con il modello consortile, il compito di fare quello che dovrebbe svolgere lui: recuperare il rifiuto, riciclarlo, rigenerarlo ecc. Per fare questo c’è bisogno che tutti quelli che partecipano al sistema di responsabilità estesa paghino i contributi ambientali che debbono essere i più contenuti possibile, ma corrisposti da tutti. Se questo non accade, infatti, qualcuno si avvantaggia dal punto di vista competitivo nel confronto con i suoi competitori e in più il Consorzio, che si trova minori risorse, è costretto ad aumentare ovviamente il contributo ambientale per continuare a svolgere correttamente il suo compito.

In quale contesto state sostenendo questa battaglia?

Nel nostro Consorzio. Ed è una battaglia finalizzata proprio ad individuare gli evasori – che per fortuna non sono molti nel nostro sistema – e recuperare i contributi non versati.  Ed il risultato è stato notevole: abbiamo incassato ben tre milioni di euro grazie a questa operazione. Crediamo che la maggior attenzione alla riscossione del contributo ambientale sia basilare per garantire la qualità del nostro lavoro e la sostenibilità stessa del nostro sistema.

Mi sembra che si tratti di un’attività davvero innovativa per il Consorzio, concretamente come avete realizzato il progetto “fino all’ultimo euro”?

Abbiamo messo a punto un accordo con l’agenzia delle Dogane, una sorta di alleanza che, come dicevo, ha portato dei risultati straordinari per il Consorzio e quindi per la collettività.

A riguardo vorrei farle un esempio: tempo fa abbiamo ricevuto una telefonata da un piccolo operatore – che produce lubrificanti – che ha chiesto di parlare con il nostro responsabile della finanza e controllo per comunicare volontariamente di avere un debito inevaso con il Consorzio di 40.000 euro.  Lavorando insieme all’agenzia delle Dogane abbiamo la possibilità finalmente di incrociare e verificare i nostri dati con i loro per identificare più facilmente chi, in questo momento, non paga il contributo.

Infatti l’agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza, attraverso controlli online incrociati, riescono a verificare tutte le transazioni e ad avere evidenza di tutti i passaggi. Dopodiché controllano i dati che noi gli mandiamo e ci segnalano gli scambi: l’operatore X ci ha comunicato di aver pagato l’imposta di consumo per questo importo, ma da voi non risulta, o risulta un versamento minore. A quel punto noi ci muoviamo – prima attraverso attività negoziali e poi eventualmente giudiziarie – per cercare di recuperare il contributo dovuto.

 L’innovazione digitale sta ridisegnando in modo trasversale le modalità di lavorare quasi in ogni settore. Anche il Consorzio si sta adeguando a questa rivoluzione? 

Questo è un tema che ci trova molto sensibili e sul quale stiamo da tempo lavorando.

Sull’archiviazione dei dati, ad esempio, stiamo eliminando quasi integralmente la carta. Si tratta di un’operazione non banale in quanto siamo tutti affezionati alla carta, ma è indispensabile per rendere il nostro lavoro più efficiente.  I nostri uffici – che sono stati concepiti prima del covid – sono adesso pieni di armadi vuoti e questo vuol dire che ci stiamo riuscendo. L’altro aspetto di “evoluzione digitale” su cui stiamo lavorando è un’implementazione delle attività amministrative di contabilità analitica per avere la migliore ed ottimale gestione dei costi.

Infine, siamo particolarmente impegnati nel seguire un percorso di procedure finalizzate alla trasparenza e alla correttezza di ogni attività interna. Questo ovviamente richiede un grande lavoro di formazione del personale che si trova a svolgere procedure a volte completamente nuove.

Siamo ormai abituati a identificare il CONOU come uno degli esempi nazionali più virtuosi di economia circolare con la quota del 98% di olii esausti rigenerati su quelli raccolti. È ancora possibile un margine di miglioramento? È uno standard sul quale vi siete ormai tranquillizzati?

No. Non siamo tranquilli, c’è sempre una tensione al miglioramento.  Ma lo zero assoluto non esiste: una piccola parte dell’olio inevitabilmente non è recuperabile, ma siamo orgogliosi del nostro lavoro: in Europa bruciano il 40%, noi bruciamo l’1,5%.

Le faccio un esempio che può essere utile: la Caffaro di Brescia, che produceva PCB, i famigerati policlorobifenili, è stata chiusa nel 1984 e da lì a poco in Italia quella sostanza è stata bandita mentre all’estero era già stata vietata qualche anno prima. Oggi – dopo quarant’anni – troviamo ancora delle partite di olio inquinate da policlorobifenili. E’ quindi evidente che, o per qualche inadeguata operazione da parte del produttore del rifiuto, o per ragioni “storiche”- ad esempio per lo svuotamento di vecchissimi trasformatori – nell’olio esausto raccolto troviamo ancora tracce di PCB.

Rimane difficile accettare questo…

Ma non è l’unico esempio. Adesso stiamo lavorando per cercare soluzioni ad un problema molto delicato: ultimamente c’è stato un grande scandalo ambientale per la produzione delle PFAS, soprannominate Forever Chemicals. Si tratta di sostanze difficilissime da smaltire perché non bruciano ed è in atto un processo mondiale per studiare modalità e tecnologie per gestire queste sostanze che abbiamo ovunque, ad esempio nel packaging, nell’impermeabilizzazione, nelle schiume antincendio.  Sono veramente un problema e non sono ancora state bandite. L’Europa ha fatto una proposta di regolamento per la loro limitazione graduale e ha fatto di recente una consultazione pubblica, ma niente di più.  Noi li stiamo cercando anche nei nostri olii e nelle acque delle emulsioni oleose che ci arrivano e stiamo studiando un sistema di misura per monitorare l’eventuale presenza di queste sostanze all’interno del nostro sistema.

Vigiliamo perché siamo consapevoli della possibile tentazione: quale posto migliore di un olio nero ed esausto dove riversare un rifiuto Forever Chemicals?

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