Crisi climatica ed elezioni mettono in pausa il boom dell’export USA di Gnl

Biden ascolta le richieste delle organizzazioni ambientaliste – utili in chiave elettorale – e dispone una nuova valutazione sull’impatto climatico dei progetti di espansione della capacità di export di gas naturale liquefatto del paese

Investimenti in Gnl e gas: il G7 si rimangia le promesse sul clima?
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L’industria del gas americana punta a raddoppiare in 3-4 anni la produzione nazionale

(Rinnovabili.it) – Le elezioni di novembre (e la crisi climatica) congelano il boom dell’export USA di GNL. Il presidente Joe Biden ha decretato lo stop a tutti i progetti di espansione della capacità di esportazione di gas naturale liquefatto: serve una nuova valutazione del loro impatto climatico. Una richiesta, quella di mettere un freno all’export, che è arrivata alla Casa Bianca nei mesi scorsi da molte organizzazioni ambientaliste degli Stati Uniti. Una parte importante della base elettorale di Biden, alla ricerca della conferma per il 2° mandato.

“Daremo uno sguardo approfondito agli impatti delle esportazioni di Gnl sui costi energetici, sulla sicurezza energetica dell’America e sul nostro ambiente. Questa pausa sulle nuove approvazioni del Gnl guarda la crisi climatica per quello che è: la minaccia esistenziale del nostro tempo”, scrive Biden in un comunicato.

L’export USA di Gnl è una “bomba di carbonio” per il mondo

Sono almeno 4 i grandi progetti di export USA di Gnl interessati dallo stop temporaneo. Tutti localizzati sulla costa del golfo del Messico. Tra cui Calcasieu Pass 2, un terminal su cui pende un investimento da 10 miliardi di dollari che, a regime, potrebbe esportare fino a 24 milioni di tonnellate di gas fossile ogni anno. L’infrastruttura è stata bollata da Sierra Club come una “bomba di carbonio” che metterebbe gli Stati Uniti sulla traiettoria sbagliata per rispettare gli impegni sul clima. E aggraverebbe la crisi climatica con conseguenze globali.

La questione, però, non riguarda certo un singolo impianto. È l’intera industria del gas a stelle e strisce che pianifica un boom di produzione che difficilmente può essere compatibile con i target sul taglio delle emissioni di Washington. Già oggi gli USA sono il maggior produttore globale di idrocarburi e detengono una quota del 20% dell’export mondiale di Gnl. Nel giro di 3-4 anni, l’industria del gas americana punta a raddoppiare la sua capacità produttiva.

Quanto la decisione di Biden sia pura tattica elettorale o quanto, invece, si tradurrà in una valutazione scientificamente rigorosa e porterà a scelte anche drastiche, lo si vedrà nei prossimi mesi. Di certo c’è che l’amministrazione attuale vuole usare anche il tema della crisi climatica per vincere alle urne il prossimo novembre, mentre aumentano le probabilità che lo sfidante sia di nuovo Donald Trump, l’artefice del ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi.

Mentre i repubblicani pro-Trump “negano volontariamente l’urgenza della crisi climatica, condannando il popolo americano a un futuro pericoloso, la mia amministrazione non sarà compiacente. Non cederemo a interessi particolari”, conclude il comunicato di Biden.

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