Combustibili fossili: l’industria carbonifera ha i giorni contati

La scorsa settimana, la rete nazionale del Regno Unito non ha bruciato un singolo pezzo di carbone per 35 giorni, il periodo più lungo dall’inizio della rivoluzione industriale.

Industria carbonifera
Credits: Herbert Aust da Pixabay

Secondo gli osservatori, l’industria carbonifera ha ricevuto il colpo di grazia

(Rinnovabili.it) – Secondo gli esperti di Global Carbon Project, l’industria carbonifera non ritornerà mai più ai livelli pre-covid. Sebbene già prima della pandemia il carbone fosse in crisi a causa della crescente pressione dell’opinione pubblica, durante il lockdown il settore ha manifestato le sue fragilità, vedendo crollare le valutazioni di mercato dei più grandi produttori del mondo.

Infatti, poiché la domanda di elettricità è diminuita, molte utility hanno innanzitutto ridotto il carbone, in quanto più costoso di altre fonti energetiche come gas, eolico e solare. Nell’UE, le importazioni di carbone per le centrali termoelettriche sono crollate negli ultimi mesi di quasi 2/3, per raggiungere i livelli minimi mai visti in 30 anni.

Ma non solo. Un rapporto della US Energy Information Administration prevede che gli Stati Uniti produrranno più elettricità nel corso del 2020 da fonti rinnovabili. Gli analisti del settore prevedono che la quota di carbone nella generazione di elettricità negli USA potrebbe scendere al 10% in cinque anni.

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Rob Jackson, presidente del Global Carbon Project, ha affermato che la pandemia probabilmente confermerà che l’industria carbonifera non raggiungerà mai più il picco visto nel 2013: “Il covid-19 taglierà le emissioni di carbone così tanto che l’industria non si riprenderà mai, nemmeno con un continuo ampliamento in India o altrove. Il crollo dei prezzi del gas naturale, l’energia solare ed eolica da record e le preoccupazioni per il clima e la salute hanno ridotto definitivamente l’industria.

La scorsa settimana, ad esempio, la rete nazionale del Regno Unito non ha bruciato un singolo pezzo di carbone per 35 giorni, il periodo più lungo dall’inizio della rivoluzione industriale. In Portogallo, il periodo si è protratto per quasi due mesi. Il mese scorso, la Svezia ha chiuso la sua ultima centrale a carbone, la KVV6 a Hjorthagen, nella parte orientale di Stoccolma, con due anni di anticipo.

Ma ancora più rilevante è la situazione asiatica. In India – il secondo più grande consumatore mondiale di carbone – il governo ha dato priorità all’energia solare a basso costo piuttosto che all’industria carbonifera in risposta al crollo della domanda di elettricità causata dalla pandemia. Ciò ha portato al primo calo annuale delle emissioni di carbonio in quattro decenni.

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L’elefante nella stanza, però, continua ad essere la Cina, che brucia metà del carbone prodotto nel mondo ed è il più grande finanziatore dell’industria carbonifera in Asia e Africa. Alcuni anni fa, il consumo interno di carbone è diminuito, suscitando le speranze che il presidente Xi Jinping fosse impegnato ad abbandonare la produzione di energia sporca e ad alte emissioni. Ma dopo il blocco, la priorità politica è far ripartire l’economia.

Sebbene nessuno si aspetti che il carbone scompaia del tutto in tempi brevi, Ted Nace, direttore di Global Energy Monitor, ritiene che l’equilibrio si cambiato per sempre. “Il carbone è decisamente in crisi e questa pandemia accelererà questa situazione. La domanda dovrebbe crescere in una certa misura il prossimo anno. Ma c’è una forte probabilità che non si riprenderà.

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