Dall’University of Massachusetts Amherst arriva il rivestimento tessile fotoattivo, leggero e rimovibile, progettato per aumentare passivamente la temperatura interna degli edifici

Il rivestimento tessile può essere applicato all’involucro esterno senza particolari interventi strutturali o invasivi
Un team multidisciplinare della University of Massachusetts Amherst ha sviluppato una pelle tessile fototermica progettata per essere applicata all’esterno degli edifici, capace di aumentare la temperatura interna sfruttando semplicemente la luce solare.
Pensata come uno strato leggero e rimovibile, il sistema “lightweight fabric-based photoactive skin” è concepito per adattarsi alle pareti esterni esistenti senza la necessità di interventi invasivi.
Come funziona il riscaldamento fototermico
La tecnologia nasce dall’idea di trasferire all’edificio una logica analoga a quella di un indumento come sottolinea Carolina Aragón, associate professor of landscape architecture e tra gli autori senior del lavoro: “Quando hai freddo, ti metti un maglione, abbiamo perciò iniziato a pensare: cosa faresti se fossi un edificio?”.
Il sistema utilizza un colorante fototermico applicato a un tessuto tecnico. Quando colpito dai fotoni della luce solare, il materiale converte l’energia luminosa in calore, che viene poi trasmesso attraverso l’involucro edilizio, contribuendo ad aumentare la temperatura interna.
I test condotti all’aperto su modelli in scala hanno mostrato risultati significativi: fino a +4,8 °C nell’arco di un ciclo giorno-notte, anche con il rivestimento applicato in modo non aderente alla facciata.
Un’alternativa alle ristrutturazioni invasive
Uno degli aspetti più promettenti è la natura additiva e non permanente della soluzione. Il tessuto può essere applicato come una sorta di “seconda pelle” senza modificare la struttura dell’edificio, evitando lavori complessi e costosi.
Dal punto di vista progettuale, il sistema può assumere la forma di pannelli o moduli removibili, simili a piastrelle decorative, in grado non solo di catturare il calore solare ma anche di migliorare l’isolamento complessivo.
Elemento chiave è il colorante sviluppato dalla chimica Trisha Andrew, professoressa di chimica all’UMass Amherst e una delle autrici principali dell’articolo, insieme a Carolina Aragón: un materiale versatile che può essere applicato su supporti economici e resistenti, come tessuti tecnici comunemente disponibili. Una scelta che apre alla possibilità di soluzioni accessibili e, potenzialmente, anche fai-da-te.
Riduzione dei consumi e impatto sociale
Oltre alla validazione sperimentale, il team ha condotto simulazioni energetiche sugli edifici. I risultati indicano una riduzione della domanda di riscaldamento fino al 15% in un’abitazione standard in clima freddo, e fino al 23% in edifici residenziali di grandi dimensioni.
Un dato particolarmente rilevante se confrontato con gli interventi tradizionali: una ristrutturazione ben eseguita, sottolineano i ricercatori, può portare a riduzioni molto più contenute dei consumi.
Il tema non è solo energetico, ma anche sociale. L’aumento dei costi del riscaldamento incide direttamente sulle condizioni di vita e milioni di famiglie sono costrette a scegliere tra comfort termico e altre necessità primarie.
In questo contesto, una soluzione accessibile, non invasiva e installabile anche senza interventi strutturali potrebbe rappresentare un cambio di paradigma, soprattutto per chi vive in affitto.
Tra design, adattabilità e prossimi sviluppi
Oltre alle prestazioni energetiche, il progetto guarda anche all’integrazione estetica. Il colorante fototermico può essere utilizzato per realizzare superfici personalizzabili, in grado di adattarsi al contesto architettonico e culturale locale.
Tuttavia, la tecnologia non è ancora pronta per la diffusione commerciale. I ricercatori hanno dimostrato la validità del concetto in laboratorio e su modelli fisici, ma saranno necessari ulteriori test in condizioni reali e prototipi in scala reale.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista ACS Applied Engineering Materials .












