Finanza verde: l’ONU vuole dare più potere agli investitori, grandi e piccoli

Mark Carney ha detto sì a strumenti che permettano agli investitori di fare più pressione sulle aziende per le loro strategie sul climate change

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Credits: Gerd Altmann da Pixabay

La proposta dell’inviato per il clima del Palazzo di Vetro sulla finanza verde

(Rinnovabili.it) – Gli investitori devono avere strumenti più validi per fare pressioni sulle aziende e influenzarne le posizioni sul cambiamento climatico. E il vero punto di svolta per la finanza verde sarebbe far votare in consiglio d’amministrazione le strategie sul clima della compagnia. Lo sostiene Mark Carney, dallo scorso marzo inviato delle Nazioni Unite per il clima, durante uno degli eventi che quest’anno sostituiscono la COP26 che si sarebbe dovuta tenere a Glasgow proprio in questi giorni.

Un meccanismo a supporto della finanza verde come quello tratteggiato a grandi linee da Carney potrebbe dare una mano anche nel monitoraggio degli impegni per tagliare i gas serra a livello globale. “Piuttosto che fare in modo che le autorità siano eccessivamente prescrittive sui piani, potrebbe essere auspicabile che gli investitori abbiano voce in capitolo sulla transizione – ha spiegato l’inviato ONU durante il suo intervento alla conferenza Green Horizon a Londra – Ciò stabilirà un collegamento fondamentale tra responsabilità, responsabilità e sostenibilità”.

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Ma cosa cambierebbe rispetto ad ora? Per il momento, gli investitori possono fare pressioni sulle aziende di cui acquisiscono delle quote attraverso il loro voto quando si decide il CEO e gli alti dirigenti. Con un voto in cda di una strategia aziendale sul cambiamento climatico, come proposto da Carney, si avrebbero piani più dettagliati, che verosimilmente dovrebbero coinvolgere le diverse funzioni e unità delle aziende. E impegnerebbero in modo più consistente l’azienda. Oltre a dare voce in capitolo a tutti gli investitori, e non solo ai big.

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Nella stessa direzione, e in contemporanea, si muove anche il Financial Reporting Council (FRC) britannico, cioè l’ente regolatore con sede a Londra che supervisiona le attività di audit e la trasparenza delle informazioni finanziarie. In una nota diramata oggi, il FRC fa il punto su come le aziende e i loro revisori considerano il cambiamento climatico nelle loro attività. E conclude questo: i requisiti minimi di rendicontazione legale sono spesso soddisfatti. Ma gli investitori chiedono informazioni aggiuntive per avere un quadro completo a supporto del loro processo decisionale.

Per questa ragione “per andare oltre, è necessario un nuovo standard di rendicontazione, che abbia una portata globale. E che superi la dimensione soltanto volontaria incarnata finora dalla Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD), l’unico organismo globale esistente sul tema. Anche perché secondo il FRC le aziende tendono a sottostimare l’impatto reale del cambiamento climatico sui loro asset quando si servono delle TCFD.

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