Senza riduzione del debito, la finanza climatica intrappolerà 90 paesi

Mentre i lavori preparatori della Cop29 iniziano a delineare l’architettura della nuova finanza per il clima post 2025, uno studio del Global Development Policy Center dell’università di Boston calcola che sono 91 i paesi che rischiano di finire in una “trappola del debito climatico”: gli investimenti in mitigazione e adattamento congeleranno il loro sviluppo e faranno saltare i conti pubblici

Riduzione del debito: “ora o mai più” per far funzionare la finanza climatica
Foto di Miles Burke su Unsplash

Il rapporto sulle necessità di riduzione del debito pubblicato dall’università di Boston

(Rinnovabili.it) – Senza riduzione del debito, la finanza climatica non aiuterà davvero i paesi più vulnerabili a contrastare l’impatto del riscaldamento globale. È un’azione che va intrapresa “ora o mai più”, visto che i paesi che oggi sono stritolati dalla morsa del debito sono anche, in gran parte, quelli che hanno bisogno di più aiuti per far fronte a eventi estremi, aumento del livello dei mari e altri effetti della crisi climatica.

“Il mondo sta affrontando un momento da ‘ora o mai più’”, spiega un rapporto del Global Development Policy Center dell’università di Boston pubblicato il 4 febbraio. “È necessaria un’azione immediata per ridurre il debito globale e la crisi ambientale, che sono intrinsecamente legati”.

Come? Riduzione del debito completa per i paesi che affrontano difficoltà debitorie, ma anche per ridurre il costo del capitale per i paesi che non sono (ancora) in difficoltà debitorie. Attraverso “un aumento graduale dei livelli di liquidità e di finanziamenti per lo sviluppo, nonché una riduzione completa del debito legato agli investimenti sul clima e sullo sviluppo”, suggeriscono gli autori dello studio.

Chi ha bisogno della riduzione del debito?

Un suggerimento che arriva mentre il processo negoziale delle Cop sta affrontando la ristrutturazione della finanza climatica globale. Alla Cop29 di Baku, a fine anno, bisognerà trovare un accordo sull’obiettivo post 2025, che rimpiazza i 100 mld $ l’anno da mobilitare entro il 2020. Il volume di investimenti previsto, secondo l’Onu e un gruppo di esperti indipendenti, non deve scendere sotto i 2.400 mld $ l’anno entro il 2030. Ma visto che i paesi donatori preferiscono la forma del prestito (spesso senza agevolazioni sui tassi) a quella degli aiuti a fondo perduto, c’è il rischio concreto di incastrare i paesi beneficiari in una “trappola del debito climatico”.

Quanto sia concreta questa possibilità lo spiegano i numeri del rapporto dell’università di Boston, curato da Rebecca Ray e B. Alexander Simmons. Sono ben 95 i paesi che affrontano stress debitori o elevati costi di capitale che ostacoleranno “in modo significativo” la loro capacità di mobilitare flussi di capitale straniero per soddisfare le proprie esigenze di investimento. Di questi, circa 2/3 (62 paesi) stanno già ristrutturando il loro debito o ne hanno immediato bisogno perché spendono per gli interessi sul debito più di quanto incamerano tra tasse e esportazioni. Si tratta soprattutto di paesi dell’Africa e dell’Oceania.

“Questi paesi hanno bisogno di nuova liquidità, di riduzioni significative del valore attuale netto del loro debito estero pubblico e garantito dallo Stato, e di nuovi finanziamenti a costi molto bassi”, afferma il rapporto. Ma 91 paesi sui 96 identificati hanno esigenze di investimenti climatici e ambientali superiori alla media globale per vulnerabilità ai cambiamenti climatici, necessità di ridurre le emissioni per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e opportunità di espandere le aree di conservazione protette su terra o nelle acque costiere.

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