Rinnovabili • G20 di Roma: fumata nera sul clima, impegni al ribasso

G20 di Roma, flop storico sul clima

L’obiettivo di 1,5 gradi c'è ma senza impegni concreti, nessuno stop al carbone e impegni generici sui sussidi fossili, tutto fermo sul taglio delle emissioni di metano. Il summit capitolino, ultimo passo della presidenza italiana del G20, chiude peggio del previsto su clima ed energia. L’Italia triplica i fondi per la finanza climatica

G20 di Roma: fumata nera sul clima, impegni al ribasso
credits: presidenza italiana del G20

Draghi in conferenza stampa riporta in modo errato il comunicato finale del G20 di Roma

(Rinnovabili.it) – C’è l’impegno verso gli 1,5 gradi, mancano gli strumenti per raggiungere l’obiettivo prima che sia troppo tardi. Ci sono i riferimenti alla neutralità climatica ma non la data. Compare il carbone ma senza un orizzonte certo per lo stop a livello globale. Dal vertice finale del G20 di Roma esce un comunicato timido, rimaneggiato, diluito all’inverosimile su clima e energia: una copia malandata e poco utile del testo che gli sherpa italiani avevano messo sul tavolo all’inizio dei negoziati pochi giorni fa.

Il G20 di Roma prende tempo sugli 1,5 gradi

Nonostante gli sforzi della diplomazia italiana, sui punti più importanti per la lotta al cambiamento climatico il G20 di Roma ha fallito. Passaggio a vuoto quello sull’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi, contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C. Dal testo finale sparisce la necessità di azioni immediate, aggettivo sostituito da un più neutro “significative ed efficaci”. Il premier Mario Draghi in conferenza stampa riporta in modo errato il comunicato finale: sostiene che questo prevede “una serie di azioni immediate”. Non è così.

Leggi qui il Comunicato finale del G20 a presidenza italiana

“Riconosciamo che gli impatti del cambiamento climatico a 1,5°C sono molto più bassi che a 2°C. Mantenere 1,5°C a portata di mano richiederà azioni significative ed efficaci e l’impegno di tutti i paesi, tenendo conto dei diversi approcci, attraverso lo sviluppo di chiari percorsi nazionali che allineino l’ambizione a lungo termine con gli obiettivi a breve e medio termine, e con la cooperazione e il sostegno internazionale”, recita il comunicato finale del G20 di Roma, come anticipato da Reuters. La versione numero 1, del 29 ottobre, invece sosteneva che “è necessario intraprendere azioni immediate per mantenere 1,5 gradi a portata di mano”. Versione che Draghi ha confermato, sbagliando, in conferenza stampa. Il riferimento ai percorsi nazionali, infatti, non garantisce affatto azioni immediate.

La scienza del clima concorda che contenere il global warming entro questa soglia permette di evitare gli impatti più devastanti del cambiamento climatico, e che per riuscirci è vitale concentrare il grosso degli sforzi in questo decennio, entro il 2030. L’IPCC, il Panel intergovernativo dell’ONU sui cambiamento climatici, stima che con le politiche di oggi sforeremo gli 1,5 gradi entro il 2040. In conferenza stampa comunque il presidente del Consiglio Draghi mostra il bicchiere mezzo pieno: “Per la prima volta al G20, tutti i paesi riconoscono la validità scientifica di questo obiettivo”.

Parole vaghe sulla neutralità climatica

Anche sull’orizzonte per raggiungere emissioni nette zero il G20 di Roma diluisce l’ambizione iniziale. Si partiva da un testo che indicava il 2050, data sbianchettata nella versione finale in favore di un ben più generico “attorno alla metà del secolo”. Va detto che mentre UE e USA, tra gli altri, hanno fissato il 2050 come obiettivo, altri paesi del G20 come Cina, Russia e Arabia Saudita hanno fissato il target al 2060.

Lecito attendersi che il linguaggio del comunicato sarebbe stato modificato. Il problema è che mancano impegni seri ad aumentare in futuro l’ambizione climatica. I piani nazionali per ridurre le emissioni saranno rivisti solo “se necessario”. E sarà sicuramente necessario, visto che con le politiche attuali – anche se saranno tutte concretizzate in tempo e senza sbavature – andiamo verso un mondo 2,7°C più caldo dell’epoca preindustriale. Siamo quasi 1°C fuori strada rispetto agli 1,5 gradi, calcolava l’Emission Gap Report dell’Unep pochi giorni fa: emettiamo 28 GtCO2e di troppo ogni anno.

Il carbone resta

Neppure sullo stop al carbone, l’altro grande punto all’ordine del giorno, il G20 di Roma fa passi avanti sostanziosi. Invece di un accordo globale per l’abbandono graduale di questa fonte fossile, il vertice romano partorisce un accordicchio che riguarda solo lo stop ai finanziamenti al carbone verso l’estero.

Sì, l’impegno è a brevissimo termine visto che la tagliola scatterà a fine 2021, e qualche beneficio per il clima ci sarà. Ma lo scoglio vero rimane perché paesi come Cina, India, Australia continueranno a basare la loro crescita interna sul carbone, senza alcun limite temporale. Gli sherpa italiani avevano provato a inserire un generico “attorno al 2030” che qualche mano sporca di carbone ha cancellato in un amen. Nel comunicato finale non ve n’è traccia e mancava già dalle versioni discusse tra ieri e stamane. Si parla invece, per la prima volta in un documento G20, di prezzo del carbonio.

Sussidi fossili e metano, il G20 di Roma non graffia

Anche sui sussidi fossili il G20 di Roma inciampa vistosamente. Manca una data certa, anche qui. L’impegno è a cancellarli “nel medio termine”. E pure su un capitolo come il metano il flop si fa sentire. All’inizio si parlava di ridurre “significativamente” le emissioni di questo gas serra che ha un potere climalterante 80 volte maggiore della CO2 nei primi 20 anni in cui resta in atmosfera.

Tutto il passaggio è scomparso dalla versione finale del comunicato. I Venti lasciano sopravvivere solo il preambolo dove si riconosce che è “uno dei modi più veloci, più fattibili e più efficaci in termini di costi per limitare il cambiamento climatico”. Per quanto USA e UE si stiano dando da fare su questo fronte, non riescono affatto a piegare le resistenze degli altri paesi.

L’Italia triplica la finanza per il clima

Minestra riscaldata anche quella della finanza climatica. “Ricordiamo e riaffermiamo l’impegno preso dai paesi sviluppati, per l’obiettivo di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e ogni anno fino al 2025 per rispondere ai bisogni dei paesi in via di sviluppo”. Ma per il momento l’obiettivo resta lontano, siamo a quota 80-90 miliardi.

L’Italia prova a fare la sua parte alzando un’altra volta la quota che destina alla finanza climatica. Il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani aveva ipotizzato di raddoppiare fino a 1 miliardo. L’impegno preso a Roma arriva invece a 1,4 miliardi di dollari. (lm)

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Rinnovabili • Turbine eoliche ad asse verticale

Turbine eoliche ad asse verticale, efficienza migliorata del 200%

Dall'EPFL svizzero il primo studio che applica un algoritmo di apprendimento automatico alla progettazione della pale delle turbine VAWT

Turbine eoliche ad asse verticale
via depositphotos

Nuovi progressi per le turbine eoliche ad asse verticale

Un aumento dell’efficienza del 200% e una riduzione delle vibrazioni del 70%. Questi due dei grandi risultati raggiunti nel campo delle turbine eoliche ad asse verticale,  presso l’UNFoLD, il laboratorio di diagnostica del flusso instabile della Scuola Politecnica Federale di Losanna (EPFL). Il merito va a Sébastien Le Fouest e Karen Mulleners che, in un’anteprima mondiale hanno migliorato questa specifica tecnologia impiegando un algoritmo di apprendimento automatico.

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Turbine eoliche VAWT, vantaggi e svantaggi

Si tratta di un progresso a lungo atteso dal comparto. Le turbine eoliche ad asse verticale o VAWT per usare l’acronimo inglese di “Vertical-axis wind turbines” offrono sulla carta diversi vantaggi rispetto ai classici aerogeneratori ad asse orizzontale. Ruotando attorno ad un asse ortogonale al flusso in entrata, il loro lavoro risulta indipendente dalla direzione del vento, permettendogli di funzionare bene anche nei flussi d’aria urbani. Inoltre offrono un design più compatto e operano a frequenze di rotazione più basse, il che riduce significativamente il rumore e il rischio di collisione con uccelli e altri animali volanti. E ancora: le parti meccaniche della trasmissione possono essere posizionate vicino al suolo, facilitando la manutenzione e riducendo i carichi strutturali.

Perché allora non sono la scelta dominante sul mercato eolico? Come spiega lo stesso Le Fouest, si tratta di un problema ingegneristico: le VAWT funzionano bene solo con un flusso d’aria moderato e continuo. “Una forte raffica aumenta l’angolo tra il flusso d’aria e la pala, formando un vortice in un fenomeno chiamato stallo dinamico. Questi vortici creano carichi strutturali transitori che le pale non possono sopportare“, scrive Celia Luterbacher sul sito dell’EPFL.

Energia eolica e algoritmi genetici

Per aumentare la resistenza, i ricercatori hanno cercato di individuare profili di inclinazione ottimali.  Il lavoro è iniziato montando dei sensori, direttamente su una turbina in scala ridotta, a sua volta accoppiata ad un ottimizzatore funzionante con algoritmi genetici di apprendimento. Di cosa si tratta? Di una particolare tipologia di algoritmi euristici basati sul principio della selezione naturale.

Quindi muovendo la pala avanti e indietro con angoli, velocità e ampiezze diverse, hanno generato una serie di profili di inclinazione. “Come in un processo evolutivo, l’algoritmo ha selezionato i profili più efficienti e robusti e ha ricombinato i loro tratti per generare una ‘progenie’ nuova e migliorata”. Questo approccio ha permesso a Le Fouest e Mulleners non solo di identificare due serie di profili di passo che contribuiscono a migliorare significativamente l’efficienza e la robustezza della macchina, ma anche di trasformare la più grande debolezza delle turbine eoliche ad asse verticale in un punto di forza. I risultati sono riportati su un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.