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Perché la povertà energetica colpisce le donne più degli uomini

Madri e donne single fanno più fatica degli uomini a pagare le bollette, ma la situazione si è aggravata con gli effetti negativi di pandemia e crisi energetica sul divario di genere

povertà energetica donne
via depositphotos.com

Gli aspetti della povertà energetica legata al genere

(Rinnovabili.it) – In Europa la povertà energetica colpisce da sempre le donne più degli uomini. Ma i più alti costi della vita, legati alla crisi dell’energia, stanno aumentando diseguaglianze e divario di genere. A riferirlo è la Commissione per i diritti delle donne del Parlamento europeo in occasione dell’evento annuale per la giornata internazionale della donna.

“L’appuntamento – ha spiegato in apertura Robert Biedroń, eurodeputato socialista polacco che presiede la Commissione parlamentare – è dedicato in questo 2023 agli aspetti della povertà energetica legati al genere“. “Tutti noi sappiamo quali sono i pericoli le difficoltà dell’attuale situazione economica nel nostro continente”, ha commentato Biedroń. “L’Unione europea sta affrontando sfide enormi riguardanti la fuel poverty. Si stima che questo problema interessi 125 milioni di cittadini e cittadine nel Blocco. Dal 2021 la scarsità energetica ha portato alla più alta inflazione da quando esiste l’euro. E la crisi del Covid prima e la guerra in ucraina dopo hanno peggiorato le difficoltà economiche e sociali. Molte famiglie del nostro continente hanno difficoltà a pagare le bollette e a scaldare la propria casa”.

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La povertà energetica colpisce soprattutto le donne e le madri single

Non si tratta ovviamente di un problema nato con la congiuntura attuale. Ben prima del caro energia, un 7% delle famiglie europee si trovava nella medesima situazione, oggi esasperata da nuove tensioni. Ma il peso delle difficoltà non è suddiviso equamente. Madri e donne single si trovano oggi in condizioni più ardue rispetto alla controparte maschile. Per la precisione, il 44% delle madri single e il 31% delle donne single fa fatica a pagare le bollette di luce e gas. Le cause sono ben note: un reddito medio più basso e una prevalenza di lavori part-time o precari. Attualmente il divario retributivo di genere nell’UE era ancora del 13% ed è cambiato solo in minima parte nell’ultimo decennio. Ciò significa che, in media, le donne guadagnano il 13% in meno all’ora rispetto agli uomini.

“Come per la pandemia – ha aggiunto Biedroń – l’effetto dell’aumento dei costi energetici e la deindustrializzazione stanno colpendo in modo sproporzionato le donne a causa della loro già minore partecipazione al mercato del lavoro e dei divari di genere esistenti in molti settori […] questa crisi sta avendo un impatto negativo sulla loro economia generale ma anche sulla loro salute, sul rischio di violenza domestica e sui loro diritti fondamentali”.

Le quattro dimensioni del problema

Per Katharina Habersbrunner, direttrice di Women Engage for a Common Future, “oggi la crisi energetica sta dimostrando chi è colpito maggiormente dagli alti prezzi. Abbiamo bisogno di affrontare le diseguaglianze strutturali per rispondere al problema“. Oggi è fondamentale parlare di povertà energetica e genere perché è importante includere tutte le dimensioni del problema, a partire da quella economica: esiste un divario retributivo di genere, un divario assistenziale e un divario pensionistico (circa il 60% in Europa). Ma esiste anche una dimensione fisiologica spiega Habersbrunner, “perché le donne sono fisiologicamente più sensibili al calore al freddo”. Così come una dimensione legata alla salute, sia fisica che mentale, e una alle condizioni socio culturali. “Tutte queste 4 dimensioni vanno considerate quando si parla di politiche energetiche”.

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Ma sottolinea la direttrice di WECF, “le soluzioni ci sono e vanno attuate”. A livello internazionale Habersbrunner fa parte di un consorzio che si occupa di povertà energetica, “alla ricerca di soluzioni in particolare nei paesi del mediterraneo” con un focus sulle donne.  Il progetto si chiama EmpowerMed e mira ad offrire audit energetici alle famiglie, con l’installazione gratuita di dispositivi per il risparmio. Inoltre tramite assemblee collettive e laboratori fai-da-te l’iniziativa fornisce alle persone gli strumenti per migliorare il benessere nelle proprie case e comunità.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.


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Turbine eoliche ad asse verticale, efficienza migliorata del 200%

Dall'EPFL svizzero il primo studio che applica un algoritmo di apprendimento automatico alla progettazione della pale delle turbine VAWT

Turbine eoliche ad asse verticale
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Nuovi progressi per le turbine eoliche ad asse verticale

Un aumento dell’efficienza del 200% e una riduzione delle vibrazioni del 70%. Questi due dei grandi risultati raggiunti nel campo delle turbine eoliche ad asse verticale,  presso l’UNFoLD, il laboratorio di diagnostica del flusso instabile della Scuola Politecnica Federale di Losanna (EPFL). Il merito va a Sébastien Le Fouest e Karen Mulleners che, in un’anteprima mondiale hanno migliorato questa specifica tecnologia impiegando un algoritmo di apprendimento automatico.

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Turbine eoliche VAWT, vantaggi e svantaggi

Si tratta di un progresso a lungo atteso dal comparto. Le turbine eoliche ad asse verticale o VAWT per usare l’acronimo inglese di “Vertical-axis wind turbines” offrono sulla carta diversi vantaggi rispetto ai classici aerogeneratori ad asse orizzontale. Ruotando attorno ad un asse ortogonale al flusso in entrata, il loro lavoro risulta indipendente dalla direzione del vento, permettendogli di funzionare bene anche nei flussi d’aria urbani. Inoltre offrono un design più compatto e operano a frequenze di rotazione più basse, il che riduce significativamente il rumore e il rischio di collisione con uccelli e altri animali volanti. E ancora: le parti meccaniche della trasmissione possono essere posizionate vicino al suolo, facilitando la manutenzione e riducendo i carichi strutturali.

Perché allora non sono la scelta dominante sul mercato eolico? Come spiega lo stesso Le Fouest, si tratta di un problema ingegneristico: le VAWT funzionano bene solo con un flusso d’aria moderato e continuo. “Una forte raffica aumenta l’angolo tra il flusso d’aria e la pala, formando un vortice in un fenomeno chiamato stallo dinamico. Questi vortici creano carichi strutturali transitori che le pale non possono sopportare“, scrive Celia Luterbacher sul sito dell’EPFL.

Energia eolica e algoritmi genetici

Per aumentare la resistenza, i ricercatori hanno cercato di individuare profili di inclinazione ottimali.  Il lavoro è iniziato montando dei sensori, direttamente su una turbina in scala ridotta, a sua volta accoppiata ad un ottimizzatore funzionante con algoritmi genetici di apprendimento. Di cosa si tratta? Di una particolare tipologia di algoritmi euristici basati sul principio della selezione naturale.

Quindi muovendo la pala avanti e indietro con angoli, velocità e ampiezze diverse, hanno generato una serie di profili di inclinazione. “Come in un processo evolutivo, l’algoritmo ha selezionato i profili più efficienti e robusti e ha ricombinato i loro tratti per generare una ‘progenie’ nuova e migliorata”. Questo approccio ha permesso a Le Fouest e Mulleners non solo di identificare due serie di profili di passo che contribuiscono a migliorare significativamente l’efficienza e la robustezza della macchina, ma anche di trasformare la più grande debolezza delle turbine eoliche ad asse verticale in un punto di forza. I risultati sono riportati su un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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