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Il summit sul clima di Glasgow “dimentica” 20 mld di t di CO2 in atmosfera

Anche contando tutte le iniziative settoriali come il patto globale sul metano e quello sulla deforestazione, gli annunci arrivati da Glasgow in questi giorni e i nuovi obiettivi nazionali lasciano ancora 20 GtCO2e di troppo da qui al 2030

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Foto di Foto-Rabe da Pixabay

Il summit sul clima chiude solo di ¼ il gap con gli 1,5 gradi

(Rinnovabili.it) – Quanto riscaldamento globale in meno valgono i tanti accordi settoriali annunciati durante la COP26 di Glasgow? Più o meno 2,2Gt di CO2 equivalente, cioè il 9% del divario che ci separa da una traiettoria climatica davvero compatibile con l’obiettivo degli 1,5 gradi. Lo calcola Climate Action Tracker (CAT) in un dossier che fa il punto sull’impatto reale del summit sul clima.

Conteggiando solo i nuovi obiettivi al 2030 annunciati dai vari governi, pochi giorni fa CAT li aveva bollati come “totalmente inadeguati”, visto che condannano il pianeta a un riscaldamento globale di 2,4°C entro la fine del secolo. Adesso l’iniziativa di Climate Analytics e New Climate Institut, che monitora i progressi globali sul clima dal 2009 ed è una delle fonti più affidabili in materia, rivede la stima aggiungendo gli accordi sul taglio delle emissioni di metano, sul phase out del carbone, sui trasporti e sulla deforestazione.

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Così, se prima il summit su clima chiudeva il gap con gli 1,5 gradi entro il 2030 del 15-17%, il ricalcolo alza la stima al 24-25%. Perché l’apporto è così limitato? “Le iniziative settoriali aiutano a implementare l’azione, ma con gli attuali firmatari riducono solo in misura limitata il divario delle emissioni”, spiega CAT. Molti annunci alla COP26, infatti, hanno raccolto poche adesioni e spesso mancano proprio i paesi che potrebbero fare la differenza. Il caso del patto per portare a zero la deforestazione entro il 2030 è emblematico: se ne sono chiamati fuori il Brasile e l’Indonesia, paesi che insieme al Congo ospitano l’85% delle foreste pluviali del pianeta.

“Raccomandiamo ai governi di aggiornare i loro NDC se la partecipazione all’iniziativa non è già coperta dal loro obiettivo. Se queste iniziative raccolgono più firme, potrebbero ridurre ulteriormente il divario di diverse GtCO2e”, prosegue CAT. Il nuovo gap con la traiettoria al 2030 per centrare gli 1,5 gradi adesso si attesa su una forchetta tra le 17 e le 20 GtCO2e.

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Metano e deforestazione sono gli ambiti con il maggiore impatto. Il patto sul metano con cui si è aperto il summit sul clima toglie 0,8 GtCO2e e se aderissero anche i grandi emettitori come Cina, India e Russia avrebbe un potenziale di 1,4-2,4 GtCO2e. L’impatto di deforestazione zero entro fine decennio è di 1,1 GtCO2e ma il potenziale complessivo sarebbe di 2-3 Gt. CAT, però, non può fare a meno di usare molta cautela su questo fronte: visti i progressi minimi se non assenti da parte dei firmatari della Dichiarazione di New York sulle foreste (un precedente accordo analogo), il punto resta come tradurre in concreto gli impegni assunti. Sugli altri due patti: l’accordo sui trasporti vale 0,1 Gt e può arrivare a 0,75, mentre quello sul phase out del carbone pesa 0,2 Gt ma ha un potenziale di ben 2 GtCO2e. (lm)

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Turbine eoliche ad asse verticale, efficienza migliorata del 200%

Dall'EPFL svizzero il primo studio che applica un algoritmo di apprendimento automatico alla progettazione della pale delle turbine VAWT

Turbine eoliche ad asse verticale
via depositphotos

Nuovi progressi per le turbine eoliche ad asse verticale

Un aumento dell’efficienza del 200% e una riduzione delle vibrazioni del 70%. Questi due dei grandi risultati raggiunti nel campo delle turbine eoliche ad asse verticale,  presso l’UNFoLD, il laboratorio di diagnostica del flusso instabile della Scuola Politecnica Federale di Losanna (EPFL). Il merito va a Sébastien Le Fouest e Karen Mulleners che, in un’anteprima mondiale hanno migliorato questa specifica tecnologia impiegando un algoritmo di apprendimento automatico.

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Turbine eoliche VAWT, vantaggi e svantaggi

Si tratta di un progresso a lungo atteso dal comparto. Le turbine eoliche ad asse verticale o VAWT per usare l’acronimo inglese di “Vertical-axis wind turbines” offrono sulla carta diversi vantaggi rispetto ai classici aerogeneratori ad asse orizzontale. Ruotando attorno ad un asse ortogonale al flusso in entrata, il loro lavoro risulta indipendente dalla direzione del vento, permettendogli di funzionare bene anche nei flussi d’aria urbani. Inoltre offrono un design più compatto e operano a frequenze di rotazione più basse, il che riduce significativamente il rumore e il rischio di collisione con uccelli e altri animali volanti. E ancora: le parti meccaniche della trasmissione possono essere posizionate vicino al suolo, facilitando la manutenzione e riducendo i carichi strutturali.

Perché allora non sono la scelta dominante sul mercato eolico? Come spiega lo stesso Le Fouest, si tratta di un problema ingegneristico: le VAWT funzionano bene solo con un flusso d’aria moderato e continuo. “Una forte raffica aumenta l’angolo tra il flusso d’aria e la pala, formando un vortice in un fenomeno chiamato stallo dinamico. Questi vortici creano carichi strutturali transitori che le pale non possono sopportare“, scrive Celia Luterbacher sul sito dell’EPFL.

Energia eolica e algoritmi genetici

Per aumentare la resistenza, i ricercatori hanno cercato di individuare profili di inclinazione ottimali.  Il lavoro è iniziato montando dei sensori, direttamente su una turbina in scala ridotta, a sua volta accoppiata ad un ottimizzatore funzionante con algoritmi genetici di apprendimento. Di cosa si tratta? Di una particolare tipologia di algoritmi euristici basati sul principio della selezione naturale.

Quindi muovendo la pala avanti e indietro con angoli, velocità e ampiezze diverse, hanno generato una serie di profili di inclinazione. “Come in un processo evolutivo, l’algoritmo ha selezionato i profili più efficienti e robusti e ha ricombinato i loro tratti per generare una ‘progenie’ nuova e migliorata”. Questo approccio ha permesso a Le Fouest e Mulleners non solo di identificare due serie di profili di passo che contribuiscono a migliorare significativamente l’efficienza e la robustezza della macchina, ma anche di trasformare la più grande debolezza delle turbine eoliche ad asse verticale in un punto di forza. I risultati sono riportati su un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.