Mentre la fabbricazione di autovetture segna un +24,3% nei sette mesi, il calo dell'export verso la Germania e i costi dell'energia frenano la filiera dei fornitori italiani.

Auto italiane, l’industria nostrana tra luci e ombre
L‘industria italiana dell’auto continua a crescere, ma i valori sono deboli, e la corsa sta rallentando. A luglio 2026, l’indice della produzione ha raggiunto un +1,6%, mentre l’indice della fabbricazione di autoveicoli è a doppia cifra, +10,5%, ma la produzione di parti e accessori per auto e motoristica flette al 9,5%. Bene, ma non benissimo, nero su bianco i dati diffusi dall‘ANFIA – l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica, secondo cui la crisi del settore automotive tedesco si riflette per forza di cosa anche sull’industria italiana.
Auto italiane: peggiora export in Germania
La notizia shock dei 100mila esuberi di casa Volkswagen non è altro che il segno di “inevitabili ripercussioni sui fornitori italiani maggiormente integrati nelle catene di fornitura tedesche” scrive ANFIA. Non è un caso che nei primi cinque mesi del 2026 il valore delle esportazioni italiane di componenti automotive verso la Germania sia diminuito del 4,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. D’altronde, la Germania è il primo mercato di destinazione della componentistica italiana, con una quota del 17,2%, seguita da Stati Uniti (15,6%) e Francia (12,2%).
Produzione auto in crescita, ma componenti al palo
Secondo i dati ANFIA, la produzione domestica delle sole autovetture a luglio 2026 ammonta a circa 21.000 unità, in aumento dell’11,4% rispetto a luglio 2025. Nel cumulato dei sette mesi, il totale delle autovetture prodotte si attesta a 188.365, il 24,3% in più rispetto ai primi sette mesi del 2025.
Quello della fabbricazione di carrozzerie per autoveicoli, rimorchi e semirimorchi invece, si mantiene in calo a luglio (-7,4%), risultando in flessione del 5,5% nel cumulato 2026; infine, quello della fabbricazione di parti e accessori per autoveicoli e loro motori3 registra ancora una variazione negativa, del 9,5%, nel mese e resta pressocché stabile nei primi sette mesi dell’anno (+0,3%).
“A questo si aggiunge un elemento di incertezza sul fronte della domanda domestica ed europea: il consumatore appare ancora disorientato nelle proprie scelte d’acquisto“, ha affermato Gianmarco Giorda, direttore generale di Anfia, riferendosi alla fase di transizione tecnologica dell’automotive, che aggiunge: “Questo non fa che rafforzare l’idea che il percorso di transizione debba tener conto delle effettive dinamiche del mercato e delle esigenze dei consumatori, adottando un approccio tecnologicamente neutrale e pragmatico”.
Energia penalizza industria
Mentre Leapmotor del Gruppo Stellantis ha scelto due stabilimenti produttivi in Spagna per la produzione delle auto del brand cinese, il tema della competitività torna nei discorsi dell’azienda europea, per voce di Antonella Bruno, managing director di Stellantis in Italia, secondo cui “il costo dell’energia è un elemento che incide sulla competitività del sistema italiano e quindi stiamo lavorando con Anfia, Iveco e Ferrari. Abbiamo chiesto alla Commissione Europea di poter essere inseriti nella categoria degli energivori in modo tale da poter beneficiare di sgravi fiscali“.
Auto italiane: l’opinione
Dai numeri di ANFIA emergono almeno tre considerazioni. In primis, è vero che cresce la produzione di autoveicoli completi, ma i volumi assoluti restano comunque piuttosto bassi con 21.000 unità prodotte in un mese e 188.365 in 7 mesi. L’Italia ha perso la scala industriale di un tempo; il “motore” trainante dell’automotive è la componentistica che dipende fortemente dai committenti esteri. Quando la Germania entra in crisi, l’Italia subisce un contraccolpo da cui non può proteggersi, perché non ha più marchi nazionali con volumi tali da assorbire la produzione locale. Se VW prosegue la ristrutturazione, l’impatto sui fornitori italiani “più integrati” potrebbe accentuarsi nei prossimi trimestri, non solo restare un dato già scontato. Infine, c’è il dato legato direttamente ai consumatori: la transizione crea incertezza e disorienta gli acquisti.












