• Articolo Londra, 11 dicembre 2017
  • Il nuovo rapporto di Carbon Tracker

    Metà delle centrali a carbone in Europa perde denaro

  • Il 54% delle 619 centrali a carbone dell’Unione Europea non è più competitivo. Nel 2030 potrebbero salire al 97%, con perdite di 22 miliardi di euro

centrali a carbone

 

Non chiudere le centrali a carbone può aprire un buco da 22 miliardi

 

(Rinnovabili.it) – Oltre la metà delle 619 centrali a carbone dell’Unione Europea perdono denaro, e i piani del settore per chiudere gli impianti sono troppo lenti e tardivi. Questo significa che potrebbero causare perdite per 22 miliardi di euro entro il 2030 se l’UE mantiene le promesse che ha fatto a Parigi nel 2015, quando ha contribuito ad approvare l’accordo sul clima.

Le aride cifre sciorinate da Carbon Tracker nel suo nuovo rapporto non lasciano scampo: per evitare perdite finanziarie cospicue ad azionisti e governi, bisogna agire subito. Anche perché regolamentazioni più severe sull’inquinamento atmosferico e prezzi più elevati del carbonio sono misure che faranno schizzare alle stelle i buchi di bilancio delle centrali a carbone. Si profila uno scenario che vede in perdita il 97% degli impianti entro il 2030.

Sul gradino più alto del podio delle cariatidi energetiche sale la Germania. Entro i suoi confini sorge il maggior numero di centrali a carbone non redditizie, con RWE e Uniper tra le aziende oggi più esposte. Una serie di chiusure anticipate potrebbe evitare ben 12 miliardi di euro di perdite solo in questo paese, ma i piani di phase out tedeschi sono stati ritardati dal fallimento dei negoziati per formare un nuovo governo di coalizione.

 

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Ma la situazione della Germania è la spia di un quadro europeo a tinte fosche. Secondo Carbon Tracker,  che ha analizzato i ricavi e i costi operativi di tutte le centrali termoelettriche dell’UE, il 54% già oggi non è competitivo. Tutta l’energia a carbone deve essere gradualmente eliminata se il vecchio continente intende raggiungere gli obiettivi dell’accordo globale sui cambiamenti climatici, ma gli analisti sottolineano che gli attuali programmi delle utility prevedono la chiusura di appena un quarto degli impianti.

Per ora, il settore vivacchia grazie all’incapacità dei governi di staccare la spina dei sussidi pubblici, mascherati o meno. In Spagna il governo ha vietato a Iberdrola di chiudere le sue ultime centrali, dichiarandosi preoccupato per la sicurezza energetica nonostante il paese generi più energia di quel che utilizza. In Germania la gestione è simile: con la scusa dell’instabilità delle fonti rinnovabili, si è approvato il capacity payment, una flebo per l’industria in crisi.

Nonostante questo accanimento terapeutico, il carbone in Europa è in una “spirale della morte” secondo Carbon Tracker. Prima se ne accorgeranno tutti, meglio sarà per le casse pubbliche e private.

 

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