• Articolo Bristol, 29 novembre 2012
  • Il cuore del progetto, una cella combustibile microbica

    Arriva EcoBotIII, il robot che si nutre di scarichi domestici

  • L’automa riesce ad ottenere energia processando i liquami provenienti da un impianto di depurazione di Saltford

Arriva EcoBotIII, il robot che si nutre di scarichi domestici(Rinnovabili.it) – A far funzionare EcoBotIII, il robot realizzato dal partenariato di ricerca collaborativa tra l’University of West England e l’Università di Bristol, è un elemento davvero insolito: per far scorrere energia nei suoi circuiti  l’automa deve, infatti, avere a disposizione un pieno di … acque grigie domestiche.  Partendo dalla convinzione che per lavorare davvero autonomamente un robot debba  non solo utilizzare l’energia in modo efficace, ma anche saperla estrarre dall’ambiente che lo circonda, gli scienziati hanno realizzato un prototipo robotico dotato di speciali fuel cell microbiche che producono elettricità processando il materiale fecale che si trova nei liquami.

 

In realtà il progetto ha avuto due importati precursori: EcoBot-I , sviluppato nel 2002 ed alimentato con lo zucchero e EcoBotII , del 2004 e funzionante grazie ai rifiuti alimentari. Il terzo prodotto della serie, che ha richiesto tre anni di lavori per essere costruito, pesa circa sei chili e ricorda nell’aspetto una torta nuziale a più strati, ognuno contenente celle microbiche e vassoi di raccolta. A “nutrire” il robot sono i liquami provenienti da un impianto di trattamento di Saltford, vicino Bristol.

 

“Attualmente i nostri processi di trattamento dei liquami domestici richiedono un grande quantitativo d’energia – spiegano gli scienziati – ma se ci fosse un modo di replicare l’EcoBotIII su una scala più ampia, parte dei processi di depurazione si potrebbero autoalimentare con i rifiuti stessi. Questo significherebbe eliminare la necessità di fornire energia elettrica e, in futuro, gli impianti di trattamento delle acque reflue potrebbero diventare autosufficienti, riducendo i costi operativi e l’impronta di carbonio”.